FRANCO CARDINI e BARBARA FRALE.
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LA CONGIURA.
POTERE E VENDETTA NELLA FIRENZE DEI MEDICI.
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2017 Giuseppe Laterza Editore, BARI, ROMA.
Collezione I Robinson. 
ISBN 978-88-581-2981-4. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Aprile 1478: Lorenzo il Magnifico  al culmine della sua fortuna. Signore di Firenze, grande mecenate, stratega della pax italica. Contro di lui tramano uomini mossi da gelosia, invidia e ambizione. Lesito  un bagno di sangue.
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La storia dei Medici, famiglia-icona del Rinascimento italiano,  anche la storia di una successione quasi ininterrotta di congiure e complotti volti a eliminare i suoi esponenti pi prestigiosi. Esiste per un momento cruciale, la congiura per eccellenza: quella che, nellaprile 1478, doveva mettere fine al dominio della famiglia su Firenze e sopprimerne la guida, Lorenzo il Magnifico. Lorenzo  allapogeo della sua fortuna. Incontrastato signore di Firenze, anche se la citt ama definirsi una repubblica, ben accolto in tutte le corti italiane, ha in attivo un matrimonio prolifico e prestigioso con Clarice Orsini, erede di una delle pi antiche e illustri famiglie di Roma. Alcuni errori, per, minacciano la sua stabilit: lostilit del nuovo papa Sisto quarto, che toglie ai Medici il lucroso incarico di banchieri pontifici. Lodio di Volterra, tiranneggiata per impadronirsi delle sue risorse naturali. La vendetta della famiglia Pazzi, cresciuta in potenza e ormai temibile concorrente. Linvidia verso un uomo che sembra costantemente baciato dalla fortuna cementa il legame dei nemici e li determina allazione. Lepilogo fu tragico.
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L'AUTORE.
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Franco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940)  uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.  socio di numerose organizzazioni scientifiche italiane e straniere e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi studi accademici. Il campo di studi principale di Cardini  quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici.
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LA CONGIURA. POTERE E VENDETTA NELLA FIRENZE DEI MEDICI.
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PRIMO.
Firenze, una "repubblica ideale".
"A Fiorenza  il Paradiso".
Nella primavera 1459 il giovane Galeazzo Maria Sforza, figlio di quel Francesco Sforza che aveva posto fine all'Aurea Repubblica Ambrosiana e assunto la guida del redivivo ducato di Milano come erede della dinastia viscontea, fu inviato a Firenze dal padre.
Scopo ufficiale della missione era incontrare papa Pio secondo, che in quel  momento era in viaggio allo scopo di promuovere una grande spedizione militare contro l'impero ottomano: pochi anni prima
infatti, nel 1453, il sultano Mehmet secondo aveva conquistato Costantinopoli mettendo fine alla millenaria storia dell'impero bizantino.
Bench giovane, Galeazzo Maria non era per niente digiuno di cose politiche. A soli sei anni, il 22 marzo 1450, aveva ricevuto il titolo di conte di Pavia e appena due anni dopo aveva addirittura
debuttato sulla scena politica italiana presentandosi a Ferrara come ambasciatore del ducato. L, ospite di Borso d'Este, era giunto l'imperatore Federico terzo d'Asburgo diretto a Roma per incontrare Niccol quinto e ricevere da lui la corona imperiale. Ben istruito dal celebre umanista Francesco Filelfo, il ragazzo di otto anni aveva tenuto un discorso che gli aveva procurato l'ammirazione generale perch in tale occasione egli aveva dimostrato la compostezza e il senno di un adulto. D'altronde i figli dei potenti a quel tempo non erano mai davvero bambini: o comunque tali non restavano a lungo.
L'occasione era solenne: si trattava infatti della rituale Romfahrt ("viaggio a Roma"), al tempo stesso un itinerario trionfale e un pellegrinaggio, che gli imperatori dovevano ordinariamente compiere
una volta scelti dai prncipi elettori come re dei Romani (cio re di Germania) per ricevere a Roma la corona dal papa (che non ne disponeva sul piano decisionale, ma restava l'unico a poterla legittimamente imporre). Lungo tale viaggio, l'"imperatore eletto" riceveva
ordinariamente a Milano o a Monza la corona di re d'Italia.
Tuttavia il viaggio di stato compiuto da Galeazzo Maria sette anni pi tardi a Firenze, citt tradizionalmente amica di Milano, avrebbe lasciato nell'ormai adolescente conte di Pavia un'impressione ancora pi profonda di quella, che pur gli era rimasta  ben vivida, dell'incontro con l'imperatore.
Descrivere in breve la Firenze di quegli anni sarebbe un compito arduo, d'altronde egregiamente assolto da Cesare Vasoli nel proporre l'immagine mitica  della citt come appariva ai forestieri e come sarebbe apparsa anche ai posteri; in breve, Firenze era e sarebbe rimasta all'altezza del proprio mito:
(...) una citt mercantile e corporativa dell'Italia centrale, citt di patrizi borghesi, di artigiani e di piccoli lavoranti che, nel corso di mezzo secolo, diventa una  "nuova Atene", produce o accoglie
dentro le sue mura almeno tre generazioni di uomini di lettere, storici, filologi, filosofi, di artisti e di tecnici, in un eccezionale ed irripetibile miracolo.
In questo scenario unico fu organizzata per l'ospite milanese una splendida accoglienza, con tornei, balli, cacce, banchetti: si cre insomma un clima di festa memorabile, di quelli destinati a
segnare momenti epocali nella vita di uno stato. L'evento, che cost alla repubblica quasi 14.000 fiorini, surclassava per fasto e bellezza tutti quelli che lo avevano preceduto, persino le accoglienze riservate agli imperatori.
Il notaio e cronista Giusto d'Anghiari, che ne fu spettatore, ricorda nelle sue Memorie il denaro da lui sborsato per consentire ai figli di vedere quegli spettacoli, che effettivamente ne valevano il prezzo:
Marted a d 17 d'aprile in Firenze venne il figliuolo del duca di Milano che si chiamava messer Gio. Galeazzo conte di Pavia, era d'et d'anni 15 o 16 (...). Fece la Signoria di Firenze grandissimo
honore al detto figliuolo del duca pi che fusse fatto a principe che ci entrasse a' d nostri. Andarongli
incontra molti cittadini e la Signoria l'aspett in su la ringhiera e il figliuolo del duca ismont al Palagio de' Signori e and a parlare a' Signori a piede della porta e poi rimont a cavallo e fu
accompagnato a casa di Cosimo e ivi ismont a stare e feciarsi e fannosi molti apparecchi di giostre, e di balli, e della caccia de' lioni per honorare detto signore, e fu veduto molto volentieri da ognuno(...).
Galeazzo Maria rimase talmente affascinato dalla citt che scrisse ai genitori: "una sola chosa dir, cio: che a Fiorenza  il Paradiso". E sicuramente non gli sfugg il significato che quelle feste e quegli onori avevano in relazione ai rapporti di forza presenti in citt.
Difatti, come abbiamo visto ben descritto da ser Giusto, in obbedienza a una specie di "regia" che sempre contrassegnava l'ingresso in citt di personaggi importanti, il giovane Sforza dovette fare due tappe: i magistrati della repubblica lo attendevano sulla ringhiera del Palazzo pubblico, davanti al quale il ragazzo smont da cavallo per recarsi a piedi, in segno di  rispetto, a salutarli ufficialmente;
quindi rimont in sella per recarsi in casa dei Medici, la bella dimora che Cosimo si era fatto costruire
dall'architetto Michelozzo nella "via Larga", non lungi dalla venerabile basilica di San Lorenzo.
Il nuovo prestigiosissimo edificio possedeva stanze ampie e molto confortevoli, persino migliori degli appartamenti papali che Martino quinto aveva fatto costruire nel 1419 presso Santa Maria Novella e che erano stati a lungo usati dalla citt per ricevere gli ospiti di riguardo. Ora per - ed era un segno  dei tempi -, quando arrivava qualche personaggio al quale i Medici erano particolarmente legati, la famiglia domandava alla Signoria il privilegio di alloggiarlo nelle sue case: e cos fu per il figlio del duca di Milano.
Siamo qui di fronte, nelle cerimonie, a una particolare liturgia degli spostamenti collegata a una ritualit pubblica tanto religiosa quanto civile - anzi, religiosa e civile al tempo stesso - che coinvolgeva la citt in tutte le sue istituzioni e assicurava la partecipazione dei cittadini alla vita politica gestendone al tempo stesso il consenso.
Sul piano formale, Galeazzo Maria era ospite dei "Signori", cio del governo: quindi, per qualunque manifestazione pubblica o cerimonia religiosa, i rappresentanti ufficiali della Signoria dovevano recarsi a Palazzo Medici per accompagnarlo e poi ricondurvelo al termine dell'evento.
Ognuna di queste solennit, alle quali partecipava un gran codazzo di folla, cominciava pertanto nella dimora in via Larga e l aveva la sua conclusione.
I Medici non occupavano ordinariamente alcuna carica politica nel nvero delle magistrature ma, come si dice, "a buon intenditor, poche parole": e tanto i cittadini quanto gli ospiti forestieri erano
di solito eccellenti intenditori.
Mercoled 25 aprile, in quella festa di San Marco Evangelista nella quale Firenze era abituata a momenti di esultanza e di meraviglia, ecco arrivare persino colui che da appena pochi mesi era
pontefice con il nome di Pio secondo, il celebre umanista senese Enea Silvio Piccolomini:
Entr Papa Pio secondo in Firenze con grand'honoranza e con 12 cardinali, e con molti cavalli
di cortegiani e perch gl'era ammalato di gotte si fece arrecare drento per Firenze da parecchi Signori,
tra' quali fu il signor messer Gismondo da Rimino e il signore messer Antorre da Faenza, e altri 6 signori, e recaronlo in spalla in sur una sedia in pontificale. Fu cattivo tempo, che piovegginava, e non
si pot fare s bella festa come si sarr fatto. And a stare in Santa Maria Novella.
Anche a causa del maltempo l'apparato riservato all'ingresso di Pio secondo sembr davvero
sottotono rispetto a quello offerto solo poco prima al figlio del duca milanese che, nonostante il
prestigio degli Sforza, era senza dubbio per dignit un personaggio molto meno ragguardevole del
sommo romano pontefice. Il fatto di aver separato con cura le cerimonie d'ingresso dei due illustri
ospiti doveva assolvere a una precisa funzione: in caso contrario, il nobile giovinetto avrebbe dovuto
attendere in qualche comoda villa fuori porta l'arrivo del pontefice per entrare trionfalmente in citt al
suo fianco. Ma cos non fu: del resto, il papa veniva per cercar di coinvolgere Firenze in qualcosa che
ad essa e al suo criptosignore Cosimo interessava poco o nulla.
Pio secondo arrivava infatti da Roma diretto a Mantova, dov'egli aveva indetto un congresso delle
potenze dell'Europa cristiana per lanciare finalmente una crociata destinata nelle sue intenzioni a
riconquistare Costantinopoli e a proseguire quindi fino alla liberazione di Gerusalemme. Quel
viaggio doveva forse apparire al Piccolomini non dissimile da quello compiuto da Urbano secondo nell'ormai
lontano 1095, quando la Cristianit aveva riunito una folla di guerrieri-pellegrini per riscattare la
Terrasanta conquistata dai turchi selgiuchidi; ma, diversamente da quel lontano precedente, che
secondo la tradizione aveva visto il popolo acclamare l'appello del papa con la celebre esclamazione
Deus vult! , stavolta gli interlocutori del pontefice si stavano mostrando alquanto tiepidi dinanzi alla
prospettiva dell'impresa.
D'altra parte, non  che Pio s'illudesse granch a proposito delle intenzioni dei fiorentini e
dell'accorto banchiere che ne era il padre-patrono-padrino.
Tra i due non correva una speciale simpatia, anzi: e ci ben traspare dall'acido commento del
papa al fatto che Cosimo, evidentemente per non incontrarlo, si era dato in quei giorni malato.
Il pontefice era accompagnato da alcuni signori di Romagna, dei quali la fonte or ora citata
ricorda solo due nomi fra i pi noti; formalmente essi erano vassalli della Chiesa ma in concreto,
godendo la protezione di vari prncipi italiani, non si sentivano troppo vincolati alla volont papale.
Quanto ai fiorentini, non avevano alcuna intenzione di prender parte all'impresa: ma  naturale
che non potessero dichiararlo apertamente.
In ogni caso, quella festa grande e molto dispendiosa tornava comunque utile; serviva infatti
anche a una finalit collaterale, sotterranea e nondimeno importante per la vita politica fiorentina.
Giorni di meraviglie.
In quelle memorabili giornate, Galeazzo Maria Sforza ebbe un posto d'onore accanto al papa:
Pio secondo lo volle al suo fianco in molte occasioni pubbliche, comprese le udienze, e gli permise anche di
cavalcare alla sua destra, privilegio che i pontefici accordavano di solito solo agli imperatori durante i
pi importanti convegni politici.
Era chiaro scopo del papa lanciare con ci un segnale a tutti, perch la devozione di un alleato
potente come il ducato milanese poteva cambiare nettamente il gioco degli equilibri politici. Alto di
statura, con un contegno ammirevole per un quindicenne, il giovinetto si rivel il vero protagonista
dell'evento surclassando il papa stesso: e in suo onore si celebrarono quei ludi laici e profani
amatissimi dalla gente, ma disdicevoli per uomini di Chiesa e pi volte condannati o sconsigliati dai
testi canonici. Tra questi la "giostra", scontro di coppie di cavalieri che giocavano a disarcionarsi,
disputata in piazza Santa Croce il 29 aprile, e la
"caccia" in piazza dei Signori: due spettacoli da sempre invisi alla morale ecclesiastica per la
violenza che comportavano e lo spargimento di sangue, in compenso molto apprezzati dalla nobilt
come pure dal popolo. Questo il resoconto di parte dei festeggiamenti fornito da Giusto d'Anghiari:
Luned a d 30 detto in Firenze si fece un bel ballo in Mercato Nuovo per honorare il figliuolo del duca,
furonvi molte magnificenze, e molte ornate donne e giovani. Marted a d primo di Maggio in Firenze
per honorare detto figliuolo del
duca si fece in su la piazza de' Signori la caccia de' lioni che fu steccata quasi tutta la detta
piazza, e rinchiuso drento tori e vacche, e bufali, e cavalli, e porci salvatichi, e furonci fatti entrare i
lioni circa dodici, e non fecero punto prova contra detti animali anzi si fuggivano e stavano paurosi.
Eraci una palla di legno, che ci stava drento uno, congegnata che andava con essa dove egli voleva per
detta piazza a cacciare e detti leoni e gl'altri animali che fu bello ingegno.
Nella gi citata lettera ai suoi familiari il figlio del duca di Milano riserv parole colme d'entusiasmo all'attrazione che lo aveva colpito pi d'ogni altra, lo spettacolo di danza al Mercato Nuovo. Il giovane era stato ospitato in tribuna accanto agli ambasciatori del duca di Borgogna, gesto di omaggio eccezionale gi in se stesso capace di lusingarlo; poi, aperte le danze, centocinquanta ragazze
delle migliori famiglie vestite di sete e broccati preziosi avevano fornito straordinarie prove di grazia e di abilit.
Due fanciulle lo avevano quindi invitato a scendere dalla tribuna e a danzare con loro. Una in particolare aveva suscitato in lui enorme ammirazione per la sua bellezza: aveva un abito corto e una cuffia d'oro sotto la quale s'intravedeva una splendida chioma ricciuta.
La medesima sera della caccia si era celebrato un altro spettacolo la cui spiccata valenza politica sicuramente non sfuggiva a nessuno. Alla fine del banchetto in casa Medici, al quale non era presente il papa mentre vi partecipavano i signori romagnoli che lo accompagnavano,
un'"armeggeria" aveva animato la strada sottostante (la "via Larga"), opportunamente cosparsa di sabbia e illuminata di fiaccole:
Item detto d la sera per honorare detto figliuolo del duca si fece una bella armeggeria di molti puliti e adorni garzonetti, e fu il messere il figliuolo di Piero di Cosimo che era d'anni 12 o circa, e
fecesi un bel trionfo menato da due cavalli e con molti lumi e torchi, fu bella cosa e magnifica.
La cosiddetta "armeggeria", praticata a Firenze gi dal tredicesimo secolo, consisteva in uno spettacolo di virtuosismo tecnico nell'uso congiunto del cavallo e delle armi: vi partecipavano i giovani del
patriziato quasi sempre vestiti "a una divisa", cio con una livrea uguale nella forma e nella disposizione dei colori. Non aveva carattere competitivo: somigliava piuttosto a una parata militare
animata da qualche gioco di destrezza, nella quale soprattutto i pi giovani potevano far sfoggio della loro abilit senza correre rischi effettivi, a differenza di quanto invece succedeva nel torneo.
Concretamente, questi giovani di grande casato e abili nel cavalcare si mostravano per le vie della citt armati di tutto punto esibendo la loro maestra nel volteggiare, nel maneggiare con
spericolata abilit le lance e nello spezzarle - erano di legno leggero e cavo - contro un bersaglio fisso
percosso da una certa angolazione. Se il cavaliere era esperto, la lancia doveva spezzarsi al semplice
impatto suscitando l'entusiasmo degli spettatori ed evitando fra l'altro che chi colpiva il bersaglio
venisse sbalzato di sella a causa del contraccolpo. Da un'armeggeria non usciva un vincitore: lo scopo
dello spettacolo era divertire il pubblico e mostrare la bravura dell'intera brigata.
Organizzare un'armeggeria implicava costi alti, quindi richiedeva l'esistenza di un finanziatore,
di un "mecenate" - uno sponsor, diremmo noi - che fornisse a tutti le cavalcature, le armi, le costose
livree: per questo motivo si trattava in genere di spettacoli allestiti da facoltosi privati, mentre le giostre
e i tornei erano patrocinati dal Comune insieme con la Parte Guelfa che ne era la principale responsabile.
Al centro di quegli armeggiatori, in numero di dodici serviti ciascuno da un "ragazzo" e da
venticinque famigli in livrea, cio vestiti dei colori che ripetevano quelli della "divisa" del rispettivo
signore, si trovava il giovanissimo nipote di Cosimo de' Medici, Lorenzo di Piero. Per la prima volta
saliva cos al proscenio della storia colui che nei secoli sar celebre con l'epiteto di "Magnifico".
Era proprio lui il "messere" dell'armeggeria: vale a dire il signore, il mecenate, l'organizzatore
e il "principe" di tutti gli altri. Era decisamente pi piccolo di Galeazzo Maria, ormai giovinetto e anzi,
secondo i cnoni del tempo, in pratica gi uomo. In cambio si presentava equipaggiato in modo
splendido: sfoggiava per l'occasione un proprio stendardo bianco, verde e rosso - colori molto comuni
nelle gare cavalleresche e dotati di un intenso contenuto simbolico, tanto teologico quanto morale e cavalleresco - sul quale era ricamata l'impresa di un falcone volante d'oro che veniva catturato da una rete
gettatagli sopra e che spargeva attorno le penne.
Gli armeggiatori, splendidi nella festa notturna illuminata da centocinquanta "doppieri", cio
grandi candelabri, erano i rampolli di alcune tra le pi insigni famiglie dell'oligarchia fiorentina del
tempo: due Della Luna, due Pazzi, un Portinari, un Boni, un Bonsi, un figlio di
Francesco Ventura, uno di Diotisalvi Neroni. Lo spettacolo era completato da un "trionfo di
notte", cio un carro allegorico decorato e probabilmente provvisto di fuochi d'artificio come in quei
casi era consueto.
Dopo giorni di meraviglie, la festa arriv infine alla conclusione: Gioved a d 5 detto in Firenze
si part il conte di Pavia, figliuolo del duca di Milano e ritorn a Bologna a ritrovare le genti sue. Feceli
la Signoria e la Comunit un gran dono d'arienti lavorati e partissi con gran benevolenza di tutto il
popolo.
Item detto d in Firenze il papa cant la Messa solenne in Santa Maria Novella.
Preso dal bisogno di sensibilizzare gli animi alla crociata, forse Pio secondo non se ne rese del tutto
conto: ma quella gran festa non era stata dedicata n a lui n, in fondo, al giovane conte. O almeno, non
solo a loro: la citt celebrava il debutto sulla scena pubblica di quel giovanissimo personaggio destinato
a giocare un ruolo dominante negli equilibri della politica cittadina. Lorenzo di Piero, nipote di
Cosimo, aveva allora poco pi di dieci anni - era nato esattamente il primo gennaio del 1449 - ed 
possibile che la giovane et e la potenza di Galeazzo Maria apparissero di eloquente buon auspicio
anche per il fanciullo della famiglia de' Medici, ch'era stato il
"messere della festa".
Poco tempo dopo, anche se l'identificazione non  univoca, il pittore Benozzo Gozzoli lo
avrebbe ritratto in termini idealizzati, rappresentanti in realt il Genio della stirpe medicea abbigliato
nei sontuosi abiti d'argento del giovane mago Gaspare: forse gli stessi che Lorenzo aveva o avrebbe da
allora per alcuni anni indossato in occasione della "festa dei Magi", alla vigilia dell'Epifania.
Santi e padrini-padroni
Il debutto pubblico del giovane Lorenzo era stato dunque circondato da un fasto spettacolare in
un'occasione che non avrebbe potuto essere pi solenne, ma ch'era stata concepita in modo da non
violare tradizioni e non creare, per cos dire, materia di scandalo. Le armeggerie, infatti, venivano
celebrate di frequente per festeggiare l'ingresso in citt di personaggi importanti, ma anche per onorare
singole persone, specialmente le donne alle quali erano dedicate le prodezze delle brigate che andavano
"in pi luoghi per Firenze, ciascuno alla dama sua": per citare casi
cronologicamente prossimi, nel Carnevale del 1464 Bartolomeo Benci ne avrebbe celebrata
come vedremo una bellissima per Marietta di Lorenzo Strozzi, mentre Bernardo di Giovanni di Paolo
Rucellai ne avrebbe organizzata un'altra nel 1466 per omaggiare la sua sposa, Lucrezia di Piero de'
Medici detta Nannina, sorella di Lorenzo e di Giuliano, nel giorno delle loro nozze.
Si trattava con ogni evidenza di un gioco per l'alta societ come le danze, le cacce e le giostre,
manifestazioni tipiche della cultura signorile tardomedievale che non erano mai puro divertimento ma
servivano bens a dichiarare un'identit e a rimarcare l'appartenenza a uno status; e pi fastoso e
costoso era l'apparato, pi chi l'organizzava ne riceveva lustro e prestigio sociale.
Del resto i Rucellai, i Benci e gli Strozzi appartenevano tutti al patriziato urbano e con essi i
Medici erano imparentati: la madre di Lorenzo e di Giuliano, Lucrezia Tornabuoni, proveniva a sua
volta da una della pi antiche e illustri famiglie fiorentine. Eppure il Magnifico, tanti anni dopo
l'evento del 1459, quando ormai il suo dominio era totale e indiscusso, avrebbe detto di se stesso: "Io
non sono signore di Firenze, ma cittadino con qualche auctorit", e ammonito cos suo figlio Piero:
"poich per esser mio figliuolo, non sei per altro che cittadino di Firenze, come sono ancor loro" .
Lo stesso atteggiamento di modestia e di prudenza formale era l'ordinario costume del padre
Piero de' Medici cos come del nonno Cosimo, gi banchiere di papa Martino quinto, cui la Signoria
avrebbe tributato post mortem il titolo di "Padre della Patria" per i suoi alti meriti civili: se
ufficialmente essi potevano dirsi cittadini al pari degli altri, anzi meno importanti di tutti coloro che
rivestivano qualche incarico nelle magistrature urbane, in concreto la loro influenza e il loro prestigio,
articolati in un complesso sistema di clientele, andavano ben oltre i poteri effettivamente detenuti dalle
pi alte cariche cittadine.
Molto pi dei titoli e delle funzioni, comunque, parlano i fatti: e certe fonti sono, con tutte le
riserve e le prudenze del caso, molto attendibili. In particolare i carteggi privati e tutta la
documentazione che, in quanto destinata a trasmettere comunicazioni riservate, non subisce il filtro
deformante dell'ipocrisia ufficiale cui deve sottostare il linguaggio dei
documenti pubblici. Cos vediamo che il 3 settembre 1465 gli anziani e il gonfaloniere di
giustizia di Fucecchio, cittadina del Basso Valdarno tra Firenze e Pisa, radunati insieme con un certo
numero di concittadini eminenti per scegliere la persona che avrebbe rivestito le due importanti cariche
di cancelliere e di "notaio del danno dato", cio una specie di
"difensore civico", stabilirono che la scelta dovesse venir affidata all'allora sedicenne Lorenzo
di Piero de' Medici. Gli spedirono quindi un messo; due settimane dopo, Lorenzo rispose:
Al presente vi mando il cancelliere che io vi intendo dare, il quale  ser Mariano da Pistoia,
persona sufficientissima in qualunque degnia cancellaria, sich ve lo raccomando in qualunque sua
occorrentia, s per esser lui persona da bene et s per amore mio, ch  tutto di casa nostra.
La risposta del giovinetto, nello specificare che l'uomo prescelto era fedelissimo ai Medici ( 
tutto di casa nostra), mostra con icastica semplicit come funzionasse il sistema delle clientele, la rete
delle fedelt e delle obbedienze che Piero e Cosimo avevano edificato in Firenze nei decenni
precedenti: in breve, quali fossero le fondamenta sociali ed economiche sulle quali si reggeva la loro
"criptosignoria". Dare lavoro a chi ne  sprovvisto, raccomandare una persona per un certo incarico
pubblico o magari un beneficio ecclesiastico, ma anche fare beneficenza a gente di nobile lignaggio
caduta in povert, erano tutti modi per legare a s un sistema di persone, di famiglie, capace di radunare
attorno al "benefattore"
ampio consenso, stima sociale, senso di obbligazione, e pertanto, potere de facto: tutte queste
cose entrano in quel concetto di "auctorit" che Lorenzo attribuir alla sua persona.
Questa forma di "padrinaggio" (detto con anacronistica libert, a indicare appunto qualcosa di
pi che non un semplice patronato) non era certo un'invenzione dei Medici, bens un metodo di vecchia
data attraverso il quale le famiglie dominanti assumevano ed esercitavano il loro ruolo egemone in un
quadro sociale che, come quello fiorentino, mal sopportava chiunque desse l'impressione di voler
esplicitamente egemonizzare o mettere in ombra le istituzioni comunali. Chi avesse osato comportarsi
in tal modo sarebbe stato immediatamente tacciato di violazione della Florentinorum libertas, e
sospettato se non addirittura accusato di aspirare alla tirannia.
Quando ci si trovava dunque in posizione prominente era necessario agire con prudenza e
discrezione, come del resto gli esempi civili tratti dall'antica storia greca e romana raccomandavano:
cos Forese Sacchetti, verso l'anno 1400, si era mostrato generoso nei confronti di molte persone in
difficolt, che vedevano in lui un vero e proprio "santo in Paradiso" nel senso pi letterale del termine.
Il mittente di una lettera nella quale gli si chiedeva un certo favore cos si esprimeva:
se questo mi farai, potr dire che tu sia per me il padre, el figlio e llo spirito santo e a tte sar
sempre e a ttua famiglia fedele e obrigato.
Pochi anni pi tardi un altro esponente dell'oligarchia fiorentina tre-quattrocentesca, Guido del
Palagio, si sarebbe dimostrato un benefattore ancora pi generoso di lui. Egli era attorniato da una tale
riconoscenza che Buonaccorso Pitti lo definiva l'uomo pi rispettato e influente della citt nel suo
tempo. Gli esempi tratti dal periodo del governo oligarchico fra 1382 e 1434 sarebbero numerosissimi:
e avrebbero come protagonisti personaggi dei casati dei Ricci, degli Alberti, degli Strozzi, degli
Albizzi.
Cosimo de' Medici e poi suo figlio Piero avevano praticato ampiamente lo stesso metodo
utilizzando anche lo strumento di istituzioni caritatevoli come la Compagnia dei Buonomini di San
Martino, una confraternita che si occupava in particolare di aiutare i "poveri vergognosi", vale a dire i
membri di famiglie aristocratiche impoverite che avevano onta dello stato nel quale erano ridotti e
andavano quindi soccorsi con speciale discrezione, in modo da poter mantenere la loro dignit.
Ecco ad esempio il soccorso fornito in data incerta a una ragazza senza dote ( isventurata
tapinella) di casa Ubertini, una consorteria che nella Toscana di Dante aveva avuto un ruolo di primo
piano. Decidere a chi dare e a chi non dare poteva formare un autentico programma di governo
sotterraneo, nel quale la leadership a livello sociale restava nascosta dietro i nomi insoliti con cui i
destinatari di questi favori chiamavano i loro patroni: non solo uomo da bene, ma gran maestro, e
ancora pi notevole, maestro della bottega, il che naturalmente equivale a "padrone".
Per i pi colti, in quegli anni nei quali ci si avviava alla piena civilt umanistica, Cosimo poteva
incarnare il modello dell' optimus civis come lo aveva descritto Cicerone; ma la gente comune, che di
cultura antica poco o
nulla sapeva, aveva modi pi spiccioli e al tempo stesso eloquenti per esprimere l'accettazione
del suo primato. Vediamo cos come nel corso dei decenni, ma specialmente dopo il 1460, nei
documenti si ispessisca l'alone di "santit" della famiglia Medici, vista come capace di compiere sul
serio "miracoli" per sovvenire alle necessit dei suoi devoti: ed ecco che con linguaggio penitenziale
Smeralda, moglie di Francesco di Nerone, avrebbe chiesto perdono per suo marito perch era un
"misero pecchatore", mentre Lorenzo era "figliolo del padre della misericordia e della piet".
In questo contesto Lucrezia Tornabuoni, moglie di Piero e attivissima nell'aiutare e nel
raccomandare,  spesso paragonata nel suo ruolo di mediatrice alla Vergine Maria, dispensatrice di
grazie cui si rivolgono i bisognosi; anni dopo, quando il rapporto circolare tra protezione, favore,
dedizione e clientelismo si sar consolidato e tradotto in pratica civile e di governo, Giovanni
Tornabuoni, zio di Lorenzo oser scrivere addirittura:
"Io  Dio in cielo e vostra Magnificenza in terra".
Ma gi prima, nel 1467, il cronista Benedetto Dei definiva il regime dei Medici come "governo
santo", bench in una lettera riservata a suo fratello Miliano esprimesse un parere pi libero e sincero,
coniando o pi probabilmente riecheggiando una massima che, grazie al ritmo e alla rima, suona come
un minaccioso proverbio politico:
chi non si volta alla croce non si pu salvare, e cos dich'io e  detto e dir: chi non si volta a
esser colle palle - gli fie rotto la testa e le spalle.
Anche i santi, del resto, se offesi s'inquietano; e della loro ira bisogna aver paura.
Cavaliere e gentiluomo
In quanto promotore della fastosa armeggeria del '59, Lorenzo si era mostrato chiaramente nel
ruolo di signore: i partecipanti al gioco erano tutti membri di famiglie patrizie ed erano stati invitati a
banchetto, come suoi ospiti personali in quanto amici e sostenitori della sua famiglia, nella nuova casa
Medici edificata da Michelozzo a due passi dal battistero e da San Lorenzo, i due simboli pi forti
dell'identit cristiana e cittadina di Firenze.
Di sicuro impatto era stata anche la scena finale dell'evento, un trionfo di Cupido nel quale
Lorenzo occupava il ruolo di capo della "brigata", celebrato in versi come "un giovanetto assai virile /
giovan di tempo e vecchio di sapere".
Era stato, quello, un inequivocabile debutto in societ con tutti i crismi della leadership. Alla
riuscita aveva contribuito, accanto alla sua, la presenza dell'altro giovanissimo personaggio, di pochi
anni pi anziano di lui: il rampollo della casa ducale milanese ch'era ormai, e lo sapevano tutti, la
potente alleata di Firenze. Per stringere quell'amicizia politica con Francesco Sforza, Cosimo aveva
inaugurato un vero e proprio
"rovesciamento delle alleanze", abbandonando quella con Venezia ch'era tradizionale fino dai
tempi della lotta antiviscontea.
I duchi di Milano erano gi in precedenza stati ospiti a Firenze in qualit di graditissimi amici,
tanto della Signoria quanto a titolo personale di Cosimo: si era anche allora voluto solennizzare il loro
arrivo con spettacoli pubblici che comportavano prodezze di cavalieri ed erano pertanto consoni al
prestigio di quella che ormai veniva considerata a tutti gli effetti come una delle principali casate
dell'oligarchia dominante.
Il 17 ottobre nel 1435 si era tenuta difatti nella grande piazza antistante la basilica francescana
di Santa Croce una giostra in onore di Francesco Sforza, ancora lontano dal dominare sulla Lombardia,
ma condottiero illustre ed amico di Cosimo; quest'ultimo era appena tornato dall'esilio trascorso a
Venezia e aveva sgominato i suoi avversari guidati da Rinaldo degli Albizzi. Nel medesimo luogo se
ne tenne poi un'altra nel 1465, combattuta dai suoi uomini d'arme. Cosimo era morto da appena un
anno, Francesco Sforza lo avrebbe seguito un anno dopo: ma l'alleanza sforzesco-medicea teneva bene.
Oltre che potentissimi alleati, gli Sforza avevano rappresentato per Cosimo e continuavano a
rappresentare per suo figlio Piero anche un modello da seguire per orientare i destini della famiglia.
Erano difatti scaturiti da umili origini "popolane" assurgendo poi al ducato grazie a un matrimonio
vantaggioso: il loro capostipite duecentesco Muzio Attendolo era un agiato borghese di campagna,
forse un mugnaio proprietario d'una certa quantit di terre a Cotignola presso Lugo di Romagna. Un
nipote che portava il suo stesso nome, figlio di Giovanni Attendolo, si fece valere
come capitano di ventura, cio mercenario, meritando il soprannome di Sforza: ovvero non solo
"il forte", ma "quello che viola", che "soggioga".
Tale epiteto suggerisce diverse forme di violenza; se pu sembrare strano di vederlo usato in
senso onorifico, va ricordato che il mondo medievale aveva della violenza un concetto ambivalente:
essa costitu il connotato specifico del ceto aristocratico per un lungo arco di tempo durante il quale,
prima dell'avvento delle armi da fuoco, la guerra era ferma portatrice di una cultura, di un'etica, di
un'estetica e perfino di una ritualit sue proprie.
Il nome-soprannome "Sforza", divenuto cognome, era passato nel tempo a Francesco
(1401-1466), condottiero al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti; nel 1423, per cogenti
ragioni di opportunit politica e anche perch Filippo Maria non aveva eredi maschi, le nozze di
Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti avevano segnato la consacrazione dinastica della famiglia.
Le origini dei Medici erano altrettanto dimesse di quelle degli Sforza: la famiglia proveniva da
una schiatta di agiati imprenditori che nell'area nordorientale della Toscana, il Mugello, vivevano dei
proventi della manifattura laniera. Inurbati gi nel Duecento, si erano distinti in Firenze per aver dato
alla citt alcuni gonfalonieri di giustizia, detentori cio della pi alta carica tra le magistrature cittadine
del "Comune delle Arti".
L'ascesa degli Sforza era stata senza dubbio per Cosimo de' Medici un modello da seguire: ma
fatte le debite distinzioni e, soprattutto, nei dovuti tempi.
La vera differenza tra le due famiglie, non solo a livello formale, risiedeva nel loro
inquadramento sociale in rapporto alla rispettiva storia delle diverse regioni nelle quali si erano
affermate.
Gli Sforza avevano percorso attraverso il "mestiere delle armi" la loro carriera nobilitante che li
aveva condotti a ereditare il blasone visconteo, reso illustre dalla dignit di duchi e dalla funzione di
vicari imperiali; i Medici, cittadini di un libero Comune che aveva progressivamente allontanato da s e
battuto in breccia orpelli nobiliari e aspirazioni aristocratiche (quelle che fra Due e Trecento si erano
qualificate come"magnatizie"), si erano anzi orgogliosamente detti "di popolo", e durante gli ultimi decenni del quattordicesimo
secolo avevano risalito con abilit e prudenza gli
strati subalterni della societ fiorentina. Di quei "gradini bassi" si erano serviti per la loro
scalata al potere: dapprima entrati nel ristretto nvero delle casate oligarchiche che avevano superato la
crisi degli anni Settanta-Ottanta del Trecento - il "tumulto dei Ciompi" e l'incerta fase sociopolitica
che gli era tenuta dietro -, erano quindi riusciti a prevalere eliminando l'una dopo l'altra le aspirazioni
delle famiglie avversarie come Alberti e Ricci prima, Albizzi e Strozzi poi.
Tutto ci rendeva molto problematico, in Firenze, il parlare di "nobilt", un concetto che aveva
ricevuto definizioni oscillanti nel corso del tempo: e i poeti del Dolce Stil Novo, ch'erano spesso anche
uomini impegnati nelle lotte politiche della loro epoca, avevano indicato semmai la nobilt personale -
non quella genealogica - con i termini qualificanti di
"cortesia" e di "gentilezza" (un termine peraltro, quest'ultimo, desunto appunto dal latino gens,
nel senso anche d'illustre casato). Il concetto era stato riassunto da Dante, sulla scorta di Giovenale,
come un primato morale ( nobilitas animi sola est atque unica virtus) nel quale era la virt il vero
segno di elezione nella societ.
Pi pragmaticamente, a livello delle idee diffuse circolanti nella Firenze del Quattrocento, e in
fondo condivise tra membri delle famiglie oligarchiche e gente di pi comune origine, si era fatto
strada un sentire diverso: in esso contava non poco la ricchezza, ma contavano al tempo stesso anche il
prestigio e un genere di vita che, adottato magari da famiglie che dovevano la loro fortuna all'attivit
bancaria, commerciale o imprenditoriale (nell'mbito della produzione dei tessuti di lana e pi tardi
anche di seta), continuava a fondarsi anche sulla detenzione di ricche dimore cittadine e di vasti
possessi terrieri.
Ma tale condizione comportava altres, appunto in termini di genere di vita - e ben oltre
l'antichit del casato, che si poteva in qualche modo acquisire anche mediante un'adeguata politica
matrimoniale -, l'adozione di modi e di costumi "cavallereschi". Al tempo di Dante, la "gente nva",
quella dei "sbiti guadagni", aveva ad esempio individuato nella detenzione a titolo ereditario della
dignit cavalleresca uno dei segni d'appartenenza a quel ceto dei potentes ai quali doveva essere
addirittura vietato l'accesso alla vita politica. Ma circa un secolo e mezzo dopo le cose, a Firenze e in
Toscana non meno che nel resto d'Italia e in Europa, erano
molto cambiate.
Nel Settentrione e in parte anche nel Centro della penisola le istituzioni cittadine si erano andate
evolvendo nei termini delle signorie, che almeno formalmente mantenevano ancora un qualche legame con le istituzioni
"popolane", e quindi dei principati, che necessitavano della sanzione d'un potere
"universalistico" (il papa o l'imperatore). Tanto al di l delle Alpi quanto nel Meridione italico si erano invece andate affermando
"monarchie feudali" di cui una, la francese, aveva sino dal primo Trecento sancito con forza la natura superiorem non recognoscens del suo potere. A quel punto il concetto di nobilt si avvicinava
molto a quella definizione pratica ma lapidaria che ne aveva fornito l'imperatore Federico secondo: "antica ricchezza e belli costumi".
A Firenze, la radicata fierezza repubblicana impediva che si parlasse di "nobilt", salvo che in termini di una virtus che gi gli stilnovisti avevano collegato alle
stelle; e d'altronde gli umanisti insistevano nel contrapporre la virtus alla fortuna.
Ma le famiglie che da generazioni si erano impadronite del potere e della sua pratica, con il
tempo ne avevano assunto anche i segni: nella Firenze del Quattrocento i nipoti e i pronipoti dei
mercanti ostentavano insegne araldiche, correvano nelle giostre e nei tornei e, per quanto notoriamente
e quasi proverbialmente non fossero n granch abili n granch valorosi in guerra, eccellevano nelle
armeggerie cavalleresche e nelle cacce.
Nell'Europa dei secoli precedenti, almeno a partire dall'anno Mille, un sicuro indicatore di
nobilt era il fatto di aver ottenuto l'addobbamento cavalleresco, o come si diceva, il "cingolo militare"
durante una cerimonia che poteva essere pi o meno fastosa secondo le circostanze e le tasche di chi
diventava cavaliere; oggetto e protagonista di riti solenni, il nuovo miles entrava con l'addobbamento
in un' lite guerriera, una casta con tradizioni proprie, e poteva trasmettere con fierezza tale dignit
appena assunta ai suoi eredi: nel Paradiso, Dante ricorda e celebra le proprie radici cavalleresche nate
con il suo antenato Cacciaguida, che sarebbe stato addobbato dal "re dei Romani" Corrado terzo per meriti militari:
poi seguitai l'imperator Currado,
ed el mi cinse della sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.
Quel ch'era accaduto a Cacciaguida, ricevere il cingulum militiae dall'imperatore, costituiva il
sogno di ogni aspirante alla cavalleria, la via pi nobile e ambita: significava ottenere tale onore dalla
massima autorit nel senso che noi moderni comunemente attribuiamo a tale termine: ci avveniva
perch la "regalit sacra" fatalmente trasmetteva il suo carisma attraverso i riti dell'investitura feudale e
della vestizione cavalleresca.
Fino dal dodicesimo secolo la dignit cavalleresca aveva preso a venir considerata ereditaria e
successivamente, nella stessa Italia dei Comuni, anche le istituzioni cittadine avevano cominciato a
concedere il cingolo militare, spesso addirittura con prodigalit: alla fine si facevano cavalieri anche
cento giovani alla volta, in cerimonie ora solenni ora sommarie, attingendo in gran parte alle famiglie
borghesi pi ricche. Questi milites civitatis, o addirittura milites populi, che in qualche caso le fonti
distinguono dai consueti milites (o gentiles homines), cio quelli nati da schiatta militare, potevano
essere anche valorosi e spesso ben equipaggiati, insomma non si distinguevano nella sostanza dai
giovani che avevano avuto gli antenati cavalieri. D'altronde, l'evoluzione dell'arte della guerra e le
dinamiche sociali avevano creato un progressivo scollamento tra la dignit cavalleresca
- sovente ritenuta necessaria per il conseguimento di certi uffici pubblici - e la pratica militare.
Il caso italiano appariva sui generis nel panorama europeo, per via della sua fortissima e
inusitata fluidit sociale. Alla met del dodicesimo secolo Ottone di Frisinga, sceso in Italia al seguito del
nipote Federico Barbarossa, notava incuriosito che i Comuni lombardi concedevano l'addobbamento
cavalleresco a gente "meccanica", cio dedita alle professioni artigianali: cosa che in Germania, come
pure in area francese, sarebbe stata inammissibile. Nel 1209 l'imperatore Ottone quarto considerava veri
cavalieri, perci esentati dal pagare la tassa detta "fodro", solo quelli nati da stirpe militare, mentre
nella Assisi dello stesso anno il giovane Giovanni figlio del ricchissimo mercante Pietro Bernardone, detto Francesco a causa della sua passione per le chansons de geste e la cultura francese, adottava in tutto lo stile di vita dei suoi coetanei aristocratici e ambiva alla cintura cavalleresca che avrebbe "nobilitato" tutta la sua famiglia.
La citt di Firenze era piuttosto all'avanguardia, in questo processo, dato che nell'anno 1231 aveva inviato a San Gimignano un suo ambasciatore che era al tempo stesso miles e calzolaio, mentre
nella Francia di fine secolo Filippo terzo l'Ardito (re dal 1270 al 1285) e suo figlio, il pi noto Filippo quarto il Bello (re dal 1285 al 1314), suscitavano le proteste della nobilt di sangue perch
occasionalmente avevano concesso il cavalierato a uomini di estrazione borghese che si erano distinti per meriti particolari nei confronti della corona.
Fra Tre e Quattrocento, le distinzioni cavalleresche erano state complicate dall'istituzione di
"Ordini di corte" che seguivano una moda diffusa ma al tempo stesso avevano la funzione di
raccogliere attorno ai sovrani un sostanzioso numero di sudditi potenti e influenti. Anche la guerra e la
sua gestione mercenaria in senso imprenditoriale avevano influito sulla selezione operata dai nuovi
padroni, mentre si stava intanto affermando la nuova dimensione dello "stato territoriale" che riuniva,
attorno a una citt "dominante", un certo numero di comunit soggette, spesso a loro volta floridi centri
urbani.
La scalata sociale degli Sforza, in breve, non aveva niente di straordinario; n appariva
rivoluzionario il fatto che per mezzo di un colpo di stato avessero conseguito il dominio familiare su
Milano e il suo ducato.
L'esperienza dell'Aurea Repubblica Ambrosiana era durata solo tre anni, dal 1447 al 1450: un
fugace quanto fallimentare tentativo di dar vita a un governo repubblicano perpetrato da un pugno di
nobili e di giuristi dell'universit di Pavia. I popoli lombardi non sentivano come propria questa forma
di governo, e Francesco Sforza, chiamato in aiuto per difendere la citt dall'aggressione dei potentati
limitrofi, facilmente se ne impadron ripristinando il potere ducale.
Il principato dei Visconti, durato dal 1277 al 1447, dopo l'intervallo repubblicano sfoci in
quello sforzesco nel modo che sembr il pi
"naturale" possibile: cio per quella via matrimoniale attraverso la quale si perpetuava un diritto
dinastico garantito addirittura dal permanere delle medesime insegne araldiche ("la Vipera, ch'el
Melanese accampa", come la definisce Dante).
Ma quel che a Milano era stato relativamente facile perch in fondo assecondava tendenze e
desideri dei ceti dirigenti, a Firenze si rivelava un azzardo molto rischioso, da evitare a ogni costo.
Un privato cittadino
Le istituzioni comunali fiorentine si erano affermate prestissimo: e - per quanto il Comune
fosse in realt sempre stato un'oligarchia guidata da fazioni entro le quali una o pi famiglie
imparentate la facevano da padrone
- si respirava in tutte le vie un'aria di libert che ben presto, gi a partire dal dodicesimo secolo, si prese
a interpretare sul modello di Roma repubblicana, corroborato e integrato dalle storie mitiche sulle
origini della citt. Nel biennio fra 1293 e 1295 gli "Ordinamenti di Giustizia" promossi da Giano della Bella avevano indicato nel possesso della dignit cavalleresca uno degli elementi che concorrevano a
configurare la condizione magnatizia, in virt della quale si veniva esclusi da alcuni aspetti e da talune
funzioni della vita pubblica: per questo motivo molti personaggi di rango militare, tra cui lo stesso
Dante, si iscrissero alle Arti appena il "temperamento degli Ordinamenti", nel 1295, consent anche ai
membri del ceto magnatizio, a certe condizioni, di accedervi.
Gli Ordinamenti erano stati dettati da ragioni di prudenza, di tutela dell'ordine pubblico: anche
a Padova, un Comune dove la milizia aveva una forte componente di origine popolana, ci si preoccup
di marginalizzare le famiglie magnatizie perch erano politicamente poco affidabili.
L'esclusione da certe cariche del resto non comportava l'emarginazione dalla vita politica: al
contrario, bisognava essere cavalieri per accedere ad uffici quali quelli di podest o di capitano del
popolo in citt diverse dalla propria. Inoltre la stessa istituzione comunale offriva una scappatoia per
accedere al prestigioso onore cavalleresco senza per questo dover subire le sanzioni delle leggi
antimagnatizie: i milites pro Communi, ovvero cavalieri addobbati dal Comune anzich da un signore o
un regnante; poi si ebbero come gi sappiamo addirittura anche milites populi, "cavalieri del popolo",
e addirittura cavalieri addobbati a cura della "Parte Guelfa".
In circostanze di particolare tensione politica, inoltre, anche i ceti popolano-subalterni erano
stati promotori di nuovi cavalieri: si possono ricordare i due casi emblematici dell'addobbamento
concesso dal Comune nell'aprile del 1376, nel contesto della guerra contro il legato pontificio, ai
componenti della magistratura degli "Otto della Guerra" (gli "Otto Santi") e dei 67 cavalieri creati, in
apparenza alla rinfusa, il 20 luglio del 1378 dai Ciompi, i salariati delle manifatture laniere che
attraverso la rivolta erano
riusciti a imporsi nelle magistrature cittadine, ottenendo che un loro esponente, Michele di Lando, diventasse gonfaloniere di giustizia.
Nel primo caso, per i nuovi cavalieri si confezionarono scudi e pennoncelli caricati delle armi araldiche di ciascuno di essi, alle quali era aggiunto il signum armorum Libertatis Communis
Florentiae, che gli addobbati e i loro discendenti in linea maschile avrebbero potuto da allora in poi liberamente inalberare.
Quanto agli insigniti della dignit cavalleresca da parte dei Ciompi, quelli di loro che intendevano mantenerla si trovarono il 18 ottobre 1378 sulla piazza dei Signori vestiti di abiti verdi, come si addiceva ai cavalieri novelli, e l ciascuno di loro ricevette una targa e un pennone caricati dell'arme del Popolo, la croce vermiglia in campo d'argento. La Parte Guelfa s'impegnava dal canto suo dispendiosamente a celebrare addobbamenti, dei quali si atteggiava a gelosa custode. I suoi colori - l'argento del campo dell'insegna, il vermiglio dell'aquila coronata del giglio (e dalla testa rivolta verso
sinistra, al contrario di quella imperiale), il verde del drago da essa stretto negli artigli -, sembrano da
allora signoreggiare nelle feste cavalleresche fiorentine ed entrar sempre pi spesso sia nell'araldica,
sia nell'emblematica. Un elmetto "tutto fornito d'ariento dorato, sue penne rosse, e bianche, e verde",
fu l'"onore", vale a dire il premio in palio, d'una giostra celebrata il 31 ottobre 1406 per festeggiare la
presa di Pisa: un episodio militare che venne sottolineato con speciale intensit da cerimonie di tipo cavalleresco.
Il moralista Franco Sacchetti cercava di ordinare questa pluralit di fisionomie cavalleresche
individuandone le differenze:
In quattro modi son fatti cavalieri, o soleansi fare, che meglio dir: cavalieri bagnati, cavalieri
di corredo, cavalieri di scudo e cavalieri d'arme. Li cavalieri bagnati si fanno con grandissime
cerimonie e conviene che siano bagnati e lavati di ogni vizio. Cavalieri di corredo son quelli che con la
veste verde-bruna e con la dorata ghirlanda pigliano la cavalleria. Cavalieri di scudo son quelli che son
fatti cavalieri da' popoli e da' signori e vanno a pigliare la cavalleria armati e con la barbuta in testa.
Cavalieri d'arme son quelli che nel principio delle battaglie o nelle battaglie si fanno cavalieri.
Queste distinzioni appaiono in realt piuttosto artificiose, per quanto s'impegnino a ricostruire accuratamente una casistica di addobbamenti che potevano in qualche modo venir officiati a seconda delle circostanze e - forse soprattutto - delle tasche degli addobbati. Altre fonti usano inoltre altre qualificazioni, parlando di cavalieri "banderesi" o "della banda", di "baccellieri", di "cavalieri d'elmo" e di "cavalieri di cavallata": esse riguardano tuttavia non
tanto la dignit cavalleresca, quanto il rapporto tra cavalieri ed effettivo esercizio delle armi. Fra Due e Trecento i due mbiti andarono divaricandosi fra loro: l'uso del termine miles pass via via a indicare
una distinzione soprattutto civile, specie da quando si diffuse la decorazione cavalleresca collegata ai
cosiddetti "Ordini di corte", che come gi accennato divennero sempre pi frequenti dalla seconda
met del Trecento in poi.
L'onore e il fasto cavalleresco erano del resto uno dei connotati tanto estetici quanto politici
delle signorie cittadine. Vieri de' Cerchi, Corso Donati, Betto Brunelleschi, Carlo di Calabria, Gualtieri
di Brienne, Rinaldo degli Albizzi sono solo alcuni fra i personaggi di maggior rilievo che in un modo o
nell'altro si possono considerare i "signori mancati" di Firenze: di queste pietre  lastricato il cammino
verso la "signoria tardiva" medicea.
La cultura proveniente dalla Francia, dalla Borgogna, da Napoli, dalla stessa Europa centrale e
dalle grandi e meno grandi corti principesche d'Italia, a partire da quella dell'alleata Milano
sforzesca, era intrisa di valori cavallereschi ai quali le classi dominanti si uniformavano nel gusto e
nei comportamenti; se volevano figurare tra gli altri potenti del panorama europeo, i Medici, in qualche
modo visti come parvenus, erano obbligati a far propria una cultura cavalleresca che sulle prime era stata appannaggio prevalente, semmai, dei loro principali avversari, gli Albizzi, e pi tardi degli
Strozzi.
In breve, gli uomini della famiglia Medici avrebbero sicuramente guadagnato molto in prestigio
rispetto ai loro interlocutori italiani ed esteri, se avessero ottenuto la dignit cavalleresca; ma come
fare, per raggiungere lo scopo senza interrompere la cauta politica del low profile mantenuta per tanto
tempo?
In punto di morte, Cosimo aveva lasciato a Piero queste parole, come suo testamento spirituale
e monito per il futuro: "el non se po' governare un populo como se governa un particulare signore".
Egli intendeva con ci
affermare che i Medici dovevano ancora tener conto dell'opinione pubblica e rispettare la
legalit repubblicana, per quanto tutto ci fosse ormai un fatto soprattutto formale.
Pi che "gentiluomo", anche Lorenzo insisteva sul voler esser chiamato
"uomo da bene" fra altri uomini da bene: una definizione assolutamente ambigua, specie se si
considera che il suo omologo francese, prudhomme, era il termine pi corrente da secoli nella lirica di
area francese per indicare il cavaliere e l'aristocratico. Come gi suo padre e suo nonno, egli scelse fino
dalla giovent di essere principe senza figurar come tale, lasciando d'altronde che tutti comprendessero
il suo ruolo effettivo grazie a chiarissimi segnali inviati attraverso altre vie.
La "Cavalcata dei Magi".
Sotto le finestre della nuova casa dei Medici e sotto gli occhi di alcuni nobili alleati della
repubblica di Firenze, in quella memorabile primavera 1459, con un mirabile gioco di sottintesi si era
reso omaggio al nipote di Cosimo, che gi appariva candidato a succedere al nonno: pi di quanto non
lo fosse suo padre Piero detto il "Gottoso", malfermo tanto di carattere quanto di salute. Con
l'occasione si festeggi anche la nuova dimora della grande famiglia, il palazzo michelozziano da poco
eretto e non ancor terminato; nelle sue fastose stanze si respirava un'atmosfera assolutamente
aristocratica, un'aura cavalleresca molto intensa, dove la trama delle allusioni raggiungeva il culmine
nel locale pi splendido, la cappella dedicata all'Epifania.
Esistevano gi cappelle nei palazzi pubblici: ma quella medicea fu la prima a venir consacrata
in una privata dimora. Era dedicata all'Epifania e quindi ai tre misteri evangelici che in quella solennit
venivano evocati: l'adorazione dei Magi, il battesimo di Ges e la trasmutazione dell'acqua in vino
durante le nozze di Cana. L'Agnello apocalittico, adagiato sul Libro chiuso dai sette sigilli pendenti,
vegliava sull'ingresso.
La decorazione del piccolo ma prezioso ambiente fu affidata a Benozzo Gozzoli, il quale, come
gi accennato, ritrasse il giovane Lorenzo nel celebre affresco della Cavalcata dei Magi, nel ruolo del
Mago di giovane et all'interno del corteo dei tre sovrani e delle nobili e scelte persone che li
accompagnavano verso la culla del Re dei Re; anche questo dava un
evidente segnale politico, poich sul piano iconografico non si poteva immaginare un contesto pi aristocratico.
L'artista, affrescando quelle pareti, si era impadronito con poche varianti delle sontuose vesti di
cui Gentile da Fabriano aveva abbigliato i suoi Magi nella pala dell' Adorazione dipinta su
commissione degli Strozzi: i Medici erano difatti, intanto, succeduti agli Strozzi come patroni della
Compagnia dei Magi, l'associazione cui spettava il compito di organizzare quella che, nella Firenze
quattrocentesca, era forse la pi splendida e significativa festa cittadina. Anche questa scelta, come
molte altre, aveva un intenso senso politico che non mancava di dare alla comunit un discreto quanto
chiaro segnale di egemonia.
Le citt medievali vivevano di feste e di rituali pubblici, nei quali il popolo e le istituzioni si
identificavano in quanto comunit, oltre che celebrare se stessi. Giovanni Villani richiama i cmpiti
fondamentali, o almeno in apparenza tali, delle "brigate" collegandoli all'organizzazione di giochi e di
spettacoli. Ricordando quella guidata da un "Messere dell'Amore", scriveva nel 1283:
(...) non s'intendea se non in giuochi, e in sollazzi, e in balli di donne e di cavalieri e d'altri
popolani, andando per la terra con trombe e diversi stormenti in gioia, e allegrezza, e stando in conviti
insieme, in desinari e in cene.
Se le confraternite devozionali curavano gli aspetti liturgici e quelli relativi alle espressioni di
piet religiosa cittadina, il lato profano era affidato a sodalizi o "brigate" di giovani provenienti dalle
famiglie pi in vista, di cui le fonti ci hanno tramandato i nomi, fascinosi e di sapore goliardico: le
compagnie dei Falchi, dei Leoni, della Tavola Rotonda, dei Tripudianti in Assisi, e a Firenze, la brigata
spendereccia di cui parla Dante e quella
"cortese" citata da Folgore da San Gimignano.
Questi gruppi si allenavano costantemente all'attivit militare, quindi potevano sviluppare
preoccupanti forme di violenza sul tessuto sociale: Bologna ricordava il caso di una brigata composta
da iuvenes nobiles malae conditionis, fra i quali c'era un membro della famiglia Asinelli, che
nottetempo, per imitare le gesta delle antiche brigate di iuvenes di Roma, avevano imperversato sulla
citt distruggendo parecchie botteghe. Dino Compagni del resto  esplicito, quando fa rimontare al Calendimaggio dell'anno 1300 lo scoppio delle ostilit tra Bianchi e Neri in Firenze, scaturite da ruggini
politiche di vecchia data cui le due bande giovanili dei Cerchi e dei Donati diedero sfogo dopo una
cena in comune, mentre la citt si preparava a celebrare il ritorno della primavera.
Come in altre citt, la vita a Firenze scorreva passando attraverso continue liturgie solenni e
spettacoli profani. Di mese in mese, c'era un autentico santorale laico e godereccio che andava in
parallelo con le solennit religiose.
Cos celebra la sua citt il cronista Benedetto Dei:
O romano, o napoletano, o viniziano, o milanese, o gienovese, o sanese, o ferrarese, o luchese, e
ogni altro italiano: fate paraone a dette chose e a detta citt fiorentina! ed eziando o levantino, o
soriano, o cipriotto, o rodigiano o ciciliano, o marchiano, o romagniatto! E sappiatemi rachontare
un'altra citt che vi si faccia la quarta parte di questo.
Forti della consapevolezza che chi dirige la festa domina lo scenario pubblico, e in esso pu
dare di se stesso la rappresentazione che desidera, Cosimo e Piero de' Medici avevano investito ingenti
risorse per rendere gli spettacoli pi frequenti e pi splendidi che in passato. Il criterio era quello,
antico e mai sconfessato dalla storia, del panem et circenses: non  difficile accattivarsi il consenso
popolare se si dispensano con prodigalit favori e divertimenti.
Scegliendo questa linea, del resto, la famiglia non attuava nessuna strategia innovativa,
ponendosi al contrario su una linea di continuit rispetto a quei gruppi familiari potenti che si erano
imposti a Firenze tra la fine del secolo precedente e gli anni Trenta del Quattrocento, dopo la
momentanea e fallimentare esperienza del governo "allargato" seguita alla rivolta dei Ciompi (1378), e
avevano assunto de facto la struttura di un'oligarchia.
Come rileva Paola Ventrone nel suo accurato studio sull'intreccio di finalit sottese alle grandi
feste cittadine,
il nuovo reggimento oligarchico, sostenuto da alcune fra le pi facoltose casate della citt e
guidato inizialmente da Maso degli Albizzi, poi dal figlio Rinaldo insieme a Niccol da Uzzano, intese,
infatti, mettere a punto un organico progetto comunicativo che, con forme e strumenti appositamente
selezionati e predisposti, fosse in grado di propagandare, presso i cittadini, l'ideologia repubblicana
sottesa alla sua istituzione. Lo scopo di questa operazione fu, da un lato, di contribuire a
legittimare agli occhi della popolazione il nuovo e pi autoritario assetto governativo, e
dall'altro di approntare uno strumento di educazione civile e religiosa per la collettivit.
Il dominio mediceo restava nello stretto mbito privato: e in esso si radicava tanto
profondamente che, stando alle fonti, non si celebrava un matrimonio tra persone di famiglie che
avessero un qualche peso sociale senza passare attraverso il loro benestare. I matrimoni creano legami,
stringono alleanze, determinano strategie patrimoniali - la prossimit lessicale di "patrimonio" e
"matrimonio"  rivelatrice -, e la formazione di vincoli sociali ostili o comunque sgraditi alla casa
doveva essere accuratamente scongiurata.
Ma a parte questi "consigli", questa concessione del benestare, le fonti ci restituiscono migliaia
di lettere inviate ai Medici da singoli cittadini come pure da intere comunit, che si rivolgevano
umilmente a loro chiedendo lumi e direttive su cosa fare, su chi scegliere per certe funzioni, e tutto in
nome della professata amicizia e devozione verso la famiglia medicea.
Ambasciatori stranieri, funzionari di altre citt, medici, religiosi ed ecclesiastici, artisti,
musicisti, docenti universitari e quant'altro: l'onnipresente influenza medicea, ottenuta grazie
all'appoggio e alla gestione di una rete di persone devote, si irradiava in tutto il territorio dominato
formalmente dalla Signoria e oltre.
Ci si trova pertanto dinanzi a un abilissimo sistema di fedelt e di clientele edificato da Cosimo
in decenni di paziente strategia, reso possibile anche grazie al fatto che egli era un buon conoscitore
delle remote e delle prossime vicende cittadine; inoltre, egli attribuiva al suo mecenatismo nei confronti
delle lettere e delle arti uno speciale peso nella costruzione del proprio primato politico, fatto rilevante
in una citt nella quale esse si erano andate sviluppando con un'intensit e un'originalit speciali.
Si debbono a lui l'impulso dato al cenacolo di Santa Maria degli Angeli dove attorno alla
comunit monastica camaldolese l insediata, si sviluppavano autentiche tornate di dottissime
discussioni di storia, filosofia e letteratura; l'avvio della preziosa raccolta libraria che sarebbe andata a
costituire la Biblioteca Medicea detta pi tardi, in onore di suo nipote,
"Laurenziana", oltre a una straordinaria attivit edilizia che nel trentennio della sua egemonia
mut e rinnov il tessuto monumentale e urbanistico
cittadino. Ma pi importante ancora fu quel che dai libri seppe trarre: un costante viatico che gli
consent di affrontare con saggezza le contingenze di un presente non sempre facile.
Gli sforzi praticati da Cosimo per far rivivere la cultura filosofica antica, incentrata soprattutto
sull'opera di Aristotele e Platone, ubbidivano senza dubbio al diffuso spirito del tempo da una parte, al
suo gusto e ai suoi desideri personali dall'altra: ma certo non sfuggivano a Cosimo le implicazioni
politiche connesse al mito del "governante-sapiente"
contenuto in certe letture.
A guidarlo era l'immagine dell'uomo potente e illuminato che conduce con mano sicura, e su
sicure rotte, la sua "Repubblica ideale".


SECONDO..
1466.
La parte "del Poggio"
contro la parte "del Piano"
Un memorabile marted grasso
L'anno 1464 fu cruciale per Firenze e la famiglia Medici: la malattia di Cosimo, che ormai lo
costringeva a restare sempre pi confinato nella sua casa, lasciava infatti presagire ai suoi vecchi e
nuovi nemici che presto, con la sua inevitabile scomparsa, si sarebbe profilata all'orizzonte
un'occasione eccellente per scalzare l'autorit che il patriarca e i suoi eredi avevano esteso su Firenze.
E Venezia, che sempre teneva d'occhio la repubblica ansiosa di sfruttare qualunque suo cedimento per
espandersi laddove Cosimo non avrebbe consentito, seppe approfittarne per lanciare un messaggio agli
avversari della famiglia egemone: se si fossero risolti ad agire, lo avrebbero fatto con le spalle coperte.
Fin dall'inizio quell'anno si annunci con un evento eccezionale, una straordinaria nevicata di
cui la citt approfitt per allestire un insolito spettacolo di giochi.
Le occasioni ludiche nella Firenze di quegli anni non erano mai fini a se stesse: ogni loro
dettaglio, a cominciare dal nome di chi prendeva l'iniziativa e sborsava il denaro necessario, sapeva
parlare alla gente rivelando magari che il vecchio orientamento oligarchico continuava a tenere, o che,
al contrario, forse di l a breve il vento avrebbe cambiato direzione. Tali messaggi acquisiranno
un'importanza anche maggiore negli anni in cui la citt fu sotto l'egida di Lorenzo. Era velata di
sottili sfumature politiche anche l'allegra e scenografica battaglia a colpi di palle di neve che si
combatt nel febbraio di quell'anno sotto Palazzo Strozzi. Vi presero parte tre giovani fiorentini tutti appartenenti a famiglie alleate dei
Medici: Lottieri Neroni, Priore Pandolfini e Bartolomeo Benci. I cittadini pi politicamente avvertiti non mancarono di comprenderne il segreto messaggio, che pi evidente ancora sarebbe divenuto nello spettacolo organizzato pochi giorni dopo.
La sera del marted 14 febbraio, festa di San Valentino, uno straordinario corteo si mosse dalle case dei Benci, site nel quartiere di Santa Croce, alla volta di quelle degli Strozzi, che sorgevano in
quello di Santa Maria Novella: il che significava attraversare l'intero antico centro cittadino da est verso ovest. Bartolomeo Benci, allora ventiquattrenne, aveva organizzato una solenne armeggeria in
onore di Marietta, figlia di Lorenzo di Palla Strozzi e di Alessandra de' Bardi.
Era, quella, l'ultima notte di Carnevale: l'indomani si sarebbe infatti tenuta la cerimonia "delle Ceneri", inizio della Quaresima poich quell'anno la Pasqua cadeva nel primo giorno d'aprile.
L'occasione era molto solenne. La Signoria aveva edito addirittura due bandi: il primo per vietare a chiunque di circolare a cavallo per la citt dal tramonto sino a circa le 4 del mattino, per non dare alchuno impedimento agli armeggiatori che nno armeggiare in questa sera; salvo et excetto che decti armeggiatori e loro Messere, e qualunque altro fusse da loro deputato, il secondo per declinare ogni responsabilit pubblica: s'egli intervenisse alchuno caso fortuito, che alcuna persona, di che stato o condizione si sia, fusse ferita o morta o chalpestata, in qualunque modo, da alchuno de' decti armeggiatori con l'aste e lor chavalli.
Il periodo carnevalesco rendeva in qualche modo comprensibile una cos grave deroga alle rigorose leggi che di solito garantivano il riposo, la pace e la sicurezza notturni in Firenze come in tutte le citt del tempo; del resto, l'armeggeria del Benci infrangeva parecchie norme civiche, segnatamente quelle suntuarie. Ma il rango dei partecipanti alla festa, che chiudendo il Carnevale aveva anche il carattere di un rito, era tale da giustificare ampiamente tali deroghe.
Tutto fu organizzato in modo da offrire al pubblico uno splendido spettacolo cortese, rischiarato dalla luce di molte torce e sottolineato dalla musica di parecchi strumenti; e la sedicenne Marietta a sua volta rispose con palle di neve alla gioiosa sfida dei giovani. L'evento richiama immediatamente alla memoria il sonetto che Folgore da San Gimignano dedic al gennaio, "uscir di fuor alcuna volta il giorno / gittando della neve bella e bianca / alle donzelle che saran d'attorno"; e magari anche gli affreschi cortesi dello Adlerturm di Trento, nei quali  appunto raffigurata una battaglia a palle di neve tra giovani aristocratici. La gentile e gaia disfida sotto le finestre di Palazzo Strozzi ebbe comunque un immediato e molto pi spettacolare seguito.
La memoria in prosa della festa specifica con chiarezza che essa fu organizzata dal Benci "chome innamorato" della Marietta, accompagnato da otto giovani d'illustre casato che con lui
presero parte all'armeggeria in quanto membri della brigata della quale il Benci era messere.
Restando quindi fermo il legame molto preciso tra armeggeria e corteggiamento come tra
armeggeria e nozze, si sarebbe tentati di interpretare la festa del 1464 come una grande dichiarazione
d'amore da parte di certi giovani esponenti di grandi famiglie per altrettante fanciulle di non meno
illustre prosapia: ma il fatto che alcuni tra i componenti della brigata del Benci fossero gi sposati ci fa
piuttosto ritenere che l'elemento carnevalesco avesse un ruolo prevalente e che ad esso andasse anche
collegato un rituale cortese in qualche modo allusivo all'amore fuori del matrimonio.
Richard Trexler ha fatto per notare che, nel caso del messere della brigata, il gioco-spettacolo
seguiva un'attenta regia alla quale sovrintendevano due membri autorevoli della famiglia Benci e due
Strozzi (Vanni e Strozzo) parenti di Marietta e membri di quel ramo della loro consorteria che nel 1434
aveva scelto l'alleanza con i Medici e per questo non era stato bandito da Firenze.
Insomma, quella del Benci poteva anche essere una vera e propria dichiarazione d'amore a
Marietta in vista della possibile unione in matrimonio con la fanciulla, il che avrebbe comunque
significato un'alleanza tra le famiglie. Mario Martelli, che ha studiato con finezza e con erudizione
l'argomento, ha fornito un quadro molto convincente (correggendo anche vari errori e inesattezze di
precedenti studiosi) del ruolo tenuto in quei mesi dalla bella Marietta, una delle giovani pi avvenenti
di Firenze, e dell'intreccio politico che si andava annodando
attorno a lei:
Il fulgido momento di Marietta, in effetti, coincide con quello in cui i Medici -
divenuti pericolosissimi un Dietisalvi Neroni e un Niccol Soderini, un Agnolo Acciaiuoli e un
Luca Pitti - sentono il bisogno di guadagnarsi altri favori, favorendo magari chi, riammesso in patria
grazie alla loro intercessione, da loro tutto avrebbe dovuto riconoscere.
La viva, straordinaria considerazione della quale Marietta era circondata in quei primissimi
mesi del 1464, a parte la sua bellezza, era connessa con un possibile ruolo, al di l della sua volont, di
pegno politico all'interno di una strategia di nuove alleanze che, al solito, avrebbe avuto il sigillo di
nuove nozze; la ragazza era infatti nipote di Palla Strozzi, ricchissimo e coltissimo banchiere che era
stato una figura di spicco nell'oligarchia cittadina e che, in quanto avversario di Cosimo il Vecchio, era
morto in esilio nel 1451.
Giochi di guerra
Nonostante un cos grande apparato, Marietta Strozzi non avrebbe stretto con Bartolomeo Benci
alcuna relazione: scomparsale la madre nell'autunno del 1465, sarebbe finita a Ferrara con
Giovanfrancesco Strozzi per sposare infine Teofilo Calcagnini. Ma l'armeggeria del 1464, prezioso
documento di come nella Firenze quattrocentesca i rituali di corteggiamento inserissero la nuova
spettacolarit umanistica sul tronco ancor vigoroso della tradizione cortese e della sua rete di simboli
erotico-cavallereschi, presenta una sua forte motivazione politica, che non doveva sfuggire ai cittadini
convenuti a godersi il bello spettacolo in quell'ultima notte di Carnevale.
Sotto i loro occhi si stava difatti svolgendo un serrato discorso politico e diplomatico: una
proposta di alleanza tra la fazione medicea che, in via di rottura con alcuni vecchi e ragguardevoli
alleati, ne cercava di nuovi, e la pi illustre tra le famiglie interlocutrici del potere dei Medici, al suo
interno divisa fra un ramo in qualche modo alleato a quel potere e uno esule, ma pur sempre degno di
attenzione e di rispetto, oltre che fonte di preoccupazione. Tutto ci  stato pi volte e da pi parti
notato. Quel che forse merita lume ulteriore  la strategia simbolica di quella proposta.
Vediamo perci brevemente quel che i due testi ci dicono.
Insieme con Bartolomeo Benci, cavalcava la brigata di cui egli era messere: otto giovani illustri
quali Pietro Vespucci, Ludovico Pucci, Iacopo Marsuppini, Francesco Altoviti, Bartolomeo Bartolini,
Francesco Girolami, Andrea Carnesecchi e quell'"Andrea Boni" che Elvira Garbero Zorzi ha
identificato con Andrea Bon, un giovane veneziano membro di una Compagnia della Calza, una delle
societates iuvenum cui il governo della Serenissima affidava ufficialmente l'organizzazione di feste e apparati.
A "ore una di notte", quindi subito dopo il tramonto secondo l'antico modo di segnare il
tempo, i giovani della brigata partono ciascuno a cavallo dalle rispettive dimore e si recano alle case
del messere, con un seguito composto di trenta giovani per ciascuno, ognuno recante una torcia
("torchio"), pi otto a piedi attorno al cavallo ("alla briglia"). La brigata del Benci ha una divisa,
indossata dagli otto componenti illustri del gruppo: un giubbone d'argento e cremisi. Ognuno degli otto
ha altres una sua particolare divisa che non indossa personalmente, ma  rappresentata nei colori
specifici dei gonnellini e delle calze di ciascuno dei suoi accompagnatori.
Giunti a casa del Benci, i suoi compagni gli offrono "el bastone, come signore e chapitano
d'essa chompagnia". La cerimonia di consegna del bastone di comando era consueta negli usi militari
del tempo. Segue una solenne cena e quindi, tre ore circa dopo il tramonto, il corteggio dalle case dei
Benci a quelle della Strozzi in una Firenze notturna, gelida, innevata ma a quanto pare sotto un cielo
sereno; l'oscurit della notte cittadina  ravvivata da centinaia di torce accese, e possiamo immaginare
l'effetto provocato dal riflesso di quei lumi sulla neve.
Ormai sotto le finestre di Marietta, si fa la "mostra"; quindi si corre per rompere ciascuno una
"lancia busa dorata" sotto le finestre della giovane.
Si spiccano quindi le ali dalla veste del Benci e si gettano sul trionfo (il carro allegorico, a
indicare forse che il desiderio d'amore di Bartolomeo non avrebbe mai pi avuto alcun altro oggetto,
non sarebbe pi "volato"
altrove) al quale si d fuoco e dal quale si sprigionano dei razzi.
L'amante e la sua compagnia abbandonano poi il cospetto dell'amata, e Bartolomeo "per non
volgiere le spalle a detta dama, fecie che senpre il chavallo andava indietro tanto che nolla pot vedere". Dopo ci la brigata si reca a "rompere le lance e armeggiare a chasa le dame di ciaschuno de'
suoi chompagni", cio degli otto nominati.
Tutti tornano quindi ancora una volta sotto le finestre della Marietta "e feciolle una mattinata, perch era presso a d". Infine il corteggio riaccompagna il Benci alle sue case; egli invita tutti a un
rinfresco e dona "a tutti i ministri della Signoria di Firenze chalze alla sua divisa" .
La festa era cos durata per tutta la notte, "da ore 2 a ore 11", vale a dire da dopo il tramonto all'alba.
Una stima approssimativa (le nostre due fonti, nonostante l'apparenza, non sono per nulla chiare nella loro enumerazione) ci fa ritenere che, tra i membri della brigata, i loro scudieri e gli altri
paggi e accompagnatori, il corteggio notturno del 14 febbraio facesse sfilare per le strade della notte
fiorentina circa cinquecento persone tra gente a cavallo e a piedi, tutte con vesti a divisa. Ad esse va
naturalmente aggiunto il carro, del tipo -
iconicamente noto - del "trionfo d'amore", anche se la funzione dei carri nei "trionfi" e nelle
armeggerie era diversa, e al tumulto dei primi si contrapponeva l'ordine rigoroso delle seconde.
Adorno di "molti ispiritegli d'amore con archi in mano", alto una ventina di braccia, arricchito
con le armi araldiche dei Benci e la divisa di Lorenzo di Palla Strozzi, padre di Marietta (allora morto
da quattordici anni), il carro era fatto di cinque tipi di legno dalle propriet "calde" e tutti sempreverdi.
In ci stava racchiusa una chiara allusione, presente del resto nei colori delle vesti dei paggi che lo
scortavano e della stessa divisa del Benci: il rosso-cremisi richiamava la forza della passione, il
bianco-argento la purezza della ragazza ma anche l'eternit del sentimento amoroso, il verde la
speranza e forse anche la cortesia, ma soprattutto la giovinezza alle quali l'intera festa era ispirata, dal
momento che il verde era uno dei colori caratteristici dei cavalieri novelli.
Un evento gioioso, quello spettacolo offerto da un innamorato. Eppure, il brivido d'un
significato sottinteso s'insinuava nella bella festa invernale, sotto il cielo limpido della gelida Firenze notturna rischiarata dai 390
"torchi" accesi del seguito dei giovani della brigata e da chiss quante altre luci recate dagli
spettatori. Le "lance buse" dorate che si schiantano con fragore contro le mura di casa Strozzi e le cui
schegge volano in alto verso la bella Marietta, e il carro d'amore che esplode fragorosamente, finiscono
con il configurare attorno alle case degli Strozzi una specie di assedio, sia pur festoso,
spettacolare ed erotico: una sorta di festa del "Castello d'Amore", come tante se ne facevano nell'Italia
del tempo. Ma fino a che punto la bella festa si limita ai cnoni rituali dell'armeggeria? Da che punto
in poi il festoso assedio di casa Strozzi potrebbe suonare come un avvertimento, una sfida,
un'intimidazione?
In quell'inverno del 1464, mentre Cosimo il Vecchio  prossimo alla scomparsa e parecchi
vecchi alleati di casa Medici si apprestano a mutar bandiera, i giovani dei principali casati filomedicei
si danno appuntamento sotto le finestre d'una famiglia in parte esule, in parte avversaria: e
chiassosamente, cavallerescamente, offrono amore e alleanza. E sia; ma le armi sono pur sempre armi,
anche se dorate e "buse": l'offerta  ambigua.
Come in una specie di galante charivari, si ostentano amore e amicizia, ma si rammenta anche
la persistente rivalit. Gli stessi colori delle livree possono divenire segni di fazione; si mostrano armi
che possono anche venir utilizzate nella lotta. La brigata di iuvenes come tale , in se stessa, il luogo di
una violenza disciplinata, controllata, ritualizzata e araldicamente nobilitata, ma pur sempre presente.
 cos che la bella festa del febbraio 1464 divenne, seppur indirettamente, un episodio della
lotta per il potere. Qualcuno non manc di leggerla come un evento premonitore, magari di buon
auspicio. Ma per chi?
Passaggio di consegne.
Il primo agosto 1464 si spense all'et di settantacinque anni Cosimo de'
Medici, il Grande Vecchio al quale i fiorentini avrebbero conferito l'epiteto onorifico di Pater
Patriae.  A succedergli, alla guida della florida azienda familiare come nell'esercizio pratico di un
potere del quale nemmeno lui, secondo l'esempio del padre, indoss mai le insegne, gli successe il
figlio Piero. Intelligente e prudente, abile nelle faccende politiche non meno che negli affari, egli era
per malfermo nell'indole non meno che nella salute. Non ultima delle sue fortune fu tuttavia il potersi
giovare dell'appoggio e del conforto costante di un'ottima, lungimirante consorte: Lucrezia
Tornabuoni, energica e sensibile guida dei figli Lorenzo, Giuliano, Lucrezia, Maria e Bianca.
Poco dopo la morte di Cosimo, alcuni suoi amici e seguaci misero in atto un progetto per modificare l'assetto degli equilibri politici e familiari in modo da
ridimensionare il potere mediceo de facto.  La scomparsa di colui che aveva reso grandi i Medici, oltre
a lasciare campo libero ai loro avversari, dava a quanti avevano apprezzato Cosimo la possibilit di
rendersi conto di non essere altrettanto soddisfatti dal primato dei suoi eredi e discendenti.
Il momento della successione  sempre stato cruciale anche nelle grandi dinastie: quanto a
quelle regali e principesche, oltre alle nomine di successione sussisteva nel medioevo cristiano - e gli
sarebbe sopravvissuta a lungo - un'etica di ordine genealogico ma ancor prima spirituale, un carisma
speciale che collegava padre e figlio in quanto destinati al potere per grazia di Dio.
Nulla di tutto ci spettava per n a Piero, n a Lorenzo, quando fosse giunto il suo momento:
l'eredit che essi raccoglievano doveva esser sentita piuttosto come qualcosa di consortile per un verso,
patrimoniale per un altro. Per noi oggi non  semplice capire appieno quanto insidiata da incertezze di
ogni genere potesse apparire la successione di Piero e ancora di pi quella di Lorenzo, erede di una
"criptosignoria" e figlio di un leader che non aveva mai rivestito alcun incarico di governo.
Persino gli Sforza di Milano, che pure erano inquadrati in una situazione istituzionale meno
fumosa ed erano investiti della funzione ducale, si erano trovati in grave difficolt in simili frangenti:
l'eredit viscontea non era stata per loro, come sappiamo, affatto scontata.
La morte di Francesco Sforza, occorsa l'8 marzo 1466, sollev infatti serie preoccupazioni per
il futuro del figlio Galeazzo Maria, che in quel momento era in Francia per prestar aiuto militare a
Luigi undicesimo; i non pochi nemici dichiarati e gli oppositori occulti che la famiglia contava cercarono di
approfittarne per impedirgli di prendere il posto lasciato da suo padre.
C'era poi da temere l'azione logoratrice di Venezia, eterna concorrente di Milano per
l'egemonia nel quadrante nordorientale della penisola e pronta ad approfittare del vuoto di potere per
scalzare il dominio sforzesco: Questo caso dispiacque assai alla citt (Firenze), per la amicizia tenuta
seco, e perch dubitava che sendo gli Sforzeschi nuovi in quello Stato, non si facessi qualche
alterazione; e inoltre che i Viniziani, che sempre avevano temuta la virt e riputazione di quello duca,
morto ora lui, non rompessimo guerra a' figliuoli.
In quel cruciale frangente, Piero de' Medici si era subito affrettato a sostenere gli Sforza: e lo
aveva fatto al massimo delle sue possibilit, ovvero seguendo la via finanziaria e nel contempo anche
quella politica. Aveva cio inviato d'urgenza a Milano due dei suoi pi fedeli collaboratori, Luigi
Guicciardini e Bernardo Giugni, per concedere alla duchessa vedova Bianca il prestito di 40.000 ducati
da lei richiesti; pi utile ancora era stata da parte sua la perorazione della causa sforzesca presso tutti gli
altri stati capaci di rafforzare la dinastia con la loro influenza politica. Piero aveva insistito
specialmente con il papa, cui scrisse pochi giorni dopo la morte del duca mettendo in rilievo il ruolo
essenziale che la dinastia lombarda aveva giocato nella Lega italica e nei delicati equilibri necessari
alla pace nella penisola:
Io scrissi di principio a N.S., il quale come capo e guida non solamente della Lega ma di tucti e
Christiani, che facesse pensiero alla conserva di quello stato, che vi pu fare pi Sua Beatitudine che
nessuno altro, et quando non fosse per altro rispecto per mantenere la pace e la quiete d'Italia.
Il sostegno degli Sforza era del resto sempre stato essenziale ai Medici per avere solidit in seno
al contesto politico della Signoria: quindi le risorse investite nel delicato momento della successione di
Francesco appartenevano a una precisa strategia di aiuto reciproco. La somma richiesta era enorme, ma
si trattava di un investimento vitale sotto il profilo politico: e Piero deliber che fosse concesso
all'istante. Di questo momento travagliato, tuttavia, approfittarono gli avversari di casa Medici decisi a
boicottare il prestito perch convinti che il mancato aiuto economico alla duchessa vedova avrebbe
logorato in modo irrimediabile il prestigio e la credibilit della famiglia:
A Firenze si messe in pratica questa dimanda, e si concluse si servissino; e cos si rispose agli
imbasciadori offerissino ducati quarantamila, e che subito si provvederebbe a fargli. E dipoi trattandosi
de' modi, messer Luca, messer Agnolo e messer Dietisalvi, parendo loro modo da fare perdere la
riputazione grande aveva Piero con lo Stato di Milano, la cominciorono a impedire in modo che non si
potette mai fare conclusione di pagargli, con grandissimo carico e vituperio della citt.
Luca Pitti, Angelo Acciaiuoli e Dietisalvi Neroni, o "di Nerone", sono i tre principali oppositori di Piero indicati da Guicciardini: e di loro si sarebbe parlato molto a Firenze, di l a breve.
Sul modo in cui questi avversari di Piero poterono impedire il saldo sappiamo poco, ma in una
lettera di Filippo Martelli scritta a Lorenzo il 27 aprile 1466 si dice "v'era chi giuchava a schiena": tale allusione ai voltagabbana lascia pensare
che il trasferimento di denaro fosse intralciato grazie alla complicit di uomini che lavoravano
all'interno del sistema bancario mediceo.
Sul momento, comunque, i Medici riuscirono a cavarsi d'impaccio e il prestito richiesto dalla
duchessa Bianca arriv, anche se con un anno di ritardo e ridotto di un 25 per cento, vale a dire alla cifra di soli 30.000
ducati. In compenso, gli sforzi prodigati dai Medici in favore dei loro alleati milanesi sul
versante della politica raggiunsero l'effetto sperato: e Galeazzo Maria divenne duca di Milano.
Il 30 aprile 1466, dunque un mese e oltre dopo la morte di Francesco Sforza, Pigello Portinari,
dirigente del banco mediceo a Milano, poteva scrivere a Lorenzo - da lui conosciuto e apprezzato
durante la missione milanese dell'anno prima - che la successione ducale era stata garantita al suo
erede con successo e che Venezia, bench obtorto collo, si era rassegnata allo stato di fatto e non
pensava sul momento di interferire nelle cose milanesi:
Voi havete inteso, e cos harete dipoi a la giornata, de' processi dele cose di qua e come, per la
gratia di Dio, ogni d sono procedute di bene in meglio. Da ogni banda ci si dimostra amici e favori;
ultimamente ci sono venuti gli ambasatori del Re di Francia con grandissime offerte fino a oferire di
venire in persona, e non si dubita seguirebbono gli effecti bisognando. E' Vinitiani dimostrono volere
stare in pace e mantener buona amicitia con questi Signori, e credo dichano da dovero molto pi per
necest che per volunt come credo che crediate anchora voi.
Un colpo di stato?
Il partito dei sostenitori di Cosimo, che con la sua politica prudente aveva saputo attrarre a s
molti personaggi importanti e di grande credito nella Firenze del tempo, si era comunque lasciato
scoraggiare dal carattere del figlio Piero che, schivo e malfermo in salute, non sembrava avere n il
carisma n l'energia necessari a uno statista. Gi nell'autunno 1464, infatti, poco dopo la morte del Pater Patriae, i fermenti del malcontento avevano cominciato ad agitarsi all'interno dello schieramento.
Ne consegu la nascita di una congiura che pretendeva di preludere a una lotta per la libert, ma
che aveva quale unico scopo sostituire il dominio di una sola famiglia con quello di un'oligarchia ristretta.
L'anima della cospirazione fu Dietisalvi Neroni, uomo ambizioso che aspirava a rivestire
quella centralit a Firenze e nella Signoria che Cosimo aveva detenuto per decenni; con lui si
schierarono Angelo Acciaiuoli, discendente di quel Niccol ch'era stato gran siniscalco della regina
Giovanna I e titolare di una banca importante che nel regno di Napoli faceva concorrenza a quella
medicea, nonch Niccol Soderini. Si aggiunse loro anche il ricchissimo banchiere Luca Pitti, forse
l'uomo pi illustre fra i cospiratori, che dunque poteva conferire alla macchinazione una speciale aura
di rispettabilit: pur mostrando buon viso a Cosimo se n'era sempre sentito rivale in pectore, e gi anni
prima, nel 1458, aveva tentato invano di organizzare un colpo di stato per scardinare il suo primato
nella Signoria. Da Luca, che aveva il suo palazzo su un'altura dell'Oltrarno, la sua fazione fu detta "del
Poggio"; e per contrasto quella medicea fu chiamata "del Piano".
Il figlio di Angelo, Jacopo Acciaiuoli, scriveva il 6 maggio da Napoli al padre dicendosi certo di
aver convinto re Ferdinando che ormai la supremazia dei Medici in Firenze poggiava su fragili
supporti. Era sicuro che il sovrano aragonese, al momento opportuno, sarebbe stato dalla loro parte; ma
Ferdinando in realt si comportava con grande prudenza, e, almeno a giudicare dall'affabilit e dalla
confidenza con la quale in aprile invitava Lorenzo, allora a Napoli, a recarsi presso di lui a Nola per
una partita di caccia, non pare fosse molto interessato all'abbattimento del primato mediceo.
Jacopo sapeva della visita di Lorenzo al sovrano, su invito di quest'ultimo: ma sembrava
sottovalutare la questione e attribuire l'atteggiamento del re a pura tattica ("Il S. Re li fece carezze
assai. Imptolo solo che S.M. habi fatto suo pensiero potersi alla giornata servire del padre"). Certo ,
come giustamente rileva Fubini, che il re di Napoli esigeva da casa Medici l'appoggio al nuovo duca di
Milano e agli Sforza, e in particolare il prestito alla casa milanese dei famosi 40.000 ducati, la cifra
esorbitante chiesta dalla
vedova del duca Francesco; probabilmente non ignorava che i congiurati
"del Poggio" facevano conto sull'appoggio di Venezia, ostile a lui e a Milano, dunque
ragionava seguendo l'antico adagio: "il nemico del mio nemico  il mio miglior amico".
Sembra proprio che Ferdinando non intendesse appoggiare eventuali colpi di mano a Firenze;
certo non doveva esserne all'oscuro, se non altro dal momento che l'inesperto Jacopo si era scoperto un
po' troppo; n  escluso che egli fosse stato accortamente incoraggiato a farlo, secondo una nota tattica
d' intelligence. Non possiamo neppure escludere che il sovrano, durante i vari cordialissimi incontri
avuti con Lorenzo, abbia trovato un modo discreto e convenientemente diplomatico per mettergli la
pulce nell'orecchio circa i torbidi che si stavano preparando ai danni di suo padre Piero: al contrario,
potrebbe essere molto verosimile.
In concreto, il quadro dei fatti suggerisce che la pronta ed efficacissima reazione con cui i
Medici seppero difendersi in quest'occasione dipendesse da una possibile "soffiata", ovvero da
informazioni o anche solo mniti provenienti da personaggi importanti e tradizionalmente alleati, degni
dunque di credito. Sentendo addensarsi intorno a s irrequietezze e minacce sin dalla morte di Cosimo,
Piero gi da tempo aveva scritto a Galeazzo Maria chiedendogli di inviare a Firenze le sue truppe; grati
per l'aiuto ricevuto dai Medici nel travagliato momento che era seguito alla morte del duca Francesco, i
milanesi avevano provveduto.
Il 27 agosto 1466 Piero si trovava nella sua villa di Careggi quando Orfeo da Ricavo, un
consigliere degli Sforza, gli comunic che le forze nemiche guidate da Ercole d'Este, il fratello del
marchese-duca Borso, e appoggiate, sia pur segretamente, dalla Serenissima, erano arrivate fino a
Fiumalbo sulle alture modenesi: era quella una posizione pericolosamente vicina a Firenze, sulla quale
sarebbero potute calare provenendo dalla montagna pistoiese. Si trattava di ottocento uomini a cavallo
appoggiati da circa duemila fanti e un migliaio di balestrieri. Piero lasci la villa e, poich la gotta
gl'impediva di cavalcare, si fece trasportare in lettiga fino in citt, mentre le truppe di entrambe le parti
si preparavano allo scontro. Lorenzo era gi l almeno dal 10 maggio, reduce dal suo lungo viaggio
diplomatico: partito da Napoli, aveva seguito la via Appia, poi la Flaminia fino ad Ancona e quindi la
Faentina che lo aveva condotto quasi direttamente a
Careggi. Nel momento del bisogno si trovava quindi al fianco del padre; e pare fosse proprio
lui che consigli a Piero di raggiungere Firenze passando attraverso le colline tra Careggi e le mura, da
nord-ovest, ovvero seguendo una strada inabituale per sfuggire a eventuali imboscate.
Il giorno seguente, 28 agosto, la nuova Signoria fu eletta in un clima di grande tensione, mentre
gli uomini armati di entrambe le parti continuavano ad affluire in citt. Il partito mediceo aveva
ottenuto un ruolo preponderante nella composizione del governo: i capi delle due fazioni,
tempestivamente convocati, ricevettero l'ordine d'immediato disarmo. Era per i congiurati un implicito
segnale di clemenza, a patto che il golpe fosse rientrato.
I principali esponenti della cospirazione, eccetto Niccol Soderini, si recarono cos da Piero a
parlamentare; Luca Pitti era stato per preventivamente ricevuto in un incontro privato, durante il quale
Piero gli aveva prospettato la possibilit di far sposare Lorenzo a sua figlia Francesca.
Quando il Pitti si riun di nuovo con gli altri congiurati aveva in realt gi segretamente deciso
di defezionare, sedotto dai grandi vantaggi che gli offriva la prospettiva di quella parentela.
Il 30 agosto dunque, ormai certo di avere di nuovo la situazione in pugno, Piero invit le truppe
milanesi ad allontanarsi un po' da Firenze, per ristabilire la normalit; il primo settembre la nuova Signoria
inaugur il suo mandato e il giorno successivo, sotto l'egida di Luca Pitti che agiva per conto di Piero,
il popolo fiorentino si riun delegando la propria autorit a una "Bala" (vale a dire a una commissione
dotata di poteri straordinari che poteva assumere deliberazioni senza il consenso dei collegi ordinari di
governo) che a sua volta l'affid a una cerchia pi ristretta di persone. Il giorno dopo, con un poderoso
e scenografico dispiego di forze, il diciassettenne Lorenzo entrava a cavallo e in assetto da guerra in
piazza dei Signori alla testa di un piccolo esercito:
Oggi ad hore 18 Piero mand circha tremila fanti armati in suso la piazza et lo fiolo a
cavallo, armato de tute arme luy et lo cavallo, cridando: viva el populo. La Signoria mise fuora lo
stendardo et son la campana del populo; poy accompagnata de circha ducento citadini, venne suso la
ringhiera et fece dire al canzelero quanto volevano fare. Dicto, tuto lo populo che era suso la piazza,
crid per quatro volte: S, che erano contenti de quanto si era lecto et dicto per parte della Signoria.
Sonaron le trombe et la Signoria ritorn in Palazzo. Lorenzo di Cosimo che era smontato da cavalo, rimont et cum li tremila armati, se ne and a casa cum grandissimo trionfo.
L'acclamazione popolare davanti alla sede della Signoria, e ancor pi il fatto che Lorenzo fosse
scortato a casa da una gran folla che lo esaltava a gran voce, ricordano lo scenario di una presa di
potere: e non  certo un caso se gli ambasciatori milanesi si servono del termine "trionfo", ispirato alla
liturgia politico-militare di Roma antica. Di l a pochi giorni, l'11
settembre, i capi della congiura - quasi tutti in fuga - furono colpiti con la pena dell'esilio
ventennale: eccetto il solo Pitti, che sarebbe rimasto a Firenze per esser messo per subito da parte. Il
che, a dirla francamente, fu il meno che potesse capitare a un voltagabbana della sua risma.
Giustamente sottolinea Rinuccini che, "per vilt o perch fusse corrotto con danari o con
speranza dall'altra parte, trad bruttalmente la sua ed anco se medesimo"; e meglio ancora Guicciardini,
dal quale sappiamo che
"rimase in Firenze, ma spennecchiato, e sanza stato e credito" .
Lo spettro della paura
Piero di Cosimo aveva cos rinsaldato il suo controllo sulla citt in una lotta durante la quale
non c'erano stati veri e propri scontri: si era combattuto giocando sottilmente d'astuzia, sfruttando la
forza rovinosa dell'invidia e la carica emotiva delle ambizioni frustrate dei cospiratori. Eppure ci sono
pervenute testimonianze autorevoli, fra le quali quella di Guicciardini, che parlano di un attentato in
piena regola ai danni di Piero. Secondo queste fonti, in breve, si voleva realmente assassinarlo.
Il domenicano bolognese Girolamo de' Burselli annota cos nella sua Cronica:
Poich molti cittadini di Firenze congiurarono per uccidere Piero figlio del fu Cosimo de'
Medici, il signore nostro Giovanni Bentivoglio invi a Firenze numerosi aiuti militari dai nostri monti.
E Luca Landucci scrive nel suo Diario:
Fu cacciato Niccol Soderini, messer Dietisalvi e messer Luca Pitti, ch'erano e' capi contro a Piero di Cosimo de' Medici, el quale vollono ammazzare, venendo da Careggi.
Notizie relative a un vero e proprio attentato erano circolate anche fuori Firenze, come prova una lettera scritta il 13 settembre 1466 da Piero di Landriano a Galeazzo Maria e a Bianca Maria Sforza:
Lo preffato Misser Piero me ha dicto como Francischo de Nerone, fratello de Misser Diotisalvi, ha scripto de sua mano, per confessione, como li sopradicti coniurati mandarono al Ducha de Modena
per adiutto de genti et per consiglio, lo quale li consigli che li pareva che dovesseno amazare Piero de Cosmo e levarselo dinanzi.
Sempre al duca di Milano, il giorno 6 settembre, l'ambasciatore milanese Nicodemo Tranchedini riferiva della fuga con la quale i congiurati ormai sconfitti si erano messi in salvo:
Dietisalvi sentendo hogi questa puza, se ne  andato alla sua possessione de Mezzano, in quel di
Prato; Nicol Soderino forse  fuggito presso il duca de Modena.
Niccol Valori attribuisce a Lorenzo un ruolo fondamentale, quasi eroico, nello sventare
quest'attentato che poteva costare la vita a suo padre.
 lui a informarci che, dopo aver consigliato Piero di raggiungere Firenze passando per una via
diversa dall'abituale, si sarebbe recato, a sicuro rischio della sua vita, presso la chiesa di Sant'Antonio,
dove sapeva trovarsi nascosti gli aggressori, per far loro sapere che il padre stava arrivando. Avendogli
creduto, i cospiratori si ritrovarono cos beffati mentre Piero raggiungeva Firenze sano e salvo.
Questa testimonianza sembra per smentita dal mercante fiorentino Marco Parenti. Come lui
allora, altri oggi nutrono fortissimi dubbi che la vicenda dell'agguato risponda a realt: Piero potrebbe
aver inventato la violenza tentata o tramata contro di lui per avere cos un pretesto valido a poter
introdurre in citt uomini armati in sua difesa, concessione eccezionale che altrimenti non gli sarebbe
stata accordata. Una frase di Guicciardini, che attribuisce la salvezza di Piero alla fortuna, sembra
avvalorare queste considerazioni.
In ogni caso,  sicuro che i torbidi dell'estate 1466 toccarono la famiglia Medici molto da
vicino ed ebbero serie conseguenze negli anni successivi.
In seguito, quando la vita di Lorenzo era in pericolo e gli amici lo esortavano a guardarsi le
spalle, egli avrebbe risposto di aver subto una sola
volta un attentato, al tempo del Soderini, e di esserne uscito indenne.
I cospiratori sconfitti nell'estate 1466, ormai fuorusciti da Firenze, non si dettero per vinti: continuarono a perseguire il loro piano cercando di occupare alcune fortezze fiorentine e puntando a
eliminare qualche membro della famiglia Medici e a suscitare qualche altro torbido: nell'ottobre Dietisalvi Neroni era a Malpaga (alle porte di Bergamo) per accordarsi con Bartolomeo Colleoni a
proposito di un nuovo attacco a Firenze. Appena un anno dopo, dunque nell'estate 1467, Lucrezia Tornabuoni si trovava in convalescenza alle terme dei Bagni a Morbo presso Volterra, dove si era fermata risalendo da Roma perch lungo il viaggio di ritorno, a Foligno, era stata colpita da una malattia: ma dovette partire precipitosamente con suo figlio Giuliano e rifugiarsi dentro le mura di Volterra per mettersi al riparo da una sollevazione. Poco dopo, in settembre, Lorenzo stesso fu minacciato da un identico rischio mentre si trovava anch'egli nello stesso luogo, come attestano numerose lettere a lui dirette. Lucrezia, dal canto suo, sarebbe rientrata a Firenze solo nel novembre
successivo.
Gli anni a venire non sarebbero stati privi di minacce del genere. In una lettera del 31 marzo
1468, Ferdinando di Napoli scriveva a Marino Tomacelli rivelando certi piani criminosi contro Piero
de' Medici: questa ridda di pericoli reali o solo presunti, di attentati e di possibili attentatori nascosti
nell'ombra, costrinse i Medici a vivere in un perenne stato d'inquietudine.
Cos, l'11 settembre 1468, Piero scriveva a Lorenzo:
Confortovi a non vi sciorinare troppo et andate bene acompagnati et sopratutto habbiate
avvertenza a chi v'arriva a casa, maxime a' fforesteri non conossciuti et la notte fate ben serrare la casa
da ogni banda ch lo potete fare leggiermente et fate di non aprire a nessuno di nocte se non sapete chi.
L'esistenza dei Medici, del resto, non era mai stata facile: lo stesso Cosimo aveva raggiunto la
vecchiaia scampando agli avversari sempre in agguato e sfiorando la condanna a morte. Dopo i fatti
dell'estate 1466, questo stato di cose non poteva che aggravarsi, le tensioni crescere, i rancori
moltiplicarsi, nonostante la fitta rete di amici e d'informatori che casa Medici aveva tessuto in tutta la
citt e fuori da essa, e che peraltro subiva continui strappi, continue smagliature.
I veri e propri periodi di tranquillit, nonostante le apparenze, sarebbero stati da allora in avanti rari.



TERZO.
Matrimonio o tradimento?
Lucrezia, l'Amor profano
Dall'attacco che la parte "del Poggio" aveva ordito contro di loro i Medici erano usciti indenni,
anzi vincitori; nondimeno, la congiura del 1466 aveva portato allo scoperto i fermenti di scontento
verso la leadership di Piero: e il fatto che dietro i congiurati ci fosse la potenza veneziana rendeva
l'evento ben pi grave di quanto lasciassero pensare i fatti militari, piuttosto inconsistenti. Gli anni
successivi sarebbero stati segnati da un continuo senso d'insicurezza e di precariet del quale la
famiglia soffr intensamente, bench agisse in modo da trasmettere un'immagine di solidit e
tranquillit. Al di l delle apparenze, i Medici si rendevano conto che la loro posizione era minata
dall'interno e che era ormai necessario trovare appoggi fuori di Firenze e della Toscana, sostenitori
forti da legare ai propri interessi in modo pi efficace di quanto non avesse fino ad allora assicurato la
pur salda alleanza con casa Sforza.
La migliore garanzia, in simili frangenti, era allora assicurata da una ben selezionata rete di
alleanze matrimoniali, che presupponesse possibilmente
- e, badate, questo non  un gioco di parole - un adeguato rafforzamento anche patrimoniale. E
Lorenzo, un adolescente brillante e molto pi maturo rispetto alla sua et, era lo strumento ideale per
realizzare progetti di questo genere. Il ragazzo aveva in realt il cuore gi impegnato: ma ci nel
sistema di valori e negli orizzonti mentali del tempo non precludeva e neppure ostacolava la prospettiva
di accettare con soddisfazione un matrimonio vantaggioso tramite il quale procurar continuit e
maggior forza alla famiglia.
Lorenzo amava ricambiato la giovane Lucrezia figlia di Manno Donati, erede di un'antica
famiglia fiorentina molto illustre: la stessa del terribile capo dei guelfi neri del primo Trecento, messer
Corso, ma anche di quella
sfortunata Piccarda che Dante aveva eternato come un modello di virt femminili, triste e casta
vittima di un matrimonio infelice. A quel tempo, specie durante lo scontro acerrimo con i loro nemici
Cerchi, i Donati avevano giocato un ruolo da protagonisti nella vita di Firenze, narrato fra l'altro nella
Cronica di Dino Compagni.
Nei decenni successivi, tuttavia, la famiglia si era impoverita, come del resto era accaduto a
molti celebri casati magnatizi di Firenze. Manno Donati versava in pessime condizioni finanziarie: un
matrimonio tra Lucrezia e Lorenzo, erede delle fortune e del potere dei Medici, era quindi per lui un
traguardo inconcepibile. Ci non impediva per ai due di amarsi: e di farlo con una curiosa - e peraltro
"cortesemente" ritualizzata -
forma d'indiscrezione, per cui tutta la citt sapeva del trasporto che Lorenzo aveva per lei e
ch'era del tutto ricambiato. Abbiamo gi visto, del resto, che i giovani signori sfoggiavano
pubblicamente l'amore per le loro dame, organizzando talvolta forme di corteggiamento che potevano
sfociare in autentici spettacoli per le strade della citt. Lorenzo non lesinava alla sua bella regali e segni
di devozione, con l'ardore e forse l'imprudenza che distingue un adolescente: si trattava pur sempre di
un amore casto, platonico o se preferite dolcestilnovistico, poich Lucrezia era vergine e la morale
dell'epoca in fatto di sesso - e ancor pi le regole non scritte della faida, della "vendetta privata" - non
consentiva spazio lecito ai rapporti prematrimoniali.
Le cose cambiarono quando, poco dopo il primo incontro tra Lorenzo e Lucrezia, Manno trov
per la figlia un marito economicamente adeguato nel mercante Niccol Ardinghelli, molto pi anziano
di lei. Questa soluzione, non certo gradevole per la sposa n troppo onorevole per la sua famiglia di
ascendenze magnatizie, fu tuttavia dettata dal fatto che la ragazza, per quanto bellissima, non aveva una
dote capace di attirare un pretendente di condizione migliore; quanto a lui, che non mancava di
sostanze, era per stato colpito dall'esilio per ragioni politiche e aveva dunque difficolt a trovare una
moglie in patria. Mentre i negoziati matrimoniali si dilungavano disperdendosi in faticose discussioni,
qualcuno sugger a Lorenzo di far leva sulla sua autorit per convincere la Signoria ad essere
indulgente con l'Ardinghelli concedendogli il permesso di rientrare in patria almeno il tempo
necessario a sposarsi. Lorenzo fece la
sua parte, la Signoria acconsent e la sua dama pot impegnarsi a divenire, con soddisfazione di
Manno, "donna" di quel mercante.
La nostra sensibilit ancora segnata dal Romanticismo, fatica a capire la logica interna a un tale
gesto: sarebbe stato per noi pi comprensibile se, al contrario, Lorenzo avesse cercato d'impedire quel
matrimonio che faceva della sua amata la propriet di un altro uomo. Tali considerazioni sono tuttavia
lontane dalla mentalit di quel tempo: nel quindicesimo secolo si ragionava secondo schemi e valori diversi dai
nostri. Forse Lorenzo amava davvero Lucrezia di un sentimento elevato, dettato dalla sua bellezza cui
aveva dedicato molti versi: e intese fare il suo bene favorendo un legame che la portava via dalla casa
di suo padre nella quale, senza dote, rischiava d'invecchiare sola e disprezzata. Ma pu anche darsi che
la logica del gesto fosse diversa: che Lorenzo, avendo ben compreso che Lucrezia non avrebbe mai
potuto diventare sua moglie, avesse giudicato conveniente trovarle un marito, uno qualunque, che la
tenesse comunque a Firenze, in un certo senso "a portata di mano", e attendere cos che la ragazza,
ormai non pi vergine, potesse diventare la sua amante in senso vero e proprio.
Tanto pi che l'Ardinghelli, tutto preso nella cura dei suoi affari, sarebbe rimasto lontano da
Firenze per lunghi periodi: egli era molto impegnato nell'impero ottomano e ripart infatti per l'Oriente
appena pochi giorni dopo il matrimonio.
Nei suoi scritti - a parte qualche verso salace -, Lorenzo evita di solito accuratamente
qualunque accenno volgare, da uomo coltissimo e raffinato qual era; non altrettanto si pu dire per altri
suoi contemporanei, che parlarono di quell'amore o per amicizia, o per malignare, o per spettegolare, e
comunque in modo pi esplicito e con minor pruderie.
Figurarsi gli avversari o gli "antipatizzanti" di casa Medici. Nel gruppo di questi "tiepidi
odiatori", se cos possiamo definirli, c'era la matrona Alessandra Macinghi Strozzi, autrice fecondissima di un epistolario che oggi, pur tenendo conto delle sue propensioni antimedicee,  una fonte preziosa per gli storici.
Prolifica scrittrice, attenta osservatrice delle cose cittadine, in una lettera del 29 marzo 1465 a suo figlio Filippo che stava a Napoli Alessandra definisce significativamente Lucrezia la "dama di
Lorenzo" e "donna di Niccol": istituendo cos una precisa distinzione formale tra amore e matrimonio, per quanto quello tra la Donati e l'Ardinghelli non fosse ancora avvenuto (ma l'accordo nuziale era gi stato perfettamente stipulato), e senza che il termine "dama" (cio la signora del cuore dell'amato) investa d'altronde in modo tecnicamente diretto il problema dei rapporti intimi.
Nella lettera successiva deplora il fatto che il mercante debba ripartire subito per il Levante dopo le nozze, lasciando sola e incustodita una moglie cos giovane e bella. Poco dopo, nel febbraio 1466,
avrebbe anche descritto i divertimenti cui i due innamorati si davano nel gioioso periodo del Carnevale,
incuranti di far sparlare il prossimo: Ricordami ora di dirti, che Niccol Ardinghelli ti potr pagare; ch
si dice ha vinto bene otto mila fiorini (...). La donna sua  qua, e gode; che s'ha fatto di nuovo un
vedistire con una livrea, e suvvi poche perle, ma grosse e belle; e cos si fece a d 3, a suo' stanza un ballo nella sala del Papa a Santa Maria Novella; che l'ordinorono Lorenzo di Piero. E fu lui con una
brigata di giovani vestiti della livrea di lei, cioppette pagonazze ricamate di belle perle. E Lorenzo 
quegli che portano bruno colla livrea delle perle, e di gran pregio! Sicch fanno festa della vincita di tanti danari (...).
Insomma, la ragazza accettava ben volentieri cotanta corte, anche se non  chiaro fin dove
arrivasse la sua intimit con Lorenzo: e del resto in questa sede, curiosit a parte, non  poi interessante
appurarlo. Magari lo faceva per amore, o per capriccio, o per vanit, trovandosi al centro di attenzioni
cos splendide che la rendevano di fatto la "prima donna" di Firenze. A parte il sentimento, c'era
comunque in mezzo anche una questione in parte di potere e in parte d'interesse; e il marito, con la
scusa degli affari di Levante, lasciava furbescamente perdere. Che le "belle perle" in quella storia
contassero pi del trasporto amoroso e dei giochi dolcestilnovistici, dovevano pensarlo in parecchi
anche nel gruppo degli amici che attorniavano Lorenzo e ch'erano soliti almeno per le feste "portare" la sua
"livrea". Il Poliziano, in una sua lettera, riutilizza un gioco di parole che doveva circolare tra gli intimi della brigata ponendo il nome di Lucrezia in rapporto con il termine da cui esso deriva secondo
l'etimologia latina, cio lucrum (guadagno monetario): in consonanza con quanto sembra insinuare anche Alessandra Macinghi Strozzi descrivendo la giovane donna immersa nei divertimenti e coperta
di preziosi regali, anche il fedele Agnolo da Montepulciano lascia supporre che i sentimenti dell'amata nei confronti di Lorenzo non fossero indipendenti dalla sua ricchezza e dall'autorevolezza della sua famiglia.
L'impressione che emerge dalle fonti in breve  questa: in giro si pensava che, se Lorenzo non fosse stato il figlio di Piero di Cosimo e se non avesse largheggiato tanto con lei, Lucrezia si sarebbe
mostrata nei suoi confronti alquanto pi riservata e sdegnosa.
I pareri degli studiosi sono per la verit sempre stati discordi a proposito della reale natura di quel rapporto: c' chi pensa che Lucrezia fosse in effetti l'amante di Lorenzo, e chi  invece convinto
che il loro legame appartenesse a quel genere di amori letterari e tutto sommato fittizi che avevano per esempio legato Dante a Beatrice: qualcosa di derivato dalla fin'amor di cui si erano nutriti la lirica
occitana e, pi tardi e con qualche accento diverso, il Dolce Stil Novo per poi passare, mutatis mutandis (e neppure troppo...) al Petrarca e alla sua tradizione. Si conservano per alcune lettere scritte a Lorenzo in viaggio dai suoi amici, con le quali lo si teneva costantemente informato su di lei: e i termini usati, i concetti espressi, con il loro tono franco e ora fin troppo realistico, ora giocosamente iperbolico, non sembrano lasciare troppo spazio al dubbio.
Cos Giovanfrancesco Ventura, scrivendo all'amico pi tardi, addirittura alla fine dell'agosto
del 1468, dubitava che i rapporti tra Lorenzo e Lucrezia fossero rimasti uguali a quelli intrattenuti
quando egli era partito da Firenze per le missioni diplomatiche di molti mesi prima; lo informava
dunque che il marito di lei, di cui per discrezione scriveva solo l'iniziale del nome (N.), sarebbe rimasto
di nuovo lontano dalla citt per qualche tempo, per cui quello era il momento di farsi sotto e dar piacere
al corpo, oltre che pensare a salvarsi l'anima.
Un pi sapido e tempestivo riscontro ci viene comunque dalla penna di Braccio Martelli, che
scrisse a Lorenzo il 27 aprile 1465, dunque sei giorni dopo le nozze di Lucrezia con l'Ardinghelli. La
lettera  "in cifra", vale a dire presenta numeri al posto dei nomi e ricorre a un sistema di sostituzione
di vocali con consonanti per mascherare le parole (per esempio m al posto di a, n al posto di e, r al
posto di i, c oppure x al posto di o, y al posto di u) per ovvie ragioni che il lettore presto capir;
l'estrema franchezza della fonte, riprodotta nella sua forma originale, chiarisce i termini della
questione. Al momento delle nozze di Lucrezia, Lorenzo era per la verit ancora a Firenze: ma appena
due giorni dopo, il 23 aprile,
sarebbe partito alla volta di Milano per un evento al quale casa Medici non poteva brillare per
assenza. Egli doveva, in quanto figlio maggiore di un padre troppo ammalato per muoversi,
rappresentare la famiglia (e al tempo stesso la citt) alle nozze di Ippolita Sforza, figlia del duca
Francesco: e Braccio era stato incaricato di tenere d'occhio la cerimonia nuziale, e magari poi anche il
comportamento della ragazza una volta divenuta sposa novella.
La devozione amicale induce talvolta anche a servizi voyeuristici: Braccio aveva addirittura il
cmpito di appostarsi presso la casa degli sposi per seguire non visto la loro prima notte di nozze e
quindi riferire. Senza peli sulla lingua - e anche con una buona dose di malignit, vista la franchezza
con cui si esprimeva -, il Martelli invitava l'amico ad approfittare del fatto che la sua bella aveva ormai
consegnato la verginit a chi di dovere, cio al marito, ma tenendo presente un certo dettaglio.
L'Ardinghelli, pur avendo la sua et, non era difatti per nulla malmesso: sono sei d gi che detto. (Niccol Ardinghelli) le aperse sciarpello a -:- (Lucrezia), et io gli fe' la guardia; e sai che 4. hm ync cmzzc chn pmrn ync cxrnc dr byn 10.
Il lettore pu divertirsi a decifrare, servendosi del codice che gli abbiamo fornito: ma se non ne ha voglia trover in nota, dove l'abbiamo nascosta per decenza, la comoda trascrizione. Possiamo
immaginare il perverso godimento del Martelli pensando quanta gelosia e magari anche quanta umiliazione dovesse provare Lorenzo, che evidentemente non doveva esser dotato come l'Ardinghelli e
temeva che l'amata facesse i suoi bravi confronti. Certo, un dubbio rimane: davvero, con tutta l'amicizia che di certo esisteva tra loro, il Martelli poteva scherzare cos pesantemente con Lorenzo su
un punto che per lui si traduceva in umiliazione? O c'era invece tra i due un'ironica intesa, essendo al contrario noto - ma noi questa informazione, magari a quel tempo banale tra i pochi intimi, l'abbiamo
perduta - che il marito di Lucrezia inalberava attributi assai modesti? L'affermare per negazione  tra l'altro cosa vernacolarmente diffusa nel parlar familiare fiorentino. Comunque, resta da capire come potesse il Martelli seguire il decorso degli incontri notturni tra i due coniugi come se disponesse, con
seicento anni di anticipo, di una candid
camera; e come potesse Lorenzo prestargli fede... Probabilmente, si trattava solo di uno
scherzo giocato nel solito stile goliardico che vigeva nella loro allegra brigata di amici.
Che l'amore per Lucrezia fosse comunque mera finzione poetica vissuta in termini letterari, con
spirito petrarchesco, sembra alquanto improbabile, anche tenendo conto dei rimbrotti del precettore
Gentile Becchi, che ammoniva Lorenzo a tenere almeno in pubblico una condotta un po' meno chiacchierata.
Il tempo spensierato della giovinezza, in ogni caso, stava per finire. La sicurezza della famiglia imponeva all'adolescente di metter la testa a partito: il che voleva dire impegnarsi di pi in politica e in
diplomazia, lasciar perdere l'amore e pensare alle sorti politiche e all'avvenire della casa. In una parola, al matrimonio.
Un viaggio a Roma.
Dopo la capitale del ducato sforzesco, Lorenzo doveva compiere un importante viaggio di stato
alla volta del caput mundi; tanto pi che da poco si era insediato un nuovo papa, Paolo secondo (al secolo Pietro Barbo), che in quanto veneziano non era detto fosse meglio disposto verso i fiorentini rispetto al senese che c'era prima (Pio secondo).
Agli inizi del febbraio del 1466 Lorenzo, come s' gi accennato, part dunque alla volta
dell'Urbe; suo padre Piero gli aveva affidato una delicata missione in cui diplomazia e affari
s'incrociavano. Si trattava di entrare in contatto col nuovo papa, di saggiarne le intenzioni e di curare le
lucrose faccende finanziarie e mercantili che ruotavano attorno alla Santa Sede. Il momento non era
semplice. A causa di una serie di rovesci finanziari, infatti, di recente alcune banche fiorentine si erano
indebolite e quella medicea era una di esse. Per trovare spazio di manovra a nuovi possibili affari Piero
aveva deciso di rafforzare la filiale romana, che a quel tempo operava con scarso capitale, facendo
affluire denaro da altre sedi che, come quelle di Venezia o di Milano, vennero fortemente ridimensionate e assoggettate a una costante politica di riduzione del credito. Insomma, sembrava
che si stesse puntando tutto su Roma: ovvero sui rapporti col papa.
Scopo diretto e precipuo del viaggio di Lorenzo era la firma del contratto
per l'appalto delle "allumiere", le miniere di allume potassico situate sui monti della Tolfa
presso Civitavecchia, dove qualche anno prima era stato scoperto un consistente giacimento.
Necessario in molte attivit produttive del tempo e soprattutto per la "mordenzatura" (cio la
fissazione) dei materiali tintorii sui tessuti, l'allume era per quel che ne sappiamo un affare eccellente;
ed  una sfortuna che non si siano conservate fonti in grado d'informarci in dettaglio sui negoziati che fecero da contesto al contratto.
Lasciata Firenze in compagnia del fido Becchi Lorenzo prese la via Francigena e pass per
Siena, da dove sped dei dolci - i suoi prediletti
"marzapani" - agli amici rimasti in patria. Arrivato a Roma a fine febbraio o inizi di marzo,
ripart diretto a Napoli il successivo 7 aprile - Luned dell'Angelo - dopo aver firmato il contratto per
le allumiere e occupato un posto d'onore nelle solenni celebrazioni pasquali officiate da Paolo secondo.
Come annota con orgoglio il Becchi scrivendo a Piero, il papa aveva invitato Lorenzo dapprima
nella cappella di San Giovanni in Laterano dov'erano i baroni, quindi lo aveva fatto addirittura sedere
ai piedi del trono apostolico:
La matina di Pasqua, comunicato in Sancto Celso p(ren)d(endo) per le mani del papa, indugiava
troppo; and al tempo al'uficio a S(ancto) Ianni. Stette in capella tra li baroni d(ove) era lo spatio fra la
risidentia del papa et lo altare, et dopo alquanto N(ostro) S(ignore) fe' chiamare lui il Mag(nifi)co
Roberto Malatesta et un altro signore, et fecegli sedere a pie' dei sua piedi d(ove) dallati risedevano e'
car(dina)li, et arincontro apoggiati alla tramezza erano ambasciadori; fu messa papale solemnissima.
Durante quelle settimane di permanenza nell'Urbe il giovane rampollo dei Medici incontr pi
volte il papa e fu introdotto nei corridoi dei palazzi della Curia romana presentato dallo zio materno,
Giovanni Tornabuoni, che da un anno dirigeva la filiale romana del banco mediceo.
Senza dubbio visit le pi insigni fra le rovine antiche, che la sua educazione gli consentiva di
comprendere e di apprezzare; alcune pregevoli opere d'arte che entrarono a far parte della raccolta
Medici furono probabilmente da lui ammirate in quell'occasione e acquistate pi tardi.
Intanto, da casa, gli amici gli scrivevano tenendolo informato secondo i suoi stessi voleri su quel che stava facendo l'amata Lucrezia: a detta loro, che sostenevano di
tenerla d'occhio, la lontananza da lui l'aveva gettata in una dolorosa prostrazione emotiva. Luigi Pulci
invi all'amico una canzone da lui composta, Da poi che 'l Lauro, nella quale insinuava che Lucrezia
fosse caduta preda di uno stato depressivo, afflitta dall'ombra della sua antenata Piccarda Donati
eternata nel Purgatorio dantesco, che proprio come lei era stata vittima di un matrimonio infelice. In
questo caso, come altrove,  difficile dire se ci fosse proprio vero o se invece i fatti dessero spunto per
un arguto e colto gioco letterario: Lorenzo infatti scrisse a Pulci un sonetto in risposta, nel quale la
stessa parola-chiave ( ombra) viene a sua volta usata per esprimere l'idea - a dire il vero non granch
originale - che la Fortuna invidiosa cospira a separare gli amanti. Se l'amore di Lorenzo fosse stato
davvero cos forte e la pena di lei tanto struggente, questa tenzone letteraria sarebbe apparsa forse banale, forse indiscreta.
Sembra comunque in effetti, se non proprio infelice, per lo meno ben mesta la sorte di Lucrezia,
aristocratica bellezza malamata e malmaritata, lontana tanto dalla compagnia e dalla generosa scarsella
dell'amante che stava a Roma quanto dalla virilit esuberante del coniuge, che si trovava sulla riva del
Bosforo. Semprech essa davvero esuberante fosse.
L'8 marzo Sigismondo della Stufa scriveva a Lorenzo che dalla partenza del suo bene da
Firenze lei non si era pi fatta vedere nemmeno alle finestre della sua dimora, verosimilmente per il
dispiacere di trovarsi lontana da lui:
Vorresti che io t'avisassi come le cose passano di qua; e io, desideroso di farlo perch credo che
n'abbia piacere, non sono mai restato di darmi alla cercha, per avere materia da iscriverti; e non
potendo mai trovare il verbo principale, assai maravigliandomi, dimandai C.B. quale fusse la cagione
perch non si vedeva n fuori, n a uscio, n a finestra cosa nessuna. Risposemi che da poi ti se' partito
che mai  voluta uscir fuori.
Se tu ne se' cagione, io nol so, ma io so bene che da poi ti partisti non ho mai hauto forza di
veder nulla: e non  per suto per mia negligenzia. Iermattina, che fu venerd (7) di marzo, essendo in
mercato con C.B., lo pregai dovessi andare a intendere se la brigata andava a Santo Miniato. Risposemi
di no; e dicemi lui che e'
non rimane se non per la L(ucrezia), e che lei  quella che non vuole uscir fuori.
Hor chiosa il resto tu come a te pare.
Negli scritti degli amici rimasti in patria s'insinua per anche il sospetto
che la tristezza di Lucrezia non sia proprio autentica, o non necessariamente dovuta alla
distanza da Lorenzo. Cos almeno pare anche dalle parole di Bernardo Rucellai, che ne tratta il giorno
13 marzo celandola sotto il nome di Diana con cui Lorenzo l'aveva celebrata in alcuni sonetti:
Diana attende a sonare per trarsi la malinconia e 'l dolore, ch non posso chredere non abbi auto
assai passione. Tal dimostrazione n' fatta che mai si sia riveduta n a San Miniato, n in nessuno altro luogho, alle perdonanze.
Gli amici dell'allegra brigata si annoiavano a morte, come Sigismondo lamenta a chiare note
("non ti potrei mai dire quanto mi paia esser rimasto solo dipoi ti partisti in modo che io stessi non so
dove andare, n dove istare, che non mi sia tedio, e per mia fe', io desidero pi la tua tornata che tu non
faresti la tua venuta de L(ucretia) cost"), e probabilmente anche Lucrezia, nonostante il suo fido liuto,
era depressa: se non per il suo ardente amore, ch' probabile non sentisse poi granch, quanto meno
considerando le belle feste che frequentava con Lorenzo abbigliata come una regina, come le fonti non
mancano di rilevare.
A Roma Lorenzo si concesse d'altronde svariati piaceri, come del resto si addiceva alla sua
indole e alla sua giovane et: e la soddisfazione ch'egli trasse da quel soggiorno fu in qualche modo
causa di disappunto dei suoi compagni, i quali prevedevano che il viaggio si sarebbe protratto pi a
lungo di quanto preventivato, come gli scrisse Braccio Martelli:
credevo che lo honore che tu hai ricevuto et piaceri varii di pi chose ti facessino, non voglio
dire dimentichare Firenze, ma non curarti della tornata s presto.
Il giovane dovette comunque interrompere gli allegri bagordi a causa dei mniti di suo padre
Piero che il 15 marzo gli comunic - sappiamo anche questo - la notizia della morte di Francesco
Sforza, senza celargli n il dispiacere che la cosa gli causava in privato, n le sue preoccupazioni
politiche: la scomparsa del loro pi forte alleato poteva seriamente indebolire la posizione dei Medici
in seno alla Signoria e altrove. Lorenzo doveva dunque portare il lutto per lo Sforza, mettendo al bando
ogni forma di divertimento:
Io mi ritruovo in tanta afflictione et dispiacere pel mesto et doloroso caso della
morte dello Illustrissimo duca di Milano che io non so dove mi sia, et pro tuo (?) discretione
puoi giudicare quanto emporta et publice et privatim (...) fanne ogni oportuna opera, perch sai quel
che richiede l'oficio et debito nostro verso la felicissima memoria del D(uca) passato, et delle
ex(cellen)tie de madonna et de suoi incliti figli. Et appresso leverai via sonare d'istrumenti, o canti o
balli, o simili altre cose d'allegrezza.
Queste non sono le rampogne di un padre bigotto, bens gli accorti suggerimenti di un politico
che vuole tutelare la propria immagine pubblica perch ne va della stessa stabilit della sua posizione.
Inoltre, dovendo stipulare un affare lucroso, il giovane aveva puntati addosso molti occhi carichi
d'invidia: e una buona reputazione morale poteva indubbiamente favorire l'accordo.
L'ordine di Piero suona d'altronde singolare considerando che in quel momento era Quaresima:
quindi, almeno secondo la dottrina cattolica e il buon gusto, di simili festini non se ne sarebbero
proprio dovuti in ogni caso tenere. D'altronde Lorenzo era giunto a Roma ancora durante il Carnevale,
che nella citt dei papi assumeva un carattere spettacolare e sfrenato; e che iniziare il viaggio in tale
periodo fosse cosa premeditata lo lascia pensare una lettera di Luigi Pulci scritta il primo febbraio, con cui
si lamenta la decisione di Lorenzo di partire per l'Urbe lasciando l'amico cos soletto et sconsolato, che
acquista senso preciso nella prospettiva di una partenza imminente, come un'altra lettera che
Giambattista Martelli scrisse a Lorenzo da Venezia il 15 febbraio. Vero  che, come si ricorder, tra
la lettera del Pulci e quella del Martelli si situa la bella festa offerta il giorno 3 da Lorenzo a Lucrezia nella Sala del Papa di Santa Maria Novella.
Il soggiorno romano, svaghi a parte, era stato comunque tutt'altro che una vacanza per il
giovane, ormai avviato sul serio alle cure della famiglia, del banco e indirettamente dello stato: egli
dovette prendere in tale periodo decisioni molto importanti per il futuro della famiglia, comprese quelle
che lo riguardavano in prima persona. Stando alle fonti fu proprio in quelle settimane del marzo-aprile
1466 che il giovane adocchi, e incontr anche di persona, Clarice Orsini: ancora in un'occasione
probabilmente di festa, il che fa pensare che avesse tenuto conto molto blandamente della
raccomandazione paterna.
La ragazza per qualche motivo gli rest impressa: di l a breve, con quella
particolare mescolanza di cinismo da banchiere e di lirismo da poeta che improntava il suo
carattere, avrebbe deciso di prenderla in sposa.
Nei corridoi della Curia
La missione ufficiale che aveva portato Lorenzo a Roma, cio la necessit di ottenere l'appalto
per l'estrazione dell'allume dai monti della Tolfa, non era stata cos facile da condurre a buon termine
come noi potremmo pensare: per quanto le notizie che ce ne sono rimaste ne trattino poco lasciando
appunto l'impressione che fosse un po' un fatto scontato.
In una sua lettera di qualche anno dopo, Gentile Becchi esclamer:
"Questa allumiera mi pare la Trinit! Non la intendo". In quel momento egli stava invero
parlando del caso minerario, analogo, di Volterra: ma la sua esasperazione era probabilmente anche
conseguenza di quanto si era gi dovuto penare qualche anno prima per ottenere l'allume della Tolfa.
Senza dubbio c'erano stati altri concorrenti in lizza per ottenere l'affare, per quanto i Medici,
come banchieri del papa, partissero agevolati: ma non  affatto pacifico che Paolo secondo volesse
concentrare tanto potere economico nelle loro mani. Spalleggiato dallo zio Giovanni Tornabuoni,
Lorenzo era riuscito di fatto a spuntarla nel volgere di alcune laboriose settimane: ma solo a prezzo di
negoziati condotti su pi versanti.
Da una lettera di Piero datata al 22 marzo sappiamo che il giovane aveva ricevuto carta bianca a
proposito di come muoversi:
Non so quello harete eseguito dipoi circa la dipositeria dello allume, la quale, come per altra ho decto, son contento che accepti in mio nome.
Per agevolare il successo della trattativa,  probabile che Piero avesse incaricato il figlio di
passare attraverso la politica che in ogni caso, nel complicato contesto storico in cui si svolgeva la vita
dei Medici, solo raramente era disgiunta dalle questioni finanziarie.
Lorenzo doveva infatti funger da mediatore in una delicata faccenda che aveva causato degli
attriti fra la Santa Sede e il Comune di Perugia, dove Paolo secondo aveva imposto come cancelliere Stefano
Guarnieri da Osimo, mentre il governo cittadino aveva eletto invece Giovanni Pontano. Stefano da
Osimo aveva svolto missioni diplomatiche per Sigismondo Pandolfo Malatesta, padre di Roberto
Malatesta che accompagnava Lorenzo in quel
viaggio e che fu trattato con ogni riguardo da Paolo secondo il quale del resto era, sotto il profilo
feudale, il signore eminente della potente famiglia romagnola sua vassalla. La nomina di Stefano
doveva probabilmente essere il risultato di un'intesa tra il papa e il signore di Rimini, in vista di dare
stabilit ai domini della Chiesa.
Nella lettera scritta il 15 marzo, Piero raccomandava al figlio la massima prudenza al riguardo,
dal momento che Perugia era prossima all'area d'influenza di Firenze e la situazione cos confusa da
non avergli ancora consentito di prendere una decisione:
et della cagione perch  venuto Malatesta lascia stare, et maxime infino a Pasqua, e nonne
ragionare, perch credo bisogner mutare proposito, et de quello ch'io deliberer saprai, et tu nonne
parlare con nessuno, excepto Giovanni et Malatesta.
Sappiamo poi da un'altra lettera del giorno 22 che il colloquio fra Lorenzo e il papa sulla
questione era avvenuto: e con esito felice. Pu darsi, anzi pare probabile, che i buoni uffici e le risorse
investite dai Medici per placare gli animi in quel di Perugia facessero propendere il papa in loro favore
riguardo alla Tolfa.
Il soggiorno romano fu perci sotto certi aspetti una missione diplomatica in piena regola,
nell'ambito della quale il contratto per le miniere costituiva un elemento accanto ad altre questioni
collaterali, ma non secondarie.
Lorenzo e Gentile Becchi rinsaldarono le amicizie che i Medici avevano in Curia tramite
un'oculata e intensa attivit di public relations, come scrisse il precettore a Piero l'11 aprile:
Bisogn che io presentassi le vostre lettere a tre S. Cardinali, e in oltre, per vostra parte, vicitar
Niceno, San Sisto, Sant'Agnolo e Vignone, (...) e l'arcivescovo di Milano e gli altri vostri amici, che
saria gran numero a contaregli.
Chi erano i "tre S. Cardinali" ai quali si riferisce il Becchi, oltre agli altri ricordati con il loro rispettivo titolo?
Anzitutto Jacopo Ammannati Piccolomini, senese, elevato da Pio secondo (di cui aveva assunto il cognome) al titolo cardinalizio di San Crisogono; in giovent, quando non versava in condizioni
economiche floride e la Curia si trovava temporaneamente a Firenze, Jacopo era stato ospite di Cosimo
e aveva goduto della sua munificenza grazie alla quale aveva tratto sollievo dalla povert. Uomo pieno di rettitudine, l'Ammannati portava la famiglia Medici nel suo cuore e poteva senza dubbio perorare la loro causa.
Quindi il francese Guillaume d'Estouteville, cardinale vescovo di Ostia, potentissimo e, si
stima, cos pieno di benefici da essere ritenuto il personaggio pi ricco della Curia. Infine ecco
Leonardo di Piero Dati, che in verit non disponeva della porpora n di funzioni ecclesiastiche altisonanti, ma occupava in ogni caso un ruolo delicatissimo in quanto segretario di diversi pontefici gi dal 1455.
Con la qualifica di secretarius si designava lo scrittore privato cui i papi affidavano la redazione di documenti pi delicati o magari pi impegnativi da un punto di vista formale. In tale veste
lavorarono in Curia alcuni illustri umanisti come, fra gli altri, Poggio Bracciolini, Biondo Flavio,
Giorgio da Trebisonda. L'influenza di questi segretari particolari dipendeva molto dai loro rapporti con
il pontefice: Pietro da Noceto, che impresse una svolta all'assetto della segreteria papale, era legato a
Niccol quinto da un'amicizia di lunga data. Callisto terzo rese invece questo titolo soprattutto onorifico,
mentre il lavoro effettivo era svolto da un collegio di collaboratori, i secretarii participantes. Non
c' dubbio, in ogni caso, che la particolare posizione del Dati lo rendesse prezioso per Lorenzo, fosse
stato anche soltanto per sondare con discrezione gli orientamenti del papa e della Curia.
Oltre ai tre personaggi citati, sui quali Piero principalmente contava, c'era una folta rosa di altri
simpatizzanti dei Medici che bisognava omaggiare e riverire, come la lettera del Becchi chiarisce.
L'identificazione di questi referenti cui i Medici si rivolgono non  sempre immediata poich, come
spesso accade in questo tipo di fonti storiche, i personaggi sono nominati con titoli diversi da quelli, pi
noti, con i quali li conosciamo noi secondo una convenzione che si  affermata in seguito.
Con l'appellativo di "Niceno" s'intendeva comunque con certezza il famoso cardinal
Bessarione di Trebisonda, chiamato cos - e in questo modo gli si rivolgeva gi anche Pio secondo - perch
quando giunse in Italia era vescovo di Nicea: tale predicato gli rest cucito addosso nonostante
divenisse poi patriarca di Costantinopoli, cardinale prete dei Santi Dodici Apostoli, per salire infine ai
pi prestigiosi titoli episcopali di Sabina e di Tuscolo. Chiave di volta nella genesi dell'umanesimo italiano e fiorentino
in special modo, Bessarione impresse un potente sviluppo alla fioritura degli studi sulla Grecia
antica e fu figura di riferimento per gli intellettuali bizantini fuggiti in Italia dopo la conquista ottomana di Costantinopoli.
Quanto ai cardinali di San Sisto e di Sant'Angelo (in Foro Piscium, o in Pescheria) che pure
l'agente dei Medici dice di aver riverito, nell'anno 1466 entrambe le sedi erano vacanti; con quei nomi
venivano per indicati gli ultimi possessori, che dopo la traslazione ad altro titolo avevano comunque
mantenuto in commenda quello precedente, incamerandone le rendite in attesa che il papa provvedesse
a un'altra nomina. Si tratta del domenicano Juan de Torquemada, che continuava ad essere chiamato
cos anche se nel frattempo era passato al titolo cardinalizio di Santa Maria in Trastevere, e di Juan de
Carvajal, gi vescovo di Plasencia, legato apostolico di Eugenio quarto al concilio di Basilea e pi tardi,
cardinale vescovo di Porto.
Per "Vignone" si intendeva l'"Avignonese", cio Alain de Coetivy vescovo di Avignone, poi
cardinale di Santa Prassede traslato al titolo vescovile di Preneste (Palestrina) nel giugno 1465;
l'arcivescovo di Milano era il canonista Stefano Nardini, canonico di Ferrara, gi referendario della Santa Sede.
Il Bessarione, l'Estouteville, il Torquemada e il Carvajal erano stati tutti elevati alla porpora
durante la seconda promozione effettuata da Eugenio quarto, che aveva avuto luogo il 18 dicembre 1439 a
Firenze, dove il papa aveva spostato la sede del concilio indetto a Basilea e quindi spostato a Ferrara.
Considerando la fuga di questo pontefice da Roma a seguito dei tumulti nel 1433, la sua residenza a
Firenze e gli intimi rapporti con la Signoria, rafforzati grazie alla forte amicizia personale fra lui e Cosimo de'
Medici, non  esagerato dire che queste porpore erano state discusse, se non proprio assegnate,
fra le mura del Palazzo Medici: per quanto esso all'epoca non fosse ancora quello di Michelozzo bens
un altro, sito poche braccia pi a nord, sempre affacciato per sulla via Larga.
Gli interessi dei Medici erano insomma ben tutelati all'interno della Santa Sede; ma al di l del
prestigio cardinalizio, le porpore non avevano tutte lo stesso peso nei delicati equilibri di potere della
Curia romana. Jacopo Ammannati, infatti, apparteneva a quel partito cosiddetto dei "pieschi"
(cio dei favoriti da Pio secondo) che Paolo secondo appena eletto si era subito affrettato
a mettere in minoranza; quanto a Guillaume d'Estouteville, era stato a un passo dal soglio di
Pietro durante il conclave del 1464, in duello (se il termine  lecito) con Ludovico Scarampo: Pietro
Barbo li aveva inaspettatamente battuti entrambi.  ragionevole supporre che dopo l'elezione li tenesse
un po' a distanza, guardandoli come potenziali oppositori; questo doveva aver rafforzato la loro
reciproca solidariet ma non favorito la disposizione verso i Medici di papa Barbo, al quale i buoni
rapporti tra i due cardinali ostili e la famiglia fiorentina erano ben noti.
Comunque, durante quelle settimane fervide d'incontri e di relazioni Lorenzo ebbe modo di
rendersi conto che nei corridoi della Curia c'erano altre sponde, altri possibili alleati che sarebbero stati
molto preziosi da guadagnare all'amicizia dei Medici. Forte di tale consapevolezza, il giovane prese a
guardarsi pi attentamente intorno.
Alta, rossa, un po' timida
L'appalto per l'estrazione dell'allume non era la sola ragione del viaggio di Lorenzo nell'Urbe;
da una lettera inviatagli da Braccio Martelli s'inferisce che tra esse ve ne fosse anche una molto
personale, almeno sul piano della forma.
Per evidenti motivi di prestigio e di prossimit alla Santa Sede, Lorenzo cercava moglie a
Roma. Le sue lettere agli amici rimasti in Firenze sembrarono a un certo punto cos fredde e svogliate
da far loro temere che le piacevolezze e i vantaggi del soggiorno nell'Urbe potessero indurlo a fermarsi
pi a lungo del previsto. Braccio Martelli sembrava sollevato sapendo che Lorenzo non aveva trovato a
Roma la donna della sua vita, o almeno cos gli disse; dubitava difatti che potesse trovarla nel regno di
Napoli e lo esortava a tornare a Firenze, dove c'era colei ch'egli aveva promesso di amare per sempre:
Niente di mancho, bench'io sia certo che non bisogni, ti ricordo il tornare presto, perch pi
facile ti sar trovare qui chi tu promettesti seguire sempre, dicendo: Mentre che il sole allumer le fronde, e' fonti righerano per gl'alti poggi, la mia Diana seguir pe' boschi (... ).
Lo stile  quello tradizionale dell'amor cortese, prediletto e praticato da
Lorenzo nelle sue rime d'ispirazione petrarchesca; ma i cenni a una ricerca tanto a Roma
quanto a Napoli fanno sospettare che Lorenzo stesse gi pensando a una possibile sposa forestiera, da
scegliere nel patriziato romano o in quello meridionale, ambienti che entrambi potevano procurare ai
Medici alleanze vantaggiose. Braccio deve ricordare a Lorenzo la bellezza di Lucrezia, come se in
qualche modo ce ne fosse bisogno.
Esattamente un anno dopo, nella primavera 1467 - la tempesta della congiura ordita dalla parte
"del Poggio" era ormai sedata -, Lucrezia Tornabuoni arriv a Roma con lo scopo di cercare una
moglie per il figlio.
Il viaggio della matrona viene riferito da tutti coloro che lo hanno studiato in questa prospettiva,
che non  errata; se per ci addentriamo nelle lettere che Lucrezia scrisse al marito Piero e a Lorenzo di
suo pugno, non possiamo restare del tutto soddisfatti di questa spiegazione. La ricerca infatti dur
pochissimo, cos poco che praticamente non ci fu.
Lucrezia, rivolta al consorte, descrive con una decisione che ha tutta l'aria di essere premeditata
la prescelta Clarice Orsini, di circa un anno pi giovane di Lorenzo. La considera minuziosamente, nel
fisico come nel temperamento, e spiega in dettaglio di essersi messa d'impegno a osservarla molto bene:
Gioved mattina, andando a San Piero, mi riscontrai in madonna Madalena Orsina, sorella del
Cardinale (Latino), la quale aveva seco suo figliuola, d'et d'anni 15 in 16. Era vestita alla romana, co
'l lenzuolo; la quale mi parve in quello abito molto bella, bianca e grande: ma perch la fanciulla pure
era coperta, non la pote'
veder a mio modo. Acadde ieri che andai a vicitare il predito monsignor Horsino, il quale era in
casa la prefata suo ( sic) sorella, colla detta fanciulla; la quale era in una gonna istretta alla romana, e
sanza lenzuolo: e stemoci gran pezzo a ragionare; e io posi ben ment'a detta fanciulla. La quale, come
dico,  di ricipiente grandezza, e bianca, et  si dolce maniera, non per s gentile come le nostre: ma 
di gran modesta, e da ridulla presto a nostri costumi.
Il capo non  biondo, perch non se n'ha di qua: pendono i suo capegli in rosso, e n' assai. La
faccia del viso pende un po' tondetta, ma non mi dispiace. La gola  isvelta confacientemente, ma mi
pare un po' sotiletta, o, a dire meglio, gentiletta. Il petto non potemo vedere, perch usano ire tutte
turate; ma mostra di buona qualit.
Va col capo non ardita come le nostre, ma pare lo porti un po' innanzi: e questo mi stimo
proceda perch si verghogniava; ch in lei non vego signio alchuno, se non per lo star verghogniosa. La
mano  lunga e isvelta. E tutto racolto,
giudichiamo la fanciulla assai pi che comunalle; ma non da comparalla alla Maria, Lucrezia e Biancha.
Lorenzo lui medesimo l' vista, e quando esso se ne contenti, tu lo potrai intendere. Io
giudicher che tutto che tu et lui diterminerete sia ben fatto, e me n'accorder. Lassiamne Idio pigliar il meglio partito.
Clarice fu scandagliata pezzo per pezzo, quasi valutata al pari di una merce che si vuol
conoscere molto a fondo prima di procedere all'acquisto. Il lungo, pesante velo tipico delle donne
romane che avvolgeva l'intera figura (se ne ha un'idea dalla celebre Velata di Raffaello, anche se il
ritratto  un mezzobusto pi tardo), indossato da Clarice per andare in chiesa nel suo primo incontro
con Lucrezia, impediva un apprezzamento generale della sua figura; la madre di Lorenzo si tolse la
curiosit il giorno dopo, quando and in casa del cardinale Orsini, e sarebbe interessante sapere se lo
fece espressamente a tale scopo.
Pot allora apprezzarne l'ovale aggraziato del volto, appena un po' pieno, i capelli rosso-rame
folti e abbondanti, la statura piuttosto alta e la corporatura slanciata, il collo sottile e lungo come le
mani, il candore della carnagione. Con suo disappunto le fu preclusa la possibilit di calcolare il
volume del petto, poich gli abiti romani erano accollati; il tono delle sue parole lascia quasi pensare
che l'avrebbe spogliata, se solo avesse potuto.
Nel complesso, bench la trovasse inferiore alle sue tre figlie, Lucrezia la giudic molto bella.
Quanto al carattere, che volle valutare fermandosi a discorrere con lei a lungo ("e stemoci gran pezzo a
ragionare; e io posi ben ment'a detta fanciulla"), lo trov docile e accomodante, e quindi, con un
perfetto ragionamento da suocera, passibile di essere facilmente addomesticato agli usi fiorentini.
Lucrezia invi a Piero una seconda lettera riguardante la futura nuora, portata a destinazione da
suo cognato Giovanni Tornabuoni: il testo stavolta  breve e sbrigativo, ben diverso da quello
dettagliatissimo della missiva or ora citata. Spiegare perch abbia deciso di spedire al marito due lettere
sullo stesso argomento, una diversa dall'altra, non  facile. Sappiamo che la prima fu anche scritta -
non solo recata - dal Tornabuoni, dunque possiamo presumere con una certa dose di verosimiglianza
che Giovanni, il quale viveva a Roma gi da due anni e si era addentrato nell'ambiente dovendo
dirigere la filiale locale del banco mediceo, le suggerisse tutti i
dettagli che riguardavano la consistenza patrimoniale e il prestigio politico della famiglia
Orsini: elementi che Lucrezia, arrivata a Roma solo da pochi giorni, difficilmente avrebbe potuto scoprire da sola.
Nella seconda lettera al marito, per, essa si mostrava molto diretta e pragmatica:
Chome ti dicho per mano di Giovanni, noi abino visto la fanciulla, con buono modo, e sanza dimostratione; e quando la cosa non n'abia avere effetto, non ci si metter nulla del tuo, che nullo
ragionamento s' avuto. La fanciulla  dua buone parti, ch' grande e biancha: non  uno bello viso, n rusticho;  buona persona.
Lorenzo l' veduta: intendi da lui se la li piace; ch ci  tante altre parti, che s'ella sodisfaccessi
a lui, ci potremo contentare. El nome suo  Crarice.
A colpo sicuro
Il 5 aprile, avendo ricevuto una pronta risposta da Piero che accettava l'idea del matrimonio,
Lucrezia gli scriveva ancora ribadendo la propria soddisfazione:
Per Donnino ho avuto la tua, e inteso la diterminazione che avete presa, che mi piace: ben ch'io
credo, quando sar cost, e dettovi quello che me ne pare, voi rimarete bene soddisfatti, e massime
piacendo a Lorenzo. Noi noll'abino poi veduta: non so se ce la rivedremo; bench non ne fo chaso. Tu mi di' ch'io ne parlo fredo: io fo per riuscire meglio: e non credo che cost sia al presente pi bella fanciulla a maritare.
La cronologia del viaggio di Lucrezia, unita alla sua insistenza sul fatto che Lorenzo aveva conosciuto Clarice di persona, e che dunque si potesse stare ragionevolmente tranquilli quanto a una prevedibile intesa tra gli sposi una volta celebrate le nozze, completa il quadro dei fatti. Riassumendo:
la donna, arrivata a Roma il 26 marzo, il giorno seguente si era recata a San Pietro dove aveva visto la ragazza per la prima volta, ma cos infagottata da non poterne capire un granch; allora l'indomani
aveva deciso di recarsi in visita nel palazzo del cardinale Orsini, dove pot finalmente guardarla bene e parlarci; il giorno successivo, il 28 marzo, aveva subito comunicato a Piero i grandi vantaggi della
ragazza e del suo parentado. Appena otto giorni dopo, cio il 5 aprile, Lucrezia aveva ricevuto risposta positiva dal marito e dal figlio, tanto che poteva scrivere di nuovo a Firenze manifestando la sua soddisfazione. La dama aveva intenzione di ripartire per Firenze il 6 aprile, anche se dovette fermarsi ancora per un po' perch c'era maltempo e si era ammalata. Tra il suo arrivo e il disbrigo della missione passarono soltanto dieci giorni: e del resto gi nella sua prima lettera Lucrezia specificava di non veder l'ora di ritornare nella sua citt ("Niente di mancho mi pare il ritornare ogni d uno anno, per tua e mia consolazione" ).
I tempi erano serratissimi: considerando che i ritmi di marcia all'epoca consentivano a un
corriere veloce, che viaggiasse da solo a cavallo senza bagagli, di coprire una distanza di circa 60 chilometri giornalieri, in questo caso c'era spazio a malapena per portare la notizia a Firenze e tornare
con la risposta, che per doveva essere subitanea. Lucrezia non pot materialmente svolgere una vera
indagine sulla ragazza in questione e la sua famiglia; meno che mai  verosimile pensare che la signora
potesse sul serio guardarsi intorno, valutare altre ragazze del patriziato romano e incontrarle.
Clarice Orsini fu dunque esaminata da Lucrezia molto in fretta, per cos dire "a colpo sicuro",
come se insomma la sposa di Piero di Cosimo fosse venuta a Roma proprio per quella ragazza l e
dovesse verificare uno stato di fatto sul quale era stata preventivamente informata. Lorenzo, d'altronde,
 da pi fonti descritto di carattere sicuro, caparbio, e difficilmente desisteva quando si fosse messo una
cosa in testa. Doveva insomma esserci stato un accordo profondo e sicuro sulle future nozze: ma le
fonti non ci consentono se non congetture sui caratteri e sui termini di esso.
Giovanni Tornabuoni aveva sondato il terreno quanto alla consistenza patrimoniale e in
generale alla disponibilit economica degli Orsini. Come ogni cosa, anche Clarice aveva un valore
calcolabile in moneta sonante; la sua famiglia pag per stringere la parentela con i banchieri dei papi la
somma di 6000 fiorini romani, imponendo tuttavia la clausola che, se essa fosse morta senza eredi, la
dote sarebbe stata restituita alla famiglia. Sotto il profilo economico-finanziario non era stato certo
un grande affare, per la potente famiglia fiorentina: ma a indurli a tollerare l'esiguit della dote recata
dalla nobile fanciulla, c'era una prestigiosa prospettiva: l'araldica dei Medici, gi nobilitata con i gigli
d'oro di Francia dal 1465 per concessione di re Luigi undicesimo, poteva ora essere inquartata con l'arme
gloriosa della Rosa e della Vipera (in realt un'anguilla) inalberata da quei principi di
antichissima schiatta romana, gli stessi cui era appartenuto anche papa Niccol terzo, che Dante - peraltro condannandolo all'Inferno - aveva definito "figliuol dell'Orsa, / cupido s per avanzar gli
orsatti", per la rapace, nepotistica simonia.
Delle sue nozze, Lorenzo avrebbe in seguito scritto cos:
Io Lorenzo tolsi donna Clarice figliuola del signore Jacopo Orsino, o vero mi fu data, di dicembre 1468. .
In quel "mi fu data", che sembra adombrare un'accettazione passiva della volont altrui,
Lorenzo era forse a modo suo sincero: proprio come quando scriveva di essere un cittadino di Firenze al pari degli altri, "pur con qualche auctorit". Probabilmente voleva sottolineare il fatto che le sue
nozze erano state celebrate sotto il segno della piena approvazione familiare, secondo il clich dell'uomo devoto che non esce mai dal seminato e non tradisce le attese dei suoi. Se dobbiamo credere
al ritratto che di lei fece il Ghirlandaio qualche anno dopo la morte, che la raggiunse nel 1488, Clarice era ancora verso i quarant'anni una donna piacente, con un volto dai lineamenti regolari e occhi neri dallo sguardo diretto, franco e deciso, che non corrisponde molto a quella "vergognosit" descritta da Lucrezia Tornabuoni.
La donna matura, del resto, forgiata dal non facile destino che toccava alle spose dei Medici, non poteva essere pi la stessa ragazza acerba e inesperta che una ventina di anni prima aveva colpito
Lorenzo durante un incontro di cui nulla sappiamo, tranne il fatto che gli lasci un ricordo indelebile.
Tale incontro  considerato "segreto" dagli storici semplicemente perch siamo obbligati a registrare un cono d'ombra nelle fonti che avvolge l'evento rendendolo impenetrabile ai nostri occhi.
Una lettera successiva, scritta dalla madre di lei Maddalena Orsini quando era gi stato messo in moto
il complesso meccanismo finanziario e diplomatico del
fidanzamento, sembra infittire il mistero, poich la dama si dice ansiosa di conoscere il futuro
genero ("spero che haverrete volunt cognoscerme con tucti li vostri parenti dal canto de qua"). Le sue
parole farebbero pensare che Maddalena non avesse mai incontrato Lorenzo, e in tal caso dovremmo
supporre che Clarice lo vide da sola; ci non  impossibile, per quanto sembri alieno dai costumi del
tempo e dal modo in cui veniva
allevata una ragazza nubile dell'aristocrazia romana.
La richiesta va dunque letta come un invito ad approfondire la conoscenza reciproca: ovvero gli
Orsini desideravano che Lorenzo scendesse a Roma per stare un po' di tempo ospite in casa loro, prima
delle nozze: qualcosa insomma di pi solido e affettuoso di un incontro furtivo occorso tra due giovani,
chiss dove e chiss quando, che in ogni caso non possiamo escludere.
Sul luogo e la data, si presenta la possibilit di formulare almeno un'ipotesi meno fumosa di tante altre: premesso che le donne frequentavano assiduamente le chiese, rendendo in tal modo i luoghi
di culto appetibili agli uomini per ragioni non solo religiose,  possibile che i due siano stati molto vicini il giorno di Pasqua, 6 aprile 1466.
Durante la messa pontificale officiata da Paolo secondo, Lorenzo venne ospitato nella cappella
d'onore in San Giovanni dove stavano i grandi baroni; e l, nel novero della maggiore aristocrazia
romana,  altamente probabile che sedesse Clarice con i suoi congiunti.
Tra le altre donne nubili di gran "parentado", espressione che significativamente ricorre spesso
nelle lettere dei Medici, Clarice doveva evidentemente essere quella che gli piaceva di pi.

QUARTO.
I figli dell'Ammazzagiganti e i "Figliuol dell'Orsa".
Leggende araldiche e verit storiche.
L'orso  uno dei Grandi Archetipi della teratosimbolica universale, diffuso come simbolo e come animale dal significato mitico dall'Europa all'Asia, fino al continente americano e all'Artide.
Per quanto riguarda gli Orsini, dei quali  il totem, esso rappresenta insieme con le altre due figure
presenti nella relativa arme gentilizia - la rosa e la "vipera" - la base per una quantit di racconti
araldici, frutto di anonima fantasia o di mercenaria commissione, promotore del quale sembra essere
stato in pi casi un enigmatico esponente cinquecentesco del casato, quel Virginio Orsini ideatore del
"bosco misterico" di Bomarzo.
Anche i Medici vantano un'arme abbastanza antica, ma non certo tale da potersi paragonare con
quella che per via del matrimonio laurenziano si un ad essi. Doveva essere, in origine - ed  arduo
farla risalire a prima del Duecento - una delle cosiddette "armi parlanti", vale a dire una di quelle
insegne i colori e le figure delle quali, con il loro forte contenuto mitopoietico, rinviano al nome della
famiglia che le inalbera. Si dice che i sei globi vermigli in campo d'oro che, nella versione "classica"
dell'arme, la distinguono, possano essere interpretabili come pillole o come "bocce" da salasso piene di
sangue, il che rinvierebbe alla professione medica. In realt, considerando la nascita dell'insegna come
collegabile al primo esordio del casato e alla sua vecchia, consolidata e ben documentata adesione
all'Arte del Cambio - l'arme della quale  uno scudo vermiglio seminato di
"bisanti" d'oro - si  ipotizzato che, come nel caso di molte altre famiglie popolane, ci si sia
ispirati nel costruirla all'insegna corporativa, invertendo rispetto ad essa i rapporti cromatici tra le
figure (appunto, le "palle") e il
campo. In origine, il campo aureo dell'arme era disseminato di palle: poi ci si ridusse a otto, a
sette, infine al canonico numero di sei.
Ma la scelta di un'arme doveva sempre venir divulgata per mezzo di qualche nobile ancorch
fantastica "leggenda di fondazione". Spesso, leggende di quel genere risalgono "alle crociate", come
quella della
"vipera" viscontea che il cronista trecentesco Galvano Fiamma riferisce strappata da un Ottone
Visconti crociato a un fortissimo guerriero saraceno.
Per l'arme dei Medici il racconto  alquanto simile, ma non si scomodarono le crociate: ci si
accontent del popolare "C'era una volta".
Al tempo delle fiabe, la terra del Mugello era infestata da un mostruoso, terribile gigante che
portava proprio quel nome. Ad affrontarlo fu colui che in Toscana comandava nientemeno che l'armata
di Carlomagno, un eroe di nome Averardo il quale altri non era se non il capostipite della stirpe
medicea. Il gigante Mugello colp con la sua enorme mazza per sei volte lo scudo dorato di Averardo
prima di soccombere sotto i suoi colpi. I segni di quelle botte tremende si trasformarono quindi, nella
metamorfosi araldica, in sei globi rossi: le celebri "palle". A raccontare questa leggenda  un
genealogista e araldista del Cinquecento, Cosimo Baroncelli, in un manoscritto che ha pi o meno lo
stesso valore di tanti altri racconti di quel medesimo genere.
D'altronde i giganti sono razze mostruose affini ai titani e ai ciclopi: creature connesse nella
mitologia ellenica con le forze ctonie e con Poseidone, l'"Enosigeo", lo Scuotitore della Terra. E il
Mugello da sempre  zona sismica, "terra ballerina" come si dice in Toscana. Dovettero misurarsi con i
frequenti terremoti anche gli antenati dei Medici, nel natio castello di Cafaggiolo.
Ma basta con le vecchie leggende. Torniamo alla nostra storia.
 molto diffusa la propensione a ritenere che per Lorenzo, diversamente da quanto in famiglia
si era fatto per i suoi predecessori, si fosse deciso molto per tempo di trovare una moglie che non fosse
nata da una sia pur eminente o prominente famiglia fiorentina: e ci in parallelo e coerentemente con la
decisione di proiettare l'erede dei Medici gi in et precocissima, ovvero a circa 10 anni - e il "trionfo"
del 1459 ne sarebbe stata la prima, solenne occasione -, in uno scenario pubblico pi vasto.
Cos farebbero pensare in effetti la dedizione con cui Cosimo si prodig nell'istruzione dei
nipoti, di Lorenzo per primo, e una serie di severe raccomandazioni da parte di Piero che esigeva dal
figlio una maturit anzitempo, proprio come si addice a chi deve portare sulle spalle il peso di uno
stato:
et ricordati el farti vivo, et fare conto d'essere huomo et non garzone, et metti ogni industria et
ingegno et sollecitudine, che s'abbi materia operarti in maggior cose, et questa gita  il paragone de' facti tuoi.
Si tratterebbe dunque di leggere nelle nozze nobilissime e straniere di Lorenzo l'attuazione di
una vera e propria "strategia dinastica", in quanto era tipico delle famiglie che governavano uno stato
l'andare in cerca di alleanze con altri stati mediante vincoli che si stringevano di preferenza tramite
matrimoni: una pratica che  sopravvissuta ben a lungo all'estinguersi dell' ancien rgime europeo e le
venerabili reliquie della quale sono rimaste presenti fino all'et nostra. In altri termini, si  attribuita a
Piero di Cosimo una politica che non solo metteva suo figlio precocissimamente al centro del potere in
seno alla citt e al suo sistema di governo ma, al tempo stesso, intendeva dar vita a un lignaggio adatto
a sostenere un ruolo prestigioso anche nel quadro delle relazioni politiche internazionali. Il disegno
ascensionale della famiglia era chiaro, evidente, e programmato da almeno tre generazioni: Giovanni di
Bicci aveva dato al figlio Cosimo in moglie una fanciulla discendente da un'antica famiglia magnatizia
protagonista s di un clamoroso crack bancario a met Trecento ed esule da Firenze, ma insignita del titolo comitale; Cosimo dal canto suo aveva trovato per il figlio Piero una sistemazione matrimoniale
onorevole imparentandosi con i Tornabuoni. Piero and oltre; nonostante un'opera di governo
malferma al pari della sua salute, sent che la potenza della famiglia era giunta ormai al punto da
consentirgli il salto di qualit fuori dal cerchio fiorentino e toscano e oltre l'ambiente magnatizio o popolano.
Insomma, era il momento di uscire dai confini dell'oligarchia cittadina e di collegarsi a un
casato principesco che aveva dato addirittura alla Chiesa romana un papa e numerosi cardinali e che per
oltre due secoli aveva conteso all'altra dinastia della Campagna romana, i Colonna, il primato sulla
Curia e nel papato. Una scelta audace, ma non sbagliata: il settimo
nato di Lorenzo e di Clarice, Giovanni, sarebbe divenuto a poco pi di tredici anni cardinale, e quindi, una ventina d'anni circa dopo la morte di suo padre, addirittura sommo pontefice. Ne aveva
fatta di strada, la schiatta dei mercanti mugellani, in un secolo...
La sposa di Lorenzo venne dunque selezionata anzitutto per l'enorme rinomanza e prestigio
della sua famiglia, ma anche perch fra i suoi parenti pi prossimi c'erano personaggi utilissimi per gli
interessi medicei.
Del resto, immaginare che il matrimonio fosse dettato da istanze passionali risulterebbe poco
realistico: un simile modo di ragionare non era certo proprio delle grandi dinastie del tempo, detentrici
del potere politico o di quello economico. E non apparteneva nemmeno a Lorenzo, temperamento
cerebrale, dotato di una mentalit pragmatica e molto pi ambizioso dei suoi predecessori; siamo nel
giusto pensando che Clarice gli piacesse molto, ma dobbiamo focalizzare i motivi per i quali si sentiva
attratto da lei al punto di volerla sposare. Semplicemente, quella ragazza incarnava ci che egli
desiderava raggiungere, il massimo che un giovane uscito da una famiglia come la sua potesse sperar di
ottenere dalla vita, compresa la prospettiva di vedere un suo discendente occupare il soglio di Pietro:
una debolezza, quella - se tale  lecito considerarla - alla quale Lorenzo si dette con tutto se stesso.
In questo senso Clarice possedeva le chiavi del suo cuore: un cuore virile, per niente disposto a
sacrificare potere, ricchezza e successo in nome di un concetto dell'amore che oltretutto, in realt,
apparterrebbe a orizzonti mentali non suoi bens dei secoli a venire. Possiamo farcene un'idea
realistica, senza prestargli atteggiamenti o sentimenti anacronistici, osservando con attenzione sia ci
che faceva, sia ci che scriveva in prima persona; in ogni circostanza era sua abitudine annotarsi fatti,
discorsi, suggestioni, riempiendo taccuini di note con la convinzione che gli sarebbero state utili per
eventuali mosse future.
Nei Ricordi, zibaldone di scritti e appunti occasionali pi che diario autobiografico, Lorenzo
usava registrare anche l'importo esatto di ogni spesa affrontata: consuetudine certo non necessaria, dal
momento che le cifre relative alle sue spese risultano accuratamente registrate nei libri contabili. Ma gli
esborsi, in certi casi, non equivalevano semplicemente a uscite economiche: la consistenza delle
somme impegnate la diceva in
qualche modo lunga sugli investimenti fatti in termini di progetti, d'impegni, di alleanze; di
conseguenza, egli stabiliva volta per volta caratteri e limiti chiari a proposito di ci che ci si poteva
aspettare come riscontro. Che poi talvolta sbagliasse i conti - anche la sua esperienza di banchiere la
dice lunga sul fatto che l'economia e le finanze non fossero proprio quel che gli inglesi definirebbero
his cup of tea -, va da s: ma si trattava di errori di valutazione, non di atti di negligenza o di avventatezza.
Riguardo per esempio al suo viaggio a Milano nel luglio 1469, quando ebbe fra l'altro l'onore
di far da padrino al battesimo del figlio primogenito del duca Galeazzo Maria, Lorenzo prese nota
accurata del grande significato che quel ruolo aveva rappresentato per lui e sottoline con evidente
orgoglio di aver recato in dono alla duchessa una collana d'oro ornata da un diamante che era costata la
bellezza di ben 3000 ducati: la met esatta della dote recata da Clarice Orsini in casa Medici.
Lorenzo aveva insomma l'abitudine di assegnare un preciso valore monetario a qualunque cosa,
compresi i rapporti umani e le conseguenze che possono da essi scaturire. Ci non stupisce: si  dinanzi
alla mentalit tipica del mercante, peraltro condivisa anche da chi, come ad esempio l'ambasciatore del
duca di Milano Filippo Sacramoro da Rimini, non apparteneva a quel milieu. Cos difatti questi
scriveva da Firenze al proprio signore, annunciando l'arrivo di Lorenzo e il dono che Piero, ormai
definitivamente confinato in casa, anzi quasi paralizzato e prossimo alla fine della sua stagione terrena,
aveva offerto alla madre del festeggiato: Franceschino Nori m'ha mostrato hoggi il dono ch'el
Magnifico Piero far alla Illustrissima Madonna Duchessa. L' una collana d'oro a la francese, cum uno diamante in ponta, molto bello, che secondo lui, valer 2500 ducati.
Ma torniamo al matrimonio di Lorenzo, sicuramente fortunato e felice secondo le prospettive del tempo e anche secondo quelle che dovevano essere le sue personali aspettative. Le spose di casa Medici non erano mai state prolifiche: e Cosimo, secondo Machiavelli, era molto addolorato per questo motivo. Dopo la morte del figlio Giovanni, sul quale aveva concentrato le sue speranze poich Piero sembrava troppo cagionevole di salute per badare con la dovuta energia alla famiglia, si fece portare nelle stanze del palazzo sospirando: "Questa  troppa gran casa e s poca famiglia".
Clarice avrebbe partorito a Lorenzo dieci figli, sei dei quali avrebbero raggiunto l'et adulta:
il che non era un risultato da poco, dato l'alto tasso di mortalit infantile del tempo. Ognuno di essi
sarebbe stato utile per allacciare nuove vantaggiose alleanze matrimoniali: e anche ci realizzava un desiderio che per Lorenzo aveva importanza fondamentale. A differenza di Cosimo e di Piero, egli non ebbe figli illegittimi. Considerando che non esistevano metodi contraccettivi sicuri, il fatto ha il suo
significato: se Lorenzo si concesse avventure con altre donne, si tratt di episodi sporadici, privi di qualunque risvolto affettivo e patrimoniale.
Dopo le sue nozze, la bella Lucrezia Donati avrebbe ricevuto da lui soltanto versi e canzoni,
mentre le richieste di Clarice, una dopo l'altra, sarebbero state tutte e sempre soddisfatte dal consorte:
si trattava di favori che riguardavano in prevalenza vari suoi parenti da sistemare in ruoli prestigiosi,
primo fra tutti il fratello Rinaldo che Lorenzo, bench obtorto collo, avrebbe fatto alla fine promuovere arcivescovo di Firenze.
Dinanzi a tali evidenze dobbiamo per forza immaginare che Lorenzo avesse presentato ai
genitori l'opportunit di sposare quella ragazza usando un linguaggio a loro familiare, ovvero mettendo
chiaramente in luce tutti i benefici concreti che da quel legame potevano venire ai Medici sotto vari
punti di vista. Li troviamo accuratamente elencati in quella famosa lettera di Lucrezia al marito del 28
marzo del 1467, nella quale la donna rimarca non solo il grande prestigio del lignaggio Orsini e la
solida ricchezza di possessi che distingue la famiglia, ma anche la forza dei vincoli di lealt reciproca
che univa i diversi rami:
La fanciulla  figliuola, per padre, del signore Iacopo Horsino da Monte Ritondo, e, per madre,
della sorella del Cardinale (Latino). A duo fratelli: l'uno fa fatti d'arme, ed  col signore Orso in buona
stima: l'altro  prete sodiacano del Papa.
Anno la met di Monte Ritondo: l'altra met  di loro zio, el quale  duo figliuoli maschi et tre femmine.
Anno, oltre a questa met di Monte Ritondo, tre altre castella, proprio de' fratelli di costei: et
stannosi di stabile, per quanto intendo, bene; e ogni d nn'a star meglio, perch, oltre all'essere nipoti
per madre del Cardinale, de l'Arcivescovo, di Napoleone e del Cavaliere, ancora sono loro nipoti
cugini da lato di padre, ch 'l padre di questa fanciulla fu secondo cugino per linea diritta dei predetti
signori; i quali portano loro grande amore.
Prncipi della Chiesa.
Secondo Vanna Arrighi,
la scelta dei Medici di attingere a una famiglia non fiorentina, affrontando il rischio di suscitare
la disapprovazione dei loro concittadini, si distacc dalla linea di comportamento da loro stessi seguita
fino ad allora: fu un segno, fra molti altri, della loro volont di affermarsi al di fuori di Firenze e del
suo dominio, ma forse costitu anche una necessaria cautela, dopo la crisi politica del 1466, che li
spinse a cercare legami di alleanza esterni. In questa prospettiva Roma rappresentava il luogo ideale:
oltre a ospitare un'importante filiale del banco Medici, rivestiva, come sede del papato, un ruolo
ineguagliabile di potenza sopranazionale. A orientare la scelta verso Clarice, c'era, ovviamente, la
prospettiva di una ricca dote, ma determinanti furono i motivi politici: i Medici si proponevano,
attraverso di lei, di legarsi a una dinastia di uomini d'arme, cosa che poteva rimediare, almeno in parte,
alla mancanza da parte dello Stato fiorentino di un autonomo ed efficiente apparato militare; inoltre la
presenza di numerosi prelati nella famiglia avrebbe favorito relazioni pi strette con la Santa Sede. Appartenevano alla pi antica nobilt feudale italiana ed erano con i gi ricordati
Colonna, loro rivali di sempre, fra i maggiori baroni di Roma; nei documenti sono indicati come de
filiis Ursi dal nome del loro capostipite Ursus, che una leggenda ben accreditata riteneva nipote di
Carlo Magno. Al di l delle costruzioni immaginarie che stanno spesso alle radici dell'araldica
medievale, in concreto gli Orsini al tempo di Lorenzo erano un'autentica potenza, in area laziale e non solo.
Grazie all'unione con l'illustre famiglia dei Del Balzo, per esempio, essi si erano ramificati nel
regno di Napoli arrivando a coprire ruoli chiave come quello di gran siniscalco. Ebbero addirittura
feudi in Epiro; ma, senza bisogno di andare cos lontano, va ricordato che questa dinastia di militari e di
alti prelati aveva incrociato la storia di Firenze: nel 1425 Giacomo Orsini, nipote di Gentile conte di
Soana, aveva militato al soldo della repubblica allora in guerra contro il duca di Milano; Giordano
Orsini, cardinale vescovo di Albano e penitenziere maggiore, era stato a un passo dall'ottenere la tiara
durante il conclave dal quale era uscito eletto papa Eugenio quarto; il primo agosto 1434, quando il pontefice
era stato costretto a rifugiarsi a Firenze, l'Orsini aveva preso dimora nella casa di Cosimo. Un altro
ramo della famiglia possedeva i castelli di Piombino, Scarlino,
Suvereto, Buriano, l'Abbadia al Fango, le isole di Pianosa e di Montecristo; nell'anno 1444 Rinaldo Orsini, marito di Caterina d'Appiano, restaur e rinforz le fortificazioni esteriori della
Rocchetta e della Porta di Terra di Piombino.
In passato la famiglia aveva dato alla Chiesa ben due papi - Celestino terzo e Giangaetano, vale a dire Niccol terzo -, oltre a ben 34        cardinali. Al tempo in cui Dante pone Nicol terzo all'Inferno nel girone dei simoniaci a causa delle enormi concessioni ch'egli aveva fatto ai suoi parenti per facilitare quanto
pi possibile l'ascesa della famiglia, gli Orsini abitavano nientemeno che in Castel Sant'Angelo al
quale fecero aggiungere per loro comodit il famoso Passetto, ovvero un passaggio collegato al circuito
delle mura leonine che consentiva al pontefice di raggiungere l'inespugnabile fortezza extramuraria in
caso di necessit: nel 1527, durante il sacco di Roma, papa Clemente settimo - cio Giulio de' Medici, nipote di Lorenzo - sfugg attraverso il Passetto alla cattura da parte dei lanzichenecchi di Carlo quinto.
La famiglia si era illustrata durante i drammatici eventi dell'attentato di Anagni, l'8 settembre 1303, quando Bonifacio ottavo, assediato dal corpo di spedizione francese di Filippo il Bello che voleva farlo prigioniero e deportarlo in Francia, era stato liberato dalla popolazione insorta: egli pot rientrare
sano e salvo a Roma perch i fedelissimi Orsini guidati da Giordano, che occupava allora il prestigioso
incarico di Senator Urbis, si recarono a incontrarlo con una poderosa scorta armata capace di scoraggiare le iniziative dei francesi appostati nelle campagne e da quel momento lo tennero sotto la
loro protezione fino alla sua morte, avvenuta il successivo 11 ottobre. In tempi pi recenti, gli Orsini
si erano ramificati nelle strutture burocratiche della Curia e della Chiesa raggiungendo una posizione preminente.
Alcune delle loro cariche curiali sono testimoniate solo in anni leggermente successivi alle
nozze di Clarice e Lorenzo: ma dobbiamo considerare che gli ufficiali di Curia arrivavano a firmare i
documenti solo quando avevano raggiunto un certo grado gerarchico. Non possiamo sapere da quanto
tempo membri della famiglia frequentassero la corte pontificia svolgendovi varie mansioni, impiegati
come diciamo oggi "di ruolo" o avventizi, o magari anche come semplici scrivani al servizio di
qualche altro funzionario che si faceva aiutare per sbrigare il suo lavoro; di sicuro c' solo il
fatto che essi, appena vi misero piede, cominciarono a industriarsi per rimanervi e radicarvisi sempre di
pi nell'interesse del loro casato. Questo era infatti il modo in cui si regolavano tutti, nonostante le pie
censure lanciate per secoli dalla Chiesa contro l'odioso fenomeno del nepotismo.
Insomma, la famiglia aveva profondissime radici nella storia della Chiesa, a Roma e nella
Curia: dunque legandosi ai Medici perseguiva una politica coerente al proprio vantaggio, perch la
nomina a una certa sede ecclesiastica non passava solo per il volere del papa, ma, quando si trattava di
citt o di territori fuori dall'area nella quale egli esercitava anche il potere temporale, bisognava
ottenere altres il favore o comunque il consenso del sovrano o del potente che dominava sullo stato nel
quale la diocesi era insediata. D'altronde, qualunque strategia familiare mirante a scopi del genere
richiedeva ingenti sforzi diplomatici e politici tesi a ingraziarsi i vari capi di stato e a scavalcare gli
inevitabili e non scarsi concorrenti.
Durante il conclave da cui era uscito eletto Paolo secondo, Latino non era entrato nel gioco delle
candidature. Apparteneva a una fazione del Sacro Collegio di orientamento moderato, potentemente
radicata a Roma e nel Lazio, che per lunga tradizione si manteneva fedele al papato in s, alla Santa
Sede, non alla persona del singolo pontefice che, per usare il linguaggio curiale, sedeva sul sacro soglio
di Pietro pro tempore: gli Orsini avrebbero infatti tenuto lo stesso atteggiamento di lealt anche verso
Sisto quarto negli anni di guerra fra il papa Della Rovere e Lorenzo, dopo la congiura dei Pazzi.
Nell'inverno 1466, l'autorevole figura di Latino rappresentava agli occhi dei Medici un ottimo
aiuto per radicare la loro influenza sulla Curia in modo ben pi solido e duraturo di quanto gi fosse
grazie agli amichevoli rapporti con altri porporati. Se fosse lecito prendere in prestito due etichette che
in realt appartengono - con differente dignit - al linguaggio dei secoli successivi, potremmo dire che
gli Orsini, come del resto i loro rivali Colonna, formavano lo "zoccolo duro" della cosiddetta "nobilt
nera", il novero delle famiglie dell'aristocrazia romana pi fedeli alla Santa Sede e pi intime di essa.
Quando Lorenzo arriv a Roma, agli inizi del 1466, i Medici contavano
negli ambienti vicini al papa amici importanti, sui quali egli fece leva per ottenere appoggio
riguardo all'appalto delle allumiere. Mentre curava queste relazioni il giovane dovette rendersi conto
che il supporto filomediceo nella Santa Sede non era cos forte come in famiglia si credeva e che di
sicuro ben pi solido sarebbe potuto diventare.
Il Bessarione, l'Ammannati e l'Estouteville erano d'altronde singoli personaggi, per quanto
autorevoli, mentre gli Orsini erano una dinastia: vale a dire una realt che vantava una lunghissima
tradizione di papi, vescovi e cardinali, religiosi e funzionari di Santa Romana Chiesa.
Valorosi condottieri
Un altro punto in favore di Clarice, secondo Lucrezia Tornabuoni, consisteva nel fatto che
svariati suoi consanguinei erano valorosi condottieri: fra loro Gentile Virginio signore di Bracciano, o
ancora Nicol conte di Pitigliano e Roberto conte di Tagliacozzo.
Il nome del primo, conosciuto in genere semplicemente come Virginio,  intrecciato alle
principali vicende belliche del suo tempo; ma anche gli altri, cui va aggiunto Orso fratello di Clarice
che come scriveva Lucrezia a suo marito Piero, "fa fatti d'arme", non solo avevano ai loro ordini
uomini addestrati alla guerra secondo il tradizionale ordinamento feudale, ma erano anche - cosa
ancora pi rilevante per il discorso che ci interessa -
perfettamente in grado di guidare schiere di armati mercenari e di trasformarsi quindi in impresari di guerra.
Disporre di comandanti leali perch fidelizzati dalla parentela non era affatto la stessa cosa che
disporre di un condottiero valido per indipendente, che poteva sempre tenere in serbo un voltafaccia a
causa del quale il signore che lo aveva assoldato se lo ritrovava di colpo contro, come nemico
pericoloso e agguerrito. A quei tempi il termine "mercenario" -
oggi si preferisce dire contractor - equivaleva a quello di meretrice, entrambi infamanti.
D'altronde il mercenario e capobanda di mercenari che si faceva chiamare
"condottiero" (vale a dire titolare di un contratto d'ingaggio militare, definito "condotta")
usava, e accettava che nei suoi confronti si usasse, un epiteto che - sostanzialmente indicando un
"imprenditore militare" - si prestava a un processo di nobilitazione, che difatti si verific: sino a far del
termine, appunto, "condottiero", un sinonimo di dux.
Proprio in virt di simili considerazioni il duca di Milano Filippo Maria Visconti, che non aveva
eredi maschi, aveva fidanzato la figlia Bianca Maria a Francesco Sforza. Reputato come il miglior
"capitano di ventura"  del tempo, lo Sforza aveva servito per molti anni gli interessi viscontei
subendo un corteggiamento pressante da parte di Venezia, nemica del ducato, che voleva attrarlo dalla
sua parte; in seguito, quando Eugenio quarto lo nomin marchese di Fermo, si dichiar sciolto dai vincoli
di fedelt che lo legavano al duca e capeggi le truppe della lega antiviscontea. Ma nel 1441 Filippo
Maria Visconti, le finanze del quale erano esaurite proprio a causa delle spese di guerra, offr appunto
sua figlia in sposa allo Sforza accaparrandosene perci in via definitiva la fedelt. Avrebbe potuto
senza dubbio trovare per lei non pochi consorti di maggior lustro: ma la sicurezza militare aveva i suoi
argomenti, che il buon senso fece prevalere sulle ragioni del prestigio.
Su analoga linea pertanto - mutatis mutandis - si sarebbe mosso Piero de'
Medici per il figlio Lorenzo. Forte di questo parallelo, le trattative per le nozze di Lorenzo sono
state poste in rapporto con la macchinazione ordita contro Piero nell'agosto 1466, cio appena pochi
mesi dopo il ritorno di suo figlio a Firenze. Sebbene si risolvesse in un completo fallimento, l'evento
aveva fatto comunque emergere nel gruppo delle famiglie cittadine che appoggiavano l'egemonia
medicea preoccupanti segni di dissenso, capaci di indebolire la posizione della famiglia in seno alla
Signoria. Avere, diciamo cos, le spalle coperte da un potente sodalizio militare alleato e imparentato
poteva senza dubbio consentire ai Medici di guardar al futuro con maggior serenit; e, grazie alla loro
leadership, anche Firenze sarebbe parsa meglio difesa e meno facilmente attaccabile da potenziali
aggressori esterni.
In effetti pare sussistere una stretta relazione tra i due fatti, l'attentato a Piero e l'avvio
dell'ambizioso progetto matrimoniale riguardante Lorenzo: per quanto nell'intreccio di atti, eventi e
interessi che caratterizza la complessit storica non sia sempre facile organizzare un'esatta gerarchia di
cause e di conseguenze.
Da una parte, infatti, potrebbe essere eccessivo pensare al fidanzamento con Clarice come una
vera e propria "scelta dinastica", fatta cio secondo
l'uso dei capi di stato che vedono nei matrimoni un utile strumento per stringere alleanze
esterne: nel 1466 i Medici non erano certo (n presumibilmente pensavano di divenire) quel che
sarebbero diventati di l a pochi decenni, i titolari di un principato; bastava loro la consapevolezza di
essere la pi forte delle famiglie che tenevano in pugno la loro citt.
D'altro canto, non mancano ragioni per ritenere che la scelta d'imparentarsi con una grande
famiglia dell'aristocrazia romana fosse obiettivamente un azzardo politico, e come tale a Firenze essa
venne da pi parti riguardata: significava imprimere un'audace, quasi brutale svolta all'accorta politica
del low profile a oltranza che Cosimo aveva perseguito e imposto anche a suo figlio Piero proprio
perch esorbitare da questa linea significava in un certo senso spezzare un tacito patto, non scritto ma
noto a chiunque, tra la famiglia egemone e le istituzioni repubblicane. Ma in fondo che cos'altro aveva
significato l'aver inaugurato, e da molti anni, in una casa privata una cappella come fino ad allora c'era
stata solo nelle sedi ufficiali del potere, e aver fatto affrescare sulle sue pareti il trionfo della Regalit
Sacra nella forma della "cavalcata" dei Magi?
Insomma, Firenze poteva sopportare la "criptosignoria" dei Medici finch e nella misura in cui
essa fosse rimasta appunto nascosta. Affidare il lontano sogno regale del mercante Cosimo di Giovanni
alle pareti della sua cappella privata era gi stato un azzardo. Come gli umanisti insegnavano, al pari
del popolo dell'antica repubblica romana i fiorentini detestavano chiunque volesse farsi re, chiunque
aspirasse alla tirannia.
Il popolo di Firenze aveva odiato Corso Donati, e poi Gualtieri di Brienne, e quindi Maso e
Rinaldo degli Albizzi per questo. O almeno, cos si diceva. Ora, toccava a un Medici. Ma era poi
davvero cos?
Contro il parere del papa
Le nozze di Lorenzo, ideate e poi anche celebrate alla stregua di un matrimonio di stato, resero
palese la volont della generazione di Piero di uscire dalla logica politica di Cosimo (o, secondo
un'altra interpretazione possibile, di esplicitarla, di renderla palese): il risultato fu che le altre forze
cittadine, gli avversari tradizionali ma anche coloro che fino a quel momento erano stati alleati,
assisterono alla piega assunta dai nuovi eventi con un crescente senso di allarme.
Clarice Orsini non era solo una giovanissima donna di nobile prosapia, bens un pezzo
fondamentale dello scacchiere politico del tempo, muovendo il quale si scatenarono importanti
conseguenze: venne cos alterato in modo irreparabile il gi gravemente compromesso equilibrio sul
quale si reggeva il primato dei Medici da due anni a quella parte. La strategia nuziale di Lorenzo si
pone infatti cronologicamente al centro dello scenario difficile e travagliato che la famiglia e il contesto
politico fiorentino attraversarono subito dopo la morte di Cosimo.
Poco prima del viaggio a Roma, cio alla fine del 1465, quando Niccol Soderini era
gonfaloniere di giustizia, si era discusso animatamente sui sistemi elettivi d'accesso alle cariche
pubbliche, che da molto tempo non seguivano pi le regole tradizionali: invece di sorteggiare i nomi
dei candidati, gli "accoppiatori" incaricati dell'elezione sceglievano i nomi a loro discrezione, sulla
base dei poteri che di volta in volta venivano loro concessi. Lorenzo e suo fratello Giuliano, bench
troppo giovani per diventare gonfalonieri, erano di fatto entrati nel numero degli eleggibili. La cosa
naturalmente aveva scatenato veementi polemiche: le acque si erano appena placate quando, l'11 marzo
1466, arriv a Firenze la notizia della morte di Francesco Sforza.
Lorenzo, che in quel cruciale frangente si trovava a Roma, moltiplic a quel punto i suoi sforzi
per cercare una sposa capace di portargli in dote anche validi appoggi esterni? Questa era in fondo
l'esortazione che gli aveva rivolto il padre Piero: altro che rinunziare alle feste e ai divertimenti...
La lettera di Braccio Martelli del 21 aprile sembra confermare questa congettura, lasciando per
capire che per i Medici poteva sembrare ugualmente utile un'alleanza familiare con qualche grande
casato del regno di Napoli.
D'altro canto, certe fonti dimostrano che proprio in quei mesi c'era in ballo anche un possibile matrimonio di Lorenzo con una ragazza del patriziato fiorentino; di queste nozze "interne", per cos dire, scrive a Piero de' Medici un tal Timoteo da Verona, specificando che di ci ha parlato con Paolo secondo ottenendo parere favorevole dal Santo Padre:
Quanto alle tre cose che mi hai sottoposto con preghiera di compiacerti, le ho riferite al
pontefice. Per quanto riguarda la questione del matrimonio, afferma che
non ti impone nulla e niente da te desidera, se non ci che conviene e risulta utile parimenti al
tuo onore e alla tua sicurezza. Ritiene che cos farai per il bene tuo e dei tuoi familiari, perch teme che
quell'uomo l, qualora tu non lo legassi a te con tale vincolo, prima o poi potrebbe rivelarsi nocivo per
te. Lascia comunque interamente e serenamente la questione al tuo giudizio e alla tua prudenza, anche
se stima che per te sia meglio rinchiudere un uomo del genere, con quel connubio, al sicuro entro le mura della tua fortezza.
Questo informatore si identifica probabilmente con un Timoteo Maffei che in quegli anni era
scriptor presso la Cancelleria apostolica: anche se quel rango non era elevato nelle gerarchie curiali,
si trattava comunque di persona abbastanza vicina al pontefice da parlargli di questioni sensibili su incarico dei Medici. Senza dubbio, il patrizio fiorentino che Piero pensava di legare a s pareva a
Paolo secondo molto pericoloso e aggressivo, al punto da nuocere in modo serio alla stabilit politica dei Medici. E di conseguenza, alla pace civile in Firenze.
Fu alla luce di questa risposta del papa che matur l'idea delle nozze con la giovane Clarice
Orsini? Verrebbe da chiedersi se Piero non avesse gi fatto sussurrare all'orecchio del pontefice il
nome di quell'illustre lignaggio, magari buttando l la proposta come pura eventualit, per sondare il
terreno delle intenzioni papali. Forse la cosa trapel, poich nei corridoi della Curia c'erano tanti amici
dei Medici ma anche tanti loro avversari; fu la notizia che Lorenzo andava cercandosi una moglie fuori
Firenze, come mostra la lettera di Braccio Martelli, a fomentare il risentimento dei suoi oppositori?
Impossibile stabilirlo con certezza: ma pu darsi che le due dinamiche procedessero in
parallelo. Nonostante i toni diplomatici della lettera ora citata, Paolo secondo infatti caldeggiava chiaramente
le nozze di Lorenzo con una ragazza fiorentina nel nome della pace: anche questo fu risaputo a Firenze,
e del resto Piero se ne serv per ingannare Luca Pitti e convincerlo a tradire i congiurati, come abbiamo
gi detto. A Firenze i matrimoni forestieri non erano benvisti: allo stesso Lorenzo, quando anni dopo
avrebbe dovuto pensare a collocare convenientemente la sua prole, si present il problema di sedare il malcontento che alcune sue scelte avevano scatenato.
Le feste grandiose del 1469.
I negoziati per il matrimonio di Lorenzo durarono a lungo, complici diversi intralci che evidentemente rallentarono la stipula del contratto.
Paolo secondo, l'abbiamo visto, non era propriamente contrario ma neppure lo favoriva, convinto che
fosse meglio per Piero usare quelle nozze per imbrigliare le forze di un uomo cos potente a Firenze che
avrebbe facilmente potuto danneggiarlo in modo grave. Le pi eminenti famiglie fiorentine, a maggior
ragione quelle amiche dei Medici, si sentirono verosimilmente scavalcate e forse insultate da quella
scelta cos insolita che andava contro le norme e la tradizione; non ultimo, c'era il fatto che gli Orsini
pretendevano fosse applicato il costume romano, che cio la dote della sposa tornasse alla sua famiglia
casomai dovesse morire senza eredi.
Ma va anche ricordato che esattamente in quel triennio 1466-1469 la famiglia Medici, scampata
all'agguato teso dalla "parte del Poggio" a Piero, dovette sempre guardarsi le spalle dalle manovre dei
fuorusciti, che non si rassegnavano alla sconfitta e cercavano di nuocere come e dove potevano,
sfruttando il silenzioso assenso di Venezia.
Il 10 dicembre del 1468 era stato concluso a Roma, per procura, il matrimonio tra Lorenzo e
Clarice: ormai, la famiglia dei discendenti degli antichi mercanti mugellani aveva legato le sue fortune
e intrecciato la sue insegne araldiche con la nobilissima dinastia degli Orsini. I Medici festeggiarono
tale loro grande vittoria familiare, diplomatica e politica alla vigilia dell'Epifania del '69 con una
"cavalcata" pi splendida e spettacolare che mai, organizzata da quella Compagnia dei Magi alla guida
della quale, da ormai pi di un trentennio, la famiglia era succeduta a quella degli Strozzi. Sotto l'egida
di questi ultimi, l'uso della "cavalcata" d'Epifania era stato immortalato nella splendida pala d'altare di
Gentile da Fabriano, per trovare anni dopo un altro fastoso interprete in Benozzo Gozzoli, nella
cappella della nuova dimora medicea. La cavalcata di quell'anno, uscendo dall'mbito del centro
cittadino, coinvolse e trascin tutto il popolo di Firenze in una grande festa collettiva.
La reggia di re Erode, costruita in modo da simulare un grande palazzo principesco, si trovava
presso il convento di San Marco e aveva sulla parete frontale una serie di colonne che sorreggevano
panni azzurri punteggiati di stelle. I fianchi e il fondo erano chiusi da arazzi, il pavimento era ricoperto
da tappeti preziosi, mentre dai cornicioni dell'edificio pendevano addobbi
floreali con il motivo araldico del leone per richiamare il Marzocco, simbolo del potere del
popolo di Firenze, e palle di mirto, per alludere allo stemma dei Medici. Al suo interno, una grande
stanza ospitava un letto ricoperto da drappi di porpora e velato da cortine di seta, mentre intorno si
potevano ammirare suppellettili preziose e vasellame d'argento, tutti oggetti adatti al fasto di un re.
Gli accampamenti dei Magi erano invece situati negli altri quartieri urbani, ognuno allestito con
grande dovizia di cittadini nei panni dei servitori che formavano i rispettivi cortei reali. All'ora
prevista, tre ambascerie attraversarono le vie della citt con esuberanti cortei, per poi incontrarsi nella
piazza dei Signori e l rendere omaggio alla Signoria. I cittadini pi eminenti andarono incontro ai
Magi come dignitari inviati da Erode, ma si volle in realt che ognuno di essi fosse interpretato dal
proprio figlio, vestito esattamente come il padre, e capace di imitarne il tono della voce, le mosse e le
particolarit del comportamento, perch per molti giorni era stato addestrato a farlo. Il senso di questa
messinscena, che comunque seguiva l'uso comune di servirsi di dignitari "contraffatti"
durante le visite di personaggi illustri, era mettere in mostra in maniera quanto mai onorevole (e
anche un po' teatrale) sia la magnificenza dei tre re, sia il decoro proprio del "senato" di Firenze; i
ragazzi infatti mimavano i loro padri cercando di esaltare la compostezza e la signorilit del loro
contegno.
Segu poi un grandioso e variopinto corteo con grande abbondanza di servi, cavalli, animali da
soma, fiere selvatiche di numerose specie in parte finte, raffigurate dormienti in gabbia, e in parte vere,
cani e rapaci addestrati alla caccia d'alto volo; e poi una panoplia di doni per il piccolo Ges, schiavetti
abbigliati "alla barbara" che imitavano cos bene i costumi orientali da sembrare davvero oriundi delle
terre da cui venivano i Magi.
Quando il corteo monumentale arriv in piazza San Marco re Erode lo accolse con grande
cerimoniosit e, dopo i convenevoli di rito, i Magi rientrarono ai loro accampamenti sempre sfilando
con i loro cortei lungo le strade della citt; il giorno successivo, con ogni verosimiglianza, si tenne la
vera e propria adorazione del Bambino.
Scopo di tutta questa solennit era anche fare in modo che la citt, scossa dalle turbolenze
seguite alla congiura del 1466, e forse animata pure dall'insoddisfazione per le nozze straniere del suo
scapolo pi ambito, non
avesse tempo per recriminare, indaffarata com'era a costruire i cortei, il palazzo di Erode e tutto
quanto occorreva all'apparato dello spettacolo.
Appena un mese dopo, il 7 febbraio, in pieno Carnevale, si tenne a Firenze anche una giostra di
eccezionale bellezza e grandiosit. Il pretesto era quello di celebrare degnamente la pace firmata
pochi mesi prima con Venezia: ma sottesi al motivo ufficiale c'erano anche il desiderio di far
dimenticare ai fiorentini le grandi spese sofferte per la guerra e soprattutto la volont dei Medici di
esaltare il loro ruolo in quella vittoria della repubblica. Tuttavia la ragione pi profonda della bella e
costosa festa cavalleresca - e gli astanti ne erano pienamente coscienti - era ancora un'altra: le
condizioni di Piero di Cosimo si erano irreversibilmente aggravate, e tutti (a cominciare da lui)
sapevano ch'egli stava passando le consegne al primogenito che le riceveva in armi, cinto della gloria
marziale di un "gioco" dal significato, in realt, politicamente molto serio.
Lorenzo aveva lavorato e speso molto per curare la manifestazione fin nei minimi dettagli;
questo lo aveva fra l'altro costretto a deludere le attese della suocera Maddalena Orsini, che sperava di
vederlo venire a Roma: viaggio che egli non pot invece concedersi dal momento che avrebbe richiesto
troppi giorni di assenza da Firenze proprio nella fase cruciale dei preparativi. Questa, almeno, la scusa
ufficiale: che dovette suonar poco convincente e perfino un po' offensiva da parte di un promesso
sposo che aveva ricevuto gi tanti e tanto pressanti inviti da futuri suoceri di quel rango. E anche chi
considera quei lontani eventi pi di mezzo millennio pi tardi, non pu far a meno di chiedersi se il
Magnifico in realt preferisse non correre il rischio di allontanarsi troppo dalla citt e dal contado
fiorentino, uno spazio entro il quale si sentiva abbastanza al sicuro.
I preparativi, comunque, furono accurati e dispendiosi. Per settimane si prolung la ricerca di
cavalli adeguati, limitata non solo al contado di Firenze, bens allargatasi praticamente all'intera
penisola. Cos Luigi Pulci, l'irriverente autore del poema satirico Margutte che rappresentava l'anima
pi godereccia e dissacrante della brigata di Lorenzo, ci racconta i preparativi nella stanza del componimento in rima scritto per l'occasione:
Et poi che furon vantati i giostranti,
manca cavalli: hor per molti paesi
sbito volan messaggieri e fanti
a conti, re, signor, duchi e marchesi (... ).
Dall'amico Filippo Martelli, Lorenzo aveva saputo che il miglior corsiero da giostra di tutta
Italia apparteneva al duca d'Urbino, il quale lo aveva ricevuto in dono dal re di Napoli; a quanto
sembra non lo pot avere, ma ottenne comunque che Borso d'Este donasse per l'occasione il pregiato
Baiardo e Cesare Sforza il suo Branca. Il pi esperto palafreniere di casa Medici, Donnino, raggiunse
Napoli e prelev dalla rinomata scuderia reale Falsamico e l'Abruzzese, che vennero montati
rispettivamente da Lorenzo e da Dionigi Pucci.
Una relazione di autore anonimo e le gi ricordate Stanze di Luigi Pulci ci offrono una
descrizione particolareggiata dell'evento. In mezzo a una folla di spettatori assiepati il corteo dei
cavalieri, tutti membri delle famiglie pi illustri dell'oligarchia politica che controllava la citt ai quali
si aggiungevano alcuni ospiti, spesso giostratori famosi e si pu dire
"professionisti", arriv a piazza Santa Croce dov'era stata predisposta l'arena. Le fonti ne
conservano i nomi: Braccio de' Medici, Pietro e Pietro Antonio Pitti, Dionigi Pucci, Pietro Vespucci,
Silvestro Benci, Jacopo Bracciolini, Carlo Borromei, Benedetto Salutati, Lorenzo de' Medici e suo
fratello Giuliano, Francesco e Guglielmo Pazzi, tra i primi; Pietro da Trani, Marco da Vicenza e
Boniforte, uomo d'armi di Roberto da San Severino, tra i secondi.
Ciascuno dei contendenti era accompagnato da trombettieri, da gentiluomini amici e da un
paggio che portava uno stendardo allegorico.
Quello di Lorenzo era sul serio "d'autore": l'aveva dipinto nientemeno che il Verrocchio, dalla
bottega del quale sarebbe uscito Leonardo da Vinci. Il vessillo, dal complesso senso allegorico, era
partito di bianco e di
"paonazzo" e mostrava un sole e un arcobaleno sul quale era ricamata la divisa Le tems revient,
allusiva al rinnovarsi del tempo annuo con la primavera; al di sotto, presso un cespuglio d'alloro, una
dama abbigliata d'una veste azzurra ricamata di fiori d'oro che teneva in mano una corona d'alloro
intrecciata solo a met. Accanto a lei c'era un alberello di alloro con due rami, l'uno secco e l'altro
verde. L'alloro (in latino laurus), simbolo di gloria, era una lampante allusione a Lorenzo (
Laurentius), mecenate e organizzatore della festa, che si present in campo con una mise
all'altezza del suo ruolo: indossava un farsetto bipartito di bianco e di viola, bordato di perle,
ricamato con filo d'oro, rubini e diamanti. Per uno dei suoi cavalli l'orafo Antonio Pollaiuolo aveva
forgiato finimenti d'argento massiccio, molto pesanti e lavorati ad arte.
I cavalieri giostrarono scambiandosi poderosi colpi di lancia per ore, da mezzogiorno al
tramonto. Vinse Lorenzo: cosa che forse chiunque si aspettava perch una legge non scritta, ma
obbediente alla cortesia, voleva che si usasse particolare favore a chi aveva offerto spettacoli del genere
alla citt sobbarcandosi le spese per l'organizzazione. Per la verit, il trionfo di Lorenzo era stato accuratamente preparato,
"annunziato" e profumatamente pagato, ma tutto sommato fu un po' meno brillante di quanto le testimonianze non ammettano. Lorenzo cadde anche da cavallo, non si capisce se per sua inesperienza o per aver
ricevuto un colpo, e la scena  drammaticamente descritta dal Pulci. Nonostante ci, i giudici di gara gli assegnarono il prezioso premio in palio, e a quanto pare nessuno ebbe a che ridire.
Ma Lorenzo ci ha lasciato nei suoi Ricordi, con molta semplicit, una memoria onestamente realistica di quella sua vittoria. Non si attribuisce meriti speciali: ma semmai, condita da quella
prosaica attenzione al danaro tipica dei banchieri, adombra con serenit e un briciolo d'ironia il fatto che gli si sia voluto rendere omaggio:
Per eseguire e far' come gli altri giostrai in sulla piazza di Santa Croce con grande spesa, e gran
sunto, nella quale trovo si spese circa fiorini 10 mila di suggello; e bench d'anni, e di colpi non
fussi molto strenue, mi fu giudicato il primo onore cio un elmetto fornito d'ariento, con un Marte per cimiero.
Quel giorno, Lorenzo de' Medici dette comunque prova di un certo valore e venne festeggiato
dinanzi a tutta la citt; ma c' motivo di credere che lo stupendo elmo d'argento sormontato dal cimiero
di Marte non fosse l'unico premio da lui ricevuto.
Lo stesso Luigi Pulci, per quanto senza far nomi, scrisse che la giostra era stata richiesta a
Lorenzo da una bella dama che gli aveva messo intorno al collo una ghirlanda di viole durante la festa
offerta per le nozze tra Braccio Martelli e Costanza de' Pazzi, tempo prima. In quell'occasione pare
fosse coniato un motto: Amor vuol fe', e dove fe' nonn , Amor non pu. Il motto si
ritrova sul cosiddetto "Piatto di Otto" (oggi attribuito a Baccio Baldini), una piccola incisione di
rame destinata a decorare il coperchio di quelle preziose scatole che gli innamorati donavano alle loro
belle: e la presenza di due giovani amanti che si guardano, unita a quella di un'impresa medicea (un
anello con diamante nel quale sono inserite tre piume), pare voler commemorare l'evento.
Clarice: passione e calcolo
Tanto aperto sfoggio di impeti amorosi per la moglie di un altro uomo pu lasciarci perplessi, e
forse colp anche i contemporanei. Va per segnalato che nel caso di Lorenzo e Lucrezia, come anche
per la coppia altrettanto celebre di suo fratello Giuliano e Simonetta Vespucci, di questo sentimento si
metteva chiaramente in piazza anche il carattere platonico, cio puramente spirituale, senza nessuna
prospettiva di consumazione fisica: a questo infatti alludono gli stendardi dipinti in cui si vede il
cavaliere avvinto in catene, per dire che il dio d'Amore l'ha destinato a restare senza speranza, oppure
la donna amata che spezza le frecce di Cupido, altra palese allusione a un amore non corrisposto o
comunque non accettato. Tali immagini simboliche, tanto note che anche il popolo analfabeta sapeva
leggerne chiaramente il messaggio, s'ispiravano al Trionfo della Pudicizia di Petrarca e servivano a
dichiarare che le donne in questione concedevano ai loro ammiratori solo il piacere di corteggiarle.
Se fosse vero o falso, non sapremmo dire: ma  certo che tale dichiarato
"fallimento" degli uomini nelle loro mire tranquillizzasse i mariti delle belle circa il proprio
onore e, probabilmente, tranquillizzava anche Clarice Orsini e la sua famiglia: pur essendo ancora a
Roma, la ragazza e i parenti ebbero infatti notizia di quella giostra, come del resto l'intera penisola. Se
Lorenzo portava sull'elmo la ghirlanda di viole dono di Lucrezia Donati, palese omaggio all'etica
cortese, sugli stendardi del suo corteo, invece, i rami di alloro (richiamo "parlante" a Lorenzo, come si
 visto) s'intrecciavano alle rose, emblema della famiglia Orsini: un modo raffinato per rendere
omaggio alla fidanzata romana, ma anche per sbandierare davanti all'intera citt il prestigio
dell'antichissima casata cui stava per unirsi. Clarice o l'amor sacro si prendeva insomma la sua
rivincita, celebrata nelle insegne con un omaggio ben pi simbolico e impegnativo
che non un'effimera coroncina di fiori appassiti. E v' da chiedersi se per caso, ostentando
quelle violette secche, il Magnifico non avesse voluto dare un palese messaggio alla comunit: anche la
sua follia giovanile per la bella amante era ormai sfiorita proprio come quei fiori. Identico significato
aveva probabilmente l'albero di lauro dipinto sul vessillo con due soli ramoscelli, di cui uno secco e
l'altro verde: un amore antico tramonta, uno nuovo germoglia. Gli orgogliosi signori Orsini, del resto,
non avrebbero mai tollerato da parte del futuro genero il pubblico sfoggio di una passione adulterina,
che poteva anche assumere il profilo di un oltraggio all'intera famiglia.
Il 28 dicembre 1468, Maddalena Orsini ne aveva scritto a Lorenzo dichiarando il loro dispiacere
per non poterlo vedere a Roma, ed esortandolo intanto a farsi valere nella giostra perch le donne di
casa Orsini, diceva, tenevano moltissimo a che i loro mariti si coprissero di gloria negli eventi di tipo
militare:
Et bench mi sia grave induziar de vederve et ad Clarice sia duro lo aspectare, pur perch ve
retiene cosa virtuosa, ve conforto alla giostra et ad farve honore, perch le donne di casa Orsini
rimangono s contente allo honor et alla exaltatione, quanto alla vista, delli loro mariti. Se Chiarice
saper el d che dovete giostrare, credo in servitio vostro degiunar la vigilia, ad ci che Dio ve renda
salvo et vi conceda victoria.
Le parole della nobildonna non erano l'insincera assicurazione di una suocera tesa a coprire
pietosamente l'indifferenza di sua figlia verso un matrimonio celebrato per procura con un giovane
uomo cui la sua famiglia l'aveva legata per ragioni d'interesse. Non abbiamo alcun motivo di credere
che Clarice non fosse davvero preoccupata che Lorenzo potesse restare ferito in modo grave o
addirittura morire: eventi tutt'altro che impossibili, anche se la giostra non aveva un carattere realmente bellico.
Il giorno 11 febbraio, Francesco Tornabuoni poteva infatti scrivere a Lorenzo del sollievo provato dalla ragazza nel sapere della sua vittoria, ma pi ancora della sua incolumit:
Questo d c' suto lettere di Giovanni Tornabuoni, come avevi fatto la giostra, e n'era uscito sano e con grandissimo onore Vostra Magnificenza. La qual cosa subito ebbi intesa, l'andai a dire a la
vostra madonna Clarice, e li portai una lettera di Giovanni, che non vi potrei dire la consolazione n'ebbe: che sono 4 giorni non
s' rallegrata se none oggi, perch stava continovamente in sospetto per V(ostra) M(agnificenza) per rispetto della giostra.
A Clarice evidentemente importava sul serio di Lorenzo, e a Lorenzo interessava sapere che essa era stata molto in pena per i rischi da lui corsi: la lettera del Tornabuoni lo palesa in modo chiaro,
come del resto quella che Lorenzo le scrisse personalmente e la conseguente risposta di lei. Di matrimoni combinati per interesse tra famiglie illustri  piena la storia: ma decisamente questa
"corrispondenza di amorosi sensi" non  comune, tra fidanzati che in fin dei conti si erano visti solo di sfuggita.
Il matrimonio finalmente si tenne domenica 4 giugno 1469: e fu concepito come una cerimonia cui si erano volutamente dati il fasto e il rilievo degni delle nozze di un capo di stato.
La sposa era giunta a Firenze alcuni giorni prima e, secondo la consuetudine, aveva alloggiato in casa di una famiglia amica: gli Alessandri.
Quella domenica si tennero il rito religioso e il successivo banchetto a Palazzo Medici, cos fastoso e affollato di ospiti illustri che il servizio delle varie portate fu organizzato secondo una vera e
propria regia: il viavai dei servi in livrea lungo la scalinata, le sale e il cortile segu uno schema armonioso e piacevole, quasi la coreografia di un ballo. Il men venne puntigliosamente annotato e
diffuso; arrivarono in dono ai Medici prodotti pregiati e prelibatezze da tutto il contado fiorentino, da chiunque fosse in debito con la famiglia per qualche motivo o volesse ingraziarsene le simpatie. Dopo
la festa, Clarice entr ufficialmente a Palazzo Medici e nel letto di suo marito per la consumazione del matrimonio:  il momento che le fonti chiamano "menar donna", ovvero prendere moglie in senso
autentico e concreto.
Grazie a queste nozze i Medici si aggregavano dunque alla pi antica nobilt della penisola, cosa che sarebbe stata in seguito di un certo peso nel consentire a Lorenzo di realizzare il suo sogno, avere un cardinale in famiglia: ossia il suggello definitivo alle ambizioni medicee, poich ogni dinastia regale in Europa, ogni famiglia principesca in Italia, ne aveva almeno uno. Purtroppo Lorenzo era
morto gi da tempo quando suo figlio Giovanni sedette poi sul trono di Pietro.
La scelta di una sposa cos illustre fu foriera di grande prestigio ma anche di veementi ostilit, che non mancarono di confluire nel torrente di odio destinato in seguito ad abbattersi su Lorenzo e i suoi. Nella decisione che aveva presieduto alle nozze entr sicuramente il calcolo familiare ma anche, almeno in parte, la passione dello sposo. E un certo ruolo ebbe pure, con tutta verosimiglianza, il fatto che la donna venisse da Roma, l'Alma Urbs.
Clarice nobilitava il marito: e la sua romanit in qualche modo finiva per accrescere il prestigio della citt adottiva, della nuova patria di cui aveva sposato il primo e pi illustre cittadino. Il legame
"affettivo" e ideale con l'Urbe era sempre stato forte, nel cuore dei fiorentini: gi nelle prime cronache cittadine, Firenze  chiamata parva Roma, mentre Dante nel Convivio la definisce "bellissima e
famosissima figlia di Roma". La stessa comparazione si ritrova nella Cronica dei Villani e nella Storia
fiorentina di Leonardo Bruni: la derivazione dall'Urbe  parte essenziale del "mito di fondazione" della
citt. Grazie a Clarice, la sposa del Magnifico, Firenze in qualche modo ritornava alle sue pi gloriose e antiche radici.
Questo background mitico aveva costituito una parte di rilievo nel rapporto tra le due citt, che si era andato facendo sempre pi stretto nei secoli bassomedievali. I  banchieri fiorentini ebbero un
ruolo di rilievo nella gestione delle finanze papali durante i secoli tredicesimo quindicesimo, mantenendolo e incrementandolo nei decenni a seguire e soprattutto dopo il ritorno dei papi da Avignone; a questo
vantaggio si univano quelli del servizio a vario titolo presso la Curia romana.
Nell'Urbe del secondo Quattrocento il rione allora detto "di Parione", per il quale  stato svolto uno studio demografico sistematico sulla base dei protocolli notarili, contava una nutrita presenza di
toscani, in gran parte fiorentini, che stabilmente abitavano in citt.
A parte le ragioni pratiche legate al guadagno, Roma occupava un posto speciale nel cuore dei
fiorentini per ragioni culturali ed etiche in quanto patria di quegli autori antichi che avevano decantato i
valori repubblicani come il fulcro di un'etica politica e morale irrinunciabile: perci l'espressione
honore et utile, desunta dal De officiis di Cicerone, ricorre abbastanza di frequente nella corrispondenza d'affari del Quattrocento.
Roma  esattamente il luogo principale dal quale la famiglia Medici pensava di ricavare la sostanza di questo binomio che potremmo tradurre in "prestigio e vantaggio", politica perseguita gi a
suo tempo da Giovanni di Bicci, padre di Cosimo, e da quegli poi fedelmente mantenuta
Allestimenti come quelli che si videro nelle memorabili feste del 1469
richiedevano un oneroso investimento finanziario, e la famiglia Medici, che durante
quell'infausta congiuntura economica non navigava certo in buone acque, decise di affrontarlo solo
perch da esso contava di ottenere un bene superiore al denaro, ovvero la pace necessaria per
sopravvivere ai nemici e mantenersi in sella. Visto che l'ozio  il padre dei vizi, era perci opportuno
che il popolo venisse mantenuto in fervente attivit: durante la quale avrebbe fra l'altro potuto
pregustare la soddisfazione per l'occasione di festa e godere l'incredibile effetto scenico della cavalcata.
Per tutte queste ragioni, prima ancora che celebrare le gioie private della famiglia le feste
nuziali di Lorenzo avevano una finalit stabilizzante, se cos possiamo dire, quanto al prestigio mediceo
nella citt. D'altronde, ormai Luca Pitti era stato stretto in angolo, ridotto a vita privata, dunque non si
correva pi il rischio che potesse vendicarsi per essere stato beffato con l'ipotesi di nozze tra Lorenzo e
sua figlia Francesca; ma comunque, agli occhi dei maggiorenti cittadini, quello dei Medici dovette
sembrare una specie di affronto, uno "sgarbo" nei confronti delle tradizioni ormai radicate nel cerchio
dell'oligarchia dominante da circa ottant'anni, cio dall'indomani della liquidazione del tumulto dei
Ciompi.
Una lettera che Filippo de' Medici arcivescovo di Pisa scrisse da Roma a Piero il 27 novembre
1468, quando ormai le trattative per il matrimonio erano concluse, comprende un passaggio degno di
nota. Filippo si raccomandava di concretizzare le nozze quanto prima, perch i loro sforzi congiunti per
tenere segreto l'affare venivano intanto compromessi da indesiderabili e rischiose fughe di notizie:
Mandate el mandato presto, perch oramai questa cosa si terr pocho segreta: ch gi l' detto
Pietro d'Archangelo, cancelliere del Conte d'Urbino: e questi Pazzi gi l'hanno cominciato a seminare.
La famiglia dei Pazzi, che si era legata ai Medici con le nozze fra Guglielmo e Bianca, sorella di
Lorenzo, stava accrescendo il volume delle sue attivit bancarie al servizio della Santa Sede, e senza
dubbio non vedeva granch di buon occhio questo ulteriore, potentissimo canale di radicamento
mediceo nell'ambiente della corte papale. Pu darsi ch'essa stesse diffondendo la notizia del
matrimonio romano con un qualche intento lesivo: che quel verbo "seminare", usato dall'arcivescovo, vada inteso nel senso della parabola evangelica del "seminatore di zizzania"? A giudicare da quanto sarebbe accaduto anni dopo, si direbbe di s.


QUINTO..
Come monta la tempesta.
Un equilibrio tutt'altro che solido.
Per consuetudine, dopo Francesco Guicciardini siamo abituati a indicare come "et dell'equilibrio" il quarantennio tra 1454 e 1494, e tale definizione  ancora in uso negli studi storici: la
prima data segna la pace di Lodi, stipulata dalle potenze italiche sotto l'incubo della conquista
ottomana di Costantinopoli e con l'incombente pericolo che il re di Francia, liberatosi dai postumi della
guerra dei Cent'Anni, volesse far valere i suoi diritti ereditari sul ducato milanese e sul regno di Napoli;
la seconda invece si riferisce all'effettiva calata di Carlo ottavo di Francia nella penisola.
In realt, quel lungo periodo corrisponde a una fase alquanto instabile della situazione politica
della penisola, in cui momenti anche lunghi di tranquillit si alternarono ad altri nei quali prevalevano
pi o meno forti dinamiche di mutamento. I rapporti diplomatici erano infidi e malfermi; le alleanze
labili e fondate spesso sulla malafede e il doppio gioco; le congiure e i colpi di mano frequenti. Anche
riguardo alle vicende dei Medici si  costretti, per non confondere le idee di chi legge, a una sobria
selezione degli eventi e dei problemi focalizzando l'attenzione sui fatti pi drammatici e significativi,
come le due congiure del 1458 e del 1466, o l'ancor pi famosa congiura dei Pazzi. Ma dai pochi cenni
pi dettagliati che forniremo emerger comunque un quadro di continue cospirazioni che si
susseguivano e s'intrecciavano, che addirittura talvolta si sovrapponevano, magari con repentini
mutamenti di fronte e
capovolgimenti delle alleanze.
Per quanto riguarda le lotte interne alle citt  ovvio che gli sconfitti, come nel caso del 1466 i
fuorusciti da Firenze, non si rassegnassero alla
condizione dell'esilio e agissero al contrario con energia, magari con parossismo, cercando
continuamente alleati esterni che li aiutassero a rientrare in patria, per poter cos recuperare le posizioni
perdute e rovesciare le sorti politiche dalle quali era scaturita la loro sfortuna.
Si trattava di una reazione agli eventi peraltro antica e ben nota.  quanto aveva scelto di fare
circa un secolo e mezzo prima lo stesso Dante Alighieri: esiliato da Firenze nel marzo 1302, aveva a
lungo attivamente partecipato (forse anche con le armi in pugno) ai fieri tentativi dei guelfi bianchi,
sempre pi ghibellineggianti, per rientrare in citt a testa alta. La sua grandezza come poeta non pu far
dimenticare ch'egli era al suo tempo prima di tutto una personalit politica in vista, avendo ricoperto i
ruoli di priore delle Arti e di ambasciatore del Comune; che alcuni fra gli addebiti che gli vennero
mossi dai suoi avversari non erano forse gratuiti; e che comunque esistono zone poco chiare nel
panorama della sua attivit.
D'altronde, durante i suoi soggiorni presso i grandi signori italiani, come Bartolomeo della
Scala a Verona e Gherardo da Camino a Treviso, mentre sperimentava "come sa di sale / lo pane altrui"
e come " duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale", egli cercava altres sostegno militare e
politico per poter rientrare a Firenze. Solo pi tardi, non avendo trovato chi accettasse di esporsi e di
rischiare ponendosi dalla sua parte, e avendo maturato delusione e disprezzo per gli antichi compagni
di fazione, cerc una conciliazione con il gruppo che governava in quel momento. In effetti sperava
che, avendo cessato di considerarlo pericoloso per gli equilibri fiorentini, i suoi vecchi avversari che
avevano ormai prevalso finissero col consentirgli un onorevole rientro in citt. Come attesta il Bruni,
ridussesi tutto umilt, cercando con le buone opere e con buoni portamenti riacquistar la grazia di poter
tornare in Firenze per ispontanea revocazione di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s'affatic
assai, e scrisse pi volte non solamente a privati cittadini del reggimento, ma anche al popolo, ed intra
l'altre una epistola assai lunga, la quale comincia Popule mee, quid feci tibi?  .
Il parallelo con le vicende dantesche pu aiutare il lettore a comprendere come l'instabilit politica di cui soffriva l'Italia, e Firenze in particolare, non fosse cambiata al tempo del Magnifico.
Semmai era diventato pi ampio - ma anche pi fluido, complesso e sfuggente - il gioco delle possibili alleanze: nella seconda met del quindicesimo secolo la Signoria cittadina si considerava ormai come il governo di un vero e proprio stato  territoriale, sia pure dalle
istituzioni particolarmente varie e complesse, che comunque dialogava con le grandi potenze italiane come Venezia, Milano e il regno di  Napoli in modo pi diretto di quanto avesse potuto fare il Comune
agli inizi del Trecento.
Gli anni in cui Lorenzo govern la sua citt, pur senza titolo formale per esercitare su di essa il
potere, vanno dal 1469 al momento della sua morte prematura nel 1492: coprono dunque la seconda
parte di quella "et dell'equilibrio" di cui abbiamo appena detto. In questo periodo lungo quasi un
quarto di secolo Firenze avvert la propria condizione di
"dominante" in Toscana minacciata dal re di Napoli, che ostentava evidenti mire
espansionistiche nei confronti della parte meridionale della regione e appoggiava la repubblica di
Siena; ma era incerta tra l'alleanza milanese, sulla quale contavano i Medici, e quella veneziana, che
invece sarebbe piaciuta ad alcuni dei loro principali e pi autorevoli collaboratori non meno che a
qualche famiglia concorrente e avversaria. Il mantenimento dell'amicizia sforzesca l'avrebbe messa
almeno in parte al riparo dal pericolo di uno scontro con re Ferdinando facilitando anche molto i
rapporti con la monarchia francese, mentre un riavvicinamento alla Serenissima sarebbe stato
interpretato a Napoli come un atto ostile. In ultima analisi, la chiave di tutto era costituita dalle
relazioni con il potere pontificio, sulle quali i Medici molto contavano sin dai tempi di Eugenio quarto: si
trattava di mantenersi alleati del papa sul piano politico e suoi banchieri e partners su quello
economico-finanziario. Ma non era cosa facile, dal momento che l'equilibrio politico interno al papato
mutava ogni volta col mutare del pontefice, innescando sistemi d'alleanze sempre differenti ai quali era
tanto necessario quanto difficile tempestivamente acconciarsi.
Sembra opinione piuttosto diffusa tra gli studiosi che nelle radici e nell'avvio della congiura dei
Pazzi abbiano avuto un peso fondamentale certi gravi errori commessi da Lorenzo: in particolare la
spiccata tendenza a emergere nel panorama del prestigio cittadino, cio la scelta di dare al mondo
un'immagine propriamente principesca di s e della sua famiglia, mettendo da canto la cauta linea di
understatement sostanzialmente (e relativamente) mantenuta sia da Cosimo, sia da Piero. I maestri greci che educarono Lorenzo al culto dell'antichit che oggi definiamo "classica", come il celebre
Costantino Lascaris, avrebbero potuto biasimarlo per aver dimenticato l'insegnamento di Erodoto, secondo il quale chi troppo apertamente mira ad eccellere, finisce con l'attirare su di s "l'invidia degli
dei": il che, tradotto in termini cristiani, consisteva anzitutto in un peccato di superbia, gi secondo Dante antico vizio tipico dei fiorentini insieme con invidia e avarizia. E questa  un'ipotesi suggestiva, che riposa su un solido fondo di verit; ma considerando i documenti relativi, specie quelli di natura finanziaria, vale la pena di chiedersi se davvero il Magnifico avesse scelta.
Arroganza e ingratitudine.
 comunque indubbio che negli anni immediatamente precedenti la congiura dei Pazzi Lorenzo mostr una grande sicurezza di s, ostentando in pi occasioni una tranquillit e una noncuranza che
non pochi - anche nella cerchia dei suoi amici e collaboratori pi fidati - giudicarono perfino eccessiva.
Questa sorta di tranquilla arroganza era in fondo parte della sua indole, e l'adolescenza passata tra gli agi fastosi della "corte" familiare di via Larga e i viaggi alla volta delle pi prestigiose sedi di potere d'Italia lo avevano abituato a un certo atteggiamento: la sua autorevolezza, tanto facilmente conseguita ed esercitata, non trovava un confine all'interno del potere cittadino e regionale ma
s'irradiava in una prospettiva molto pi ampia. Re Luigi undicesimo di Francia, per, esempio, si rivolgeva a lui considerandolo il proprio punto di riferimento in Italia e gli chiedeva d'intervenire presso il papa per impetrare certi favori; e il cardinal Bessarione, inviato in Francia come legato apostolico, dal canto suo s'era rivolto proprio a Lorenzo per ottenere le informazioni che pi lo interessavano a proposito della monarchia dai gigli d'oro.
Anche il re di Napoli gli riserv da parte sua in pi occasioni un trattamento di eccezionale
riguardo: una volta, ricevuto in udienza, Lorenzo - ben cosciente di essere un semplice giovane
banchiere fiorentino, fece l'atto di chinarsi al bacio dell'augusto ginocchio regale, ma Ferdinando
glielo imped ammettendolo invece all'abbraccio e al bacio sulla guancia, con un gesto solenne che
indicava stretta confidenza e senso
di fraternit. Per meglio comprendere uno stato di cose che andava molto al di l della pura
cortesia formale basti pensare che quando nacque la sua Lucrezia, il 4 agosto 1470, Lorenzo avrebbe
desiderato Galeazzo Maria Sforza come padrino. Sarebbe stato ricambiato in tal modo l'alto onore
ricevuto l'anno prima, quando aveva tenuto a battesimo il figlio del duca: ma il Medici non pot
opporsi alle insistenze di re Luigi undicesimo, il quale reclamava quell'onore per s. La neonata fu dunque
accompagnata al fonte battesimale il successivo 4 novembre dai rappresentanti del sovrano di Francia.
Forte di tali premesse e garantito da tali successi, Lorenzo sembrava considerare la stessa
questione del consenso del popolo fiorentino come cosa ormai risolta, garantita, consolidata: al punto
da poter de facto parlare e decidere tranquillamente a nome della citt con gli altri maggiori referenti
stranieri. Ma sottovalutava un fatto: molti fiorentini giudicavano i suoi comportamenti e in genere il
suo atteggiamento come qualcosa d'indebito, suscettibile di offendere parecchie sensibilit.
Il primo vero e grave errore fu commesso da Lorenzo per la fretta di strappare prematuramente
e un po' troppo bruscamente le redini che lo tenevano imbrigliato al tradizionale, riservato esercizio
familiare del potere: fece trapelare una crescente insofferenza nei confronti di colui che per un certo
periodo gli era stato guida e mentore, lo zio Tommaso Soderini.
Sposato a Dianora Tornabuoni, zia materna di Lorenzo, Tommaso era un uomo anziano e di
reputazione eccellente. Intimo collaboratore di Cosimo, non aveva mai dato segni di cedimento nella
propria lealt alla famiglia Medici. Di ci si ebbe prova lampante proprio nel momento cruciale che
segu la morte di suo cognato Piero: fu appunto il Soderini che con tempestivit e lungimiranza,
raccolti velocemente tutti i principali partigiani medicei, li convinse a fornire seduta stante il loro
sostegno al giovane erede. Molti accettarono senza conoscere bene Lorenzo, diciamo pure senza
certezze circa il suo temperamento e le sue intenzioni, ma confidando nel senno del personaggio che
garantiva per lui e che, com'era sottinteso, si sarebbe incaricato di guidare il ragazzo cos
prematuramente chiamato dalla vita a reggere le sorti della citt.
L'ascesa di Lorenzo fu dunque assicurata in modo rapido e indolore proprio grazie allo zio, che
nei primi tempi lo tenne sotto la propria tutela.
Il Soderini appariva, nel comune sentire cittadino, il continuatore della linea politica di Cosimo
sostanzialmente non compromessa dalla debole e breve parentesi di Piero e proiettata nel futuro grazie
alla persona di suo nipote Lorenzo. Il ragazzo per si lasci guidare docilmente solo per breve tempo:
poi prese a mordere il freno familiare e, incurante che ci potesse apparire arroganza e ingratitudine,
cominci a contestare e sminuire sistematicamente il ruolo e l'autorevolezza dello zio, fino a metterlo da parte.
Sino ad allora, secondo Machiavelli,
erano Lorenzo e Giuliano come principi dello stato onorati, e quelli dal consiglio di messer Tommaso non si partivano.
Guicciardini conferma l'iniziale equilibrio tra zio e nipote, ma aggiunge: quando mor suo padre
Piero nel '69 era di anni venti; e bench rimanessi tanto giovine e quasi in cura di messer Tommaso
Soderini e altri vecchi dello Stato, nondimeno in brieve tempo prese tanto piede e tanta riputazione, che
governava a suo modo la citt (...).
(Lorenzo) dette principio a volere essere arbitro della citt lui e a non si lasciare governare da
altri, ma pi tosto avere cura non si facessino troppo grandi messer Tommaso e gli altri che avevano
riputazione e seguito di parentado.
Una traccia importante viene al riguardo da una lettera del Sacramoro al suo signore Galeazzo
Maria Sforza, documento strettamente riservato e perci ben pi diretto e affidabile di quanto non
potessero esserlo i pi tardi pareri del Machiavelli e del Guicciardini, per giunta destinati a un pubblico
di lettori. Il testo conferma che Lorenzo pot limitare e quindi addirittura eliminare le ingerenze dello
zio perch ag con spregiudicata determinazione, deciso a scardinarne l'autorit e a sminuire il credito
di cui questi godeva. In breve, fece di tutto per danneggiarlo e giunse forse a minacciarlo; in seguito,
conversando col Sacramoro stesso, avrebbe s confermato la stima che aveva per lo zio, aggiungendo
per di averlo opportunamente "adrizato":
(...) dicendo che de sapientia l'era pur nei casi importanti lui el pi prudente et pi savio et
ancho di taciturnit, havea pur provato da un tempo in qua ch'el se poteva fidare multo bene, se ben per
prima d'un tempo a dreto el fusse mandato un pocho non cos affectionato e drito, pur mo' cum varii
ingegnii el l'aveva si ben adrizato
ch'el sapeva pur liberamente fidarsene.
Dietro quella vaga ma allusiva espressione, "cum varii ingegnii", non si fa certo fatica a
scorgere intimidazioni e perfino atti poco riguardosi mediante i quali il nipote rampante avrebbe fatto
intendere all'autorevole zio che d'ora innanzi si sarebbe fatto soltanto come voleva lui.
Fu una scelta saggia? Non parrebbe poi granch, data la reputazione dalla quale il Soderini era
si pu dire unanimemente circondato:
Era in Firenze intra i primi cittadini del governo e molto di lunga agli altri superiore messer
Tommaso Soderini, la cui prudenza ed autorit non solo in Firenze, ma appresso a tutti i principi d'Italia era nota.
Nel 1467 Tommaso era stato eletto gonfaloniere di giustizia per la quarta volta, segno
indubitabile di solida autorevolezza: ma quando si sarebbe profilato l'increscioso momento di votare la
repressione contro Volterra, che come avremo tra breve modo di vedere tanto scandalo suscit in
Firenze, i pareri dello zio e del nipote non si sarebbero trovati per nulla concordi: e alla fine sarebbe
stata la linea dura sostenuta da Lorenzo a prevalere.
Riccardo Fubini, che ha condotto una scrupolosa ricerca preparando il suo contributo alla
monumentale edizione critica delle lettere del Magnifico, ritiene che il Soderini mirasse a consolidare il
suo ruolo di arbitro tra la famiglia egemone e i rappresentanti dell'oligarchia cittadina, fornendo per
alla seconda un appoggio che tendeva in qualche misura a contenere, se non a smussare, il potere della
prima. L'avviso di uno studioso cos autorevole non pu essere ignorato:  d'altronde difficile
immaginare che Tommaso nutrisse cieca fiducia nelle scelte di un nipote tanto giovane, dotato per
giunta di un carattere altero e ostinato.
Sembra insomma verosimile che i suoi interventi su Lorenzo fossero costantemente ispirati non
gi da ambizione o da una qualunque forma di arbitrio, bens da quanto la sua esperienza consigliava
data la situazione di Firenze; non va dimenticato che solo pochi anni prima, nei confronti sia di Cosimo
sia di Piero, i malumori di alcuni cittadini autorevoli e pur originariamente vicini alla famiglia avevano
condotto a non trascurabili colpi di mano. Mantenendo Lorenzo e Giuliano sotto il manto protettivo del
suo prestigio, il Soderini li tutelava: sapeva infatti di godere della fiducia
dei maggiorenti cittadini, abbastanza persuasi che il suo saggio controllo avrebbe contenuto
entro limiti accettabili la baldanza degli eredi di Piero.
Quest'uomo anziano e saggio, di cui tutti avevano fiducia, fu tuttavia rapidamente messo da
parte; il che non venne affatto apprezzato da buona parte delle famiglie oligarchiche, pur disposte ad
accettare l'egemonia medicea.
Le colpe dei padri
Possiamo dunque riassumere le responsabilit personali di Lorenzo nella situazione che
condusse alla congiura ai suoi danni richiamando l'antico adagio "chi  causa del suo mal, pianga se
stesso"?
Soltanto in certa misura. Il rampollo mediceo era persuaso di seguire la rotta tracciata dal padre
e dal nonno, non tanto e non solo per quel che avevano realizzato, ma soprattutto per quello che
avevano in mente.
Lorenzo si sentiva destinato a realizzare gli obiettivi che l'uno e l'altro avevano desiderato,
diciamo pure i sogni che avevano cullato; alla loro realizzazione avevano a lungo lavorato entrambi, sia
pur con modalit e gradi di successo differenti. C'era insomma un obiettivo alto, nobilissimo, nei
disegni e nelle fantasie dei mercanti usciti dai lombi dell'Ammazzagiganti mugellano. E Cosimo, quei
disegni e quelle fantasie, li aveva voluti affrescati l, nella sua nuova casa-reggia, sulle pareti della
cappella dedicata ai tre saggi re venuti da lontano recando in dono, come a mercanti si addiceva,
preziose merci: l'incenso al Dio, l'oro al Re, la mirra all'Uomo, tributi da deporre ai piedi del Re dei
Re, del Dio Bambino.
La "svolta principesca" che casa Medici avrebbe dovuto compiere era stata progettata da
Cosimo in un modo abbastanza esplicito, che i cittadini pi avvertiti non potevano ignorare. Di sicuro
lo capivano i pochi, selezionatissimi e illustri ospiti ammessi a visitare la cappella dei Magi, che al di l
della sua sfolgorante bellezza artistica era cos ricca di simboli eloquenti da apparire come una specie
di "manifesto" delle ambizioni medicee. Di alcuni elementi si  gi detto, ma vale la pena segnalarne
un altro: sul pavimento di marmi policromi campeggia una vistosa rota porfiretica, cio un grande
disco di porfido rosso, pietra durissima che nel mondo antico era prerogativa degli imperatori di
Roma. Decorazione frequente sul pavimento delle basiliche imperiali, essa trova il suo pi
celebre esempio nel disco situato sul pavimento dell'antica San Pietro, la basilica edificata da
Costantino; su quella rota s'inginocchiarono dinanzi al papa gli imperatori medievali da Carlo Magno
in poi. Per questa ragione divenne il simbolo delle aspirazioni imperiali dei papi del secolo dodicesimo, i quali
si proclamavano eredi di Costantino invocando i dettami della sua celeberrima Donazione.
La presenza di questo fortissimo simbolo imperiale e pontificio in una cappella privata della
Firenze rinascimentale onestamente colpisce: e non sarebbe affatto fuori luogo ipotizzare che tra le
ambizioni di Cosimo per la sua famiglia vi fossero state precise mire in direzione del papato, progetto
al quale egli non pot lavorare di persona, dato che non disponeva di eredi maschi da piazzare nel Sacro Collegio.
L'ipotesi merita attenzione: quando Jacopo Ammannati Piccolomini, il miglior amico che
Cosimo avesse in Curia, ricevette la lettera di congratulazioni per essere divenuto cardinale, rispose in
termini allusivi che sua ardente speranza era di poter ricambiare il favore, al momento opportuno.
Cosimo gioc senza dubbio un suo ruolo nell'attribuzione della porpora all'Ammannati, e non sarebbe
per niente azzardato supporre che rimontasse gi al vecchio patriarca il sogno di vedere uno dei suoi
nipoti nel Sacro Collegio e, a tempo debito, sul trono di Pietro.
Con un'espressione colorita potremmo dire che Cosimo "seminava vescovi": fu proprio lui a
insistere perch i lontani parenti Donato e Filippo de' Medici diventassero rispettivamente il primo
presule di Pistoia, e il secondo, che era gi stato protonotaro apostolico, dapprima vescovo di Arezzo,
poi arcivescovo di Pisa e, in quanto tale, anche primate di Corsica e Sardegna. Forse erano entrambi
parenti troppo alla lontana perch valesse la pena di spingersi oltre, mettendo in moto la laboriosa
macchina di seduzioni, trattative e favori da elargire per arrivare alla porpora; in ogni caso, la sua
strategia indica che il Pater Patriae stava preparando un terreno fertile per la sua famiglia in seno alle
gerarchie della Chiesa. Con le sue agili dita, che intrecciavano trame senza mai produrre gesti bruschi o
rischiosi strappi, il grande vecchio accumulava sogni di gloria che i suoi familiari naturalmente non
potevano ignorare. E il Magnifico, che dal nonno fu educato, aveva chiarissimo in mente quali fossero
le sue aspirazioni.
Nel maggio 1454, quando Lorenzo aveva appena cinque anni, Cosimo
era riuscito ad attrarre la potente casa d'Angi dalla sua parte nella guerra che Firenze
conduceva allora contro Venezia e Napoli; pochi giorni dopo la pace di Lodi Giovanni d'Angi, che
abitava da tempo a Firenze ed era in particolari rapporti di consuetudine con casa Pazzi, era stato
armato cavaliere dal gonfaloniere di giustizia Manno di Temperano. Proprio come un adulto il piccolo
principe Lorenzo, allora di sei anni appena, si era recato a fargli ufficialmente visita per felicitarsi con
lui; per l'occasione era abbigliato alla moda francese. In tale sottile eppur palese omaggio all'Angi,
che fu di certo apprezzato, erano racchiusi molti sottintesi politici.
Cinque anni dopo papa Pio secondo, in viaggio per Mantova alla volta di quel convegno che avrebbe
dovuto bandire una crociata generale contro il Turco profanatore di Costantinopoli, transit da Firenze
trovandola addobbata per le grandi occasioni: come gi sappiamo, era allora in corso anche la visita del
primogenito del duca di Milano. Nelle feste e nelle cerimonie che si celebrarono in quell'occasione,
l'appena decenne Lorenzo assolse a un ruolo consono alla dignit della grande dinastia della quale era
erede, mentre Cosimo invece le disert. Forse il patriarca non voleva incontrare il pontefice, ansioso
d'incastrarlo strappandogli qualche promessa di partecipazione o di appoggio alla santa ma
compromettente e dispendiosa impresa contro gli infedeli: e magari cos facendo stava anche
implicitamente designando il ragazzino quale suo erede in modo ufficiale.
Era stato beninteso Cosimo a pianificare l'evento, ma la Signoria di Firenze aveva accettato e
forse perfino approvato l'idea di assegnare a Lorenzo quel ruolo centrale. Non sembra tuttavia credibile
che il vecchio patriarca avrebbe mai imposto una tanto significativa presenza del nipote senza il consenso delle massime autorit repubblicane che reggevano almeno formalmente Firenze.
Proseguendo con coerenza e senza soluzione di continuit la linea paterna, Piero di Cosimo
aveva impegnato il figlio sedicenne, durante la primavera del 1465, nel gi menzionato viaggio di stato
che lo avrebbe portato prima a Ferrara presso Borso d'Este e l'imperatore Federico terzo, quindi a Venezia dov'era stato ricevuto dal doge e poi a Verona, a Milano, a Modena e a Pistoia. Lorenzo
doveva rappresentare la famiglia Medici al sontuoso matrimonio di Ippolita Maria Sforza con Alfonso d'Aragona, erede al trono di Napoli, ma anche affermare la presenza politica di Firenze nell'alleanza di
Napoli e Milano; non c' dubbio che Piero intendesse presentare in tale occasione ai potenti e ai popoli
dell'Italia settentrionale suo figlio come il garante della citt, nel ruolo che competeva a un signore o al
giovane erede di una dinastia.
Tanto Cosimo quanto suo figlio Piero erano consapevoli dei danni che l'invidia altrui avrebbe
potuto procurare in seguito alla pubblica ostentazione di una ricchezza e di un potere che cominciavano
a eccedere i fasti consentiti a una famiglia privata; nonostante tutto, si erano costantemente mossi
pensando a quando i loro discendenti avrebbero potuto apertamente eccellere sulle altre casate
cittadine. Paola Ventrone, accurata e finissima indagatrice della funzione politica sottesa alle
manifestazioni organizzate dai Medici, definisce con espressione molto eloquente "spettacoli dinastici"
tutta la serie di costosi eventi celebrati nella prima parte dell'anno 1469: la festa dei Magi, la giostra di
Lorenzo, la memorabile cerimonia delle sue nozze in giugno, furono esito di un poderoso investimento
voluto da Piero de' Medici per manifestare la solidit - quanto meno sotto il profilo politico ed
economico - sua e dei suoi dopo la crisi del 1466.
Nei primi anni di vita di Lorenzo, quando Cosimo si trovava all'apogeo della sua posizione
politica, economica e sociale, o per dirla con parole che lui stesso avrebbe scelto, in grandissimo istato,
la famiglia aveva compiuto scelte che si ponevano in rottura con la strategia per cos dire
"minimalista" adottata fino ad allora. Si trattava ancora di mosse che potremmo definire
borderline, cio fatte con lo scrupolo di salvare le apparenze ma non in grado comunque di ingannare i
cittadini pi avvertiti.
I segnali erano chiari: si stava costruendo progressivamente il dominio di un solo clan familiare,
che avrebbe inglobato o subordinato gli altri dimostrando la propria schiacciante superiorit a
cominciare dall'immagine di s che voleva offrire al mondo. In quale altro modo potrebbe leggersi
l'entrata di Lorenzo a cavallo in piazza dei Signori, armato e a capo di tremila fanti, dopo l'attentato a suo padre Piero?
Gi nel 1445, del resto, la vecchia casa dei Medici in via Larga era sembrata esigua per le
necessit della famiglia: erano cos cominciati i lavori preliminari per edificare poco lontano il grande
palazzo che, quando fu
completato, occup il posto di venti altre case che era stato necessario abbattere per lasciare
spazio alla costruzione.
Del progetto era stato incaricato un architetto gi famoso, Michelozzo di Bartolomeo: e la
grandiosit dell'impresa era gi prevedibile dalle dimensioni della fossa scavata per gettare le
fondamenta, che suscitava meraviglia e non pochi commenti malevoli. Cos ne scriveva ad esempio il
cronista Giovanni Cavalcanti, che prestava d'altronde voce anche a quanti, per malinteso senso di
lealt, per prudenza o per opportunismo, stimavano meglio non esprimere opinioni:
Molti dicevano: questa sua ipocrisia, la quale  piena di ecclesiastica superbia, si paga del
votamento delle nostre borse (...); ed ora che non c' pi da murare fratescamente, ha cominciato un
palagio, al quale sarebbe a lato il Culiseo di Roma disutile. Ed altri dicevano: Chi non murerebbe
magnificamente, avendo a spendere di que' denari che non son suoi? 
Il palazzo era certo di grandezza e splendore fino ad allora inusitati per una semplice famiglia
cittadina, tanto da rivaleggiare addirittura con quello della Signoria che era la sede del governo. Negli
ultimi anni della sua vita,  bene ricordarlo, Cosimo si muoveva poco perch afflitto dagli attacchi di
gotta: cos non di rado le riunioni politiche che avrebbero dovuto tenersi nel Palazzo della Signoria
avevano invece luogo a Palazzo Medici; con un realismo non esente da una certa dose di malevolenza,
papa Pio secondo scriveva infatti nei suoi Commentarii che gli affari della repubblica venivano decisi in casa di Cosimo.
In tale contesto in sommo grado signorile, il patriarca aveva ricevuto e abbracciato il giovane
figlio del duca di Milano venuto in visita ufficiale a Firenze nel 1459; di quell'incontro, Galeazzo
scrisse cos al padre Francesco Sforza:
Visitay el M(agnifi)co Cosmo, quale attrovai in una sua capella non mancho ornata et bella chel
resto de la casa.
Il giovane conte di Pavia, pur cresciuto in una corte e abituato a frequentare ambienti
principeschi, rest abbacinato dalla dimora medicea.
Tutto in quel palazzo gli sembrava degno di ammirazione:
la beleza de celi, altezza de muro, aconzeza de usci et de fenestre, numero di camere et sale,
ornateza de studioli, dignit de libri, polideza et ligiadria di giardini,
et si per ornamenti de tapezarie, cassoni de inextimabile manifactura et valoro, maest de
sculpture, desegni de infiniti modi et d'argento inestimabile.
Il solo fatto di avere una cappella privata nella propria residenza era un unicum nel contesto
socio-politico del tempo, perch tale privilegio in genere era un vanto dei capi di stato, o almeno di chi
deteneva ufficialmente il potere su un certo territorio; persino il semplice possesso di un altare portatile,
privilegio assai pi modesto, era in genere prerogativa del clero di un certo livello e del ceto
aristocratico, come si deduce dai registri pontifici che legittimavano queste eccezioni, ma con parsimonia.
Anche l'arredo era stato studiato e realizzato in modo da stupire per la sua magnificenza gli
ospiti illustri che era destinato ad accogliere: oltre che nella stupenda Cappella dei Magi, sparsi nelle
varie stanze altri pi sottili ma potentemente allusivi indizi riuscivano a comunicare pi che altro ai
fiorentini, e in sommo grado ai membri dei ceti dirigenti toscani nonch a quanti conoscevano
comunque bene la storia di Firenze, il senso del non formalmente codificato primato mediceo: nella
decorazione del palazzo, ad esempio, ricorreva in diverse guise la figura di Ercole, che era uno dei
simboli della citt e che Cosimo aveva moltiplicato nelle proprie stanze.
Quasi a voler significare che la repubblica era di casa presso di lui.
Aspirazioni dinastiche.
Gi durante l'infanzia di Lorenzo, in breve, la cautela di Cosimo nel contenere l'immagine pubblica della famiglia era stata superata in favore di una "promozione" sociale che doveva leggersi
chiaramente da molti vistosi dettagli. Dopo la sua morte, Piero volle che Lorenzo e quasi contemporaneamente il pur giovanissimo
Giuliano facessero prematuramente ingresso nella vita politica attiva: a tal fine non esit a manipolare, se non addirittura a forzare, in modo abbastanza sensibile i complessi meccanismi elettivi sui quali si reggeva la repubblica.
La pur fallita congiura del 1466 fu almeno in parte il risultato della scia di scontento e di
sospetti sia a Firenze sia fuori: essi di sicuro non giovarono all'immagine della famiglia; e Lorenzo, dal
canto suo, non perse occasione per dar adito a nuove tensioni.
In casa propria egli teneva in piedi un'organizzazione diplomatica
parallela a quella governativa, ben informata grazie ai dispacci che gli inviavano i dipendenti
delle tante filiali del banco Medici e alle visite degli ambasciatori dei vari stati che si recavano da lui
per chiedere molto spesso un favore o una mediazione: sicch non di rado poteva conoscere fatti
importanti ancor prima che la Signoria ne avesse ufficialmente notizia. Del resto, certi problemi che lo
riguardavano venivano trattati in "pratiche"
separate dalle altre, alla discussione delle quali il governo invitava volta per volta cittadini
eminenti spesso accuratamente selezionati tra i sostenitori della famiglia egemone, e comunque tra chi
non aveva fama di esserle ostile. Fuori da Firenze era difficile, se non impossibile, discernere tra quel
che dipendeva dalle scelte del governo cittadino e quel che invece era dettato dalla volont di chi
risiedeva in via Larga.
Sin da quando, con la morte del padre, era divenuto il capo della famiglia, Lorenzo aveva
lavorato con decisione e coerenza per imprimere alle istituzioni fiorentine una direzione pi coerente
possibile con la sua volont: in ci, era andato ben oltre rispetto alla prudenza di solito seguita dal
nonno. Cosimo infatti usava esercitare il suo potere de facto sorvegliando le commissioni elettorali e
assicurandosi una larga clientela di sostenitori che avevano tutto l'interesse a decidere secondo la sua
volont, ma che in teoria rimanevano liberi e indipendenti; la stessa creazione, nel 1458, di un
Consiglio dei Cento, organo destinato a decidere per le questioni maggiori, consentiva il mantenimento
del potere entro una cerchia abbastanza vasta di uomini collegati alle famiglie degli ottimati senza
tuttavia uscire dalle tradizioni comunali: anche al tempo di Dante Firenze aveva infatti conosciuto un
Consiglio composto da cento cittadini illustri.
Quando il 2 dicembre 1469 Piero mor dopo la sua lunga malattia, il ventenne Lorenzo era
molto preoccupato di riuscire a mantenere il controllo della situazione. Sullo spirito con il quale egli si
accoll quel carico di responsabilit politiche, economiche e familiari che d'altronde dovevano
sembrargli inevitabili, i pareri degli studiosi non sono affatto concordi. In un celebre passo dei suoi
Ricordi, egli stesso afferma di aver accettato con molta inquietudine "per essere contro alla mia et e di
grave carico e pericolo" un ruolo ritenuto peraltro inevitabile "per conservazione delli amici e sustanzie
nostre, perch a Firenze si pu mal vivere ricco
sanza lo stato". Alcuni storici ritengono questa frase una "confessione", altri invece un abile
accorgimento teso a costruire a posteriori una ben calibrata immagine di s.
In ogni caso, gli inizi non furono facili. Tra gli ottimati che avevano seguito Cosimo e Piero
opponendosi alle rivolte sia del 1458 sia del 1466, e ch'erano quindi coscienti di aver meritato la
gratitudine della famiglia egemone, molti avevano accettato di buon grado la successione dei due
ragazzi di casa Medici finch essa era proposta dal nonno o dal padre: ora che essi non c'erano pi,
veniva il momento buono se non altro per saggiare di che pasta fossero fatti quei due. Lorenzo contava
d'altronde principalmente su un appoggio esterno, quello del duca di Milano, e non per caso il suo pi
ascoltato consigliere era il Sacramoro.
Fu appunto una questione di politica estera a fornire il primo banco di prova per l'abilit del
debuttante statista, cui toccava un compito non facile: indirizzare le cose secondo la sua volont e far
capire soprattutto ai cittadini dei ceti subalterni, tradizionale riserva di consenso per la sua famiglia,
ch'era lui a comandare. La cosa pi difficile, in tutto ci, era agire senza contravvenire alle leggi
formali della repubblica, anzi dando alle altre famiglie l'impressione di condividere con lui il potere
decisionale concreto dirigendo chi ufficialmente lo esercitava. Ci richiedeva comunque che, in certi
casi, i patrons uscissero allo scoperto accettando quanto meno di ricoprire qualche seggio nelle magistrature collegiali.
Un momento decisivo si ebbe con la crisi apertasi in Rimini alla morte del suo signore Sigismondo Pandolfo Malatesta, che non lasciava eredi legittimi: papa Paolo secondo, per tale ragione, pensava di reincamerare la citt nei suoi possessi feudali; ma Roberto, figlio naturale di Sigismondo, si era imposto come erede del padre trovando un vasto seguito di sostenitori. Ne segu un conflitto inevitabile, riguardo al quale il ceto dirigente fiorentino era profondamente diviso; la maggioranza comunque tendeva a favorire il Malatesta in quanto sostenuto dai suoi consueti alleati della repubblica,
il duca di Milano e il re di Napoli, mentre i veneziani appoggiavano papa Barbo, loro concittadino.
Quando i plenipotenziari delle forze favorevoli al Malatesta si riunirono a Firenze l'incontro non fece
che esacerbare la differenza di vedute, e i due rappresentanti medicei della legazione fiorentina
arrivarono all'aperta ostilit reciproca: Lorenzo era favorevole al
papa, quindi a una possibile soluzione di compromesso, mentre Tommaso Soderini appoggiava
con energia la tesi dello scontro con il pontefice, suggerita dal re di Napoli.
Fu la prima volta che zio e nipote si trovarono esplicitamente in dissenso fra loro. La citt e il
dominio di Firenze risentirono fortemente di questa tensione, come si vide nell'aprile del 1470 allorch
un movimento popolare che a quanto sembra era stato originato dallo scontento a proposito delle tasse,
e del quale aveva assunto la guida il fuoruscito fiorentino Bernardo Nardi, sconvolse la vicina citt di
Prato e fu represso nel sangue.
Cos riferiva i fatti la nobildonna Alessandra Macinghi Strozzi in una lettera del 14 aprile di
quell'anno:
Dipoi, per grazia di Dio, e' ci fu novelle che questo de' Nardi era preso con tutta la sua gente
che dicono erano de sessanta; e 'l d medesimo ne fu menato preso; e dipoi l'altro d, a d 7, ne venne
15 tutti legati a una fune; e luned, a d 9, fu tagliato il capo a quello de' Nardi; e 'l d medesimo ne
venne presi tre, pure da Prato. E l dicono che 'l Podest ne 'npicc quattordici. E questa mattina se n'
impiccati quattro di questi medesimi: e luned che viene, dicono che n'andr sette.
E non so poi che si faranno del resto.  suto un grande ispavento a tutto il popolo; pare una
iscurit, tanta gente morta e straziati.
In effetti gli accusati vennero tradotti a Firenze in pi riprese, per essere pubblicamente
giustiziati: il popolo della citt fu impegnato per parecchi giorni a seguire questa specie di macabra
liturgia punitiva cui si era volutamente imposto un carattere spettacolare. Quell'esemplarit era
formalmente rivolta ai fiorentini, per mostrare quanto in loro nome e a tutela della loro libert e della
loro forza si faceva contro chi osasse insorgere contro la dominante; ma, nella sostanza, si trattava di
una chiara minaccia a uso interno, volta a scoraggiare chi fosse stato tentato da pensieri "sovversivi".
Il nuovo governo della repubblica, entrato in carica nel maggio seguente, mostr di abbracciare
la posizione difesa dal Soderini e si orient nella direzione di un pi deciso fronte militare a fianco del
re di Napoli, pur ben sapendo che ci comportava un ulteriore, dispendioso e quindi impopolare sforzo
bellico. Lorenzo reag con una risposta demagogica e strumentale, ma comunque estremamente
efficace: i suoi agenti si dettero infatti a
spargere il malcontento contro l'aggravarsi delle imposte dovuto alle spese di guerra, ponendo
in cattiva luce la scelta dettata dal Soderini. Era un avvertimento diretto al Consiglio dei Cento, che non
si mostrava disposto a seguire la volont di quel giovinetto da pochi mesi succeduto al padre. Il quadro
politico si rivelava molto ingarbugliato: gli antimedicei e i fuorusciti addossavano a Lorenzo la
responsabilit ultima del disagio e del malcontento popolari, ed egli, con intento demagogico, dava
mostra di voler assecondare il loro desiderio di pace, ma in concreto ne approfittava per riformare il
Consiglio in modo da renderlo pi ligio al suo volere.
Lorenzo ingiunse al nuovo governo cittadino, eletto nel successivo luglio, di proporre che gli
accoppiatori fossero da allora in poi eletti essenzialmente all'interno di quelle famiglie che avevano
esercitato tale ufficio dopo il 1434, vale a dire dopo l'avvo del "regime" di Cosimo: avrebbe dovuto
esser consentito solo un "ricambio" di cinque candidati appartenenti a famiglie estranee a quella
cerchia.
Era una specie di "serrata alla veneziana", un rafforzamento dell'oligarchia tramite la
prevalenza di una sorta di "partito unico" di fedelissimi. Ma il Consiglio dei Cento, ovviamente, si
guard bene dal far passare una riforma che, da organismo benevolo nei confronti della famiglia
egemone, l'avrebbe addirittura trasformato in un docile meccanismo: peraltro in quell'occasione
Lorenzo ebbe la drammatica conferma che non tutti quelli ch'erano stati fedeli a Piero erano disposti ad
esserlo altrettanto anche a lui e a suo fratello. A ogni stretta di regime - lo si era visto anche dopo le
congiure del 1458 e del 1466 - i Medici perdevano degli amici e dei sostenitori ed erano obbligati a
sostituirli con altri: n sempre la sostituzione si rivelava facile, felice, vantaggiosa.
Cos stando le cose, per, bisognava aggirare l'ostacolo costituito dalla maggioranza del
Consiglio. Un anno dopo, nel 1471, Lorenzo attu una mossa magistrale ottenendo la convocazione di
una "Bala". Ne erano membri 240 cittadini tra i quali lo stesso Lorenzo per quanto egli non disponesse
dei requisiti di anzianit anagrafica necessari a farne parte. Tale commissione procedette alla modifica
del Consiglio dei Cento; in seguito, Lorenzo fece parte anche della commissione dei dieci
"accoppiatori"
incaricati di stabilire i cittadini idonei a ricoprire le pubbliche cariche. Il Consiglio dei Cento fu
quindi epurato, mentre un Consiglio Maggiore di
duecento membri dominava ora la scena istituzionale. Le vecchie istituzioni che sembravano
poter ostacolare in qualche modo la strategia del potere laurenziano furono svuotate di contenuto o
liquidate: il 20 settembre 1471 fu deciso di mettere in vendita i beni della Parte Guelfa e della Mercanzia,
nominalmente perch servivano fondi per pagare le guarnigioni di stanza nelle fortezze della
repubblica; nello stesso giorno, le Arti minori furono ridotte da quattordici a cinque. Questo processo di
progressivo restringimento e accorpamento dei poteri si sarebbe concluso un anno prima della congiura
dei Pazzi, nel giugno 1477, quando il capitano del popolo sarebbe stato rimpiazzato da un giudice.
Il profilo repubblicano di Firenze stava dunque diventando sempre pi esile, mentre aumentava
in modo vistoso l'ingerenza della famiglia medicea in generale, dell'arbitrio laurenziano in particolare:
si assist addirittura ad episodi propriamente "tirannici", privi in realt di gravi conseguenze ma
comunque capaci d'inquinare la percezione che i maggiorenti cittadini avevano del loro leader. Baldo
Corsi, che fu gonfaloniere di giustizia nel maggio-giugno 1471, si attir il risentimento del Magnifico
per aver sostenuto nelle discussioni della Signoria una richiesta di re Ferdinando d'Aragona alla quale
egli era contrario, mentre Alamanno Rinuccini, inviato come ambasciatore a Roma nel 1476, sarebbe
stato pi tardi estromesso dalla vita pubblica perch al suo ritorno aveva ritenuto doveroso rendere
conto della sua missione alla Signoria anzich personalmente a Lorenzo.
Insomma, il governo cittadino era ormai stabilmente nelle mani del giovane banchiere-poeta
insediato nel palazzo di via Larga. Ma per ottenere questo successo egli era stato costretto a scoprirsi
troppo, accedendo per ben due volte di seguito a due cariche ufficiali: aveva voluto a breve intervallo
venir eletto prima membro di una Bala, quindi accoppiatore. E, giocando con scaltrezza spregiudicata
le carte degli amici, degli alleati e dei sostenitori, aveva fatalmente accontentato qualcuno ma
scontentato altri. Molti fra i delusi e gli scontenti di questa girandola di riforme, tutte sempre o quasi
sul filo della legalit, erano vecchi, sicuri partigiani dei Medici, talvolta addirittura membri di famiglie
con loro imparentate. I Pazzi erano tra loro.
Se l'egemonia laurenziana non lasciava traccia negli atti istituzionali, altre
fonti invece la rilevavano: certi documenti contabili, per esempio, la dichiaravano apertamente
definendo Lorenzo civis... primarius. Di tutto ci i fiorentini stavano cominciando a spazientirsi, per
quanto il malumore affiorasse al livello dei ceti dirigenti pi che di quelli subalterni; e fosse di solito
attutito dalla paura o dall'interesse. Ma ci  visibile attraverso certi segnali di cui resta traccia
nonostante l'irreparabile perdita di materiale documentario: come il malumore popolare che si diffuse
in citt quando, nel marzo del 1471, fu necessario ripetere tre volte la cerimonia organizzata per
l'Annunciazione prima che il duca di Milano, ospite personale di Lorenzo, si degnasse di mostrarsi per
assistervi. Galeazzo Maria era venuto a Firenze con i suoi familiari ed era ospite del palazzo mediceo di
via Larga, per l'occasione addobbato da Andrea del Verrocchio; il suo comportamento irrit il popolo
al punto che si formarono addirittura dei minacciosi capannelli di gente indignata dinanzi a quella
prova di disprezzo per le tradizioni fiorentine.
La celebrazione era una festa della citt e per la citt, e cadeva il primo giorno dell'anno
secondo il cmputo fiorentino detto ab Incarnatione; esser costretti a ritardare e quindi a reiterare
l'evento in segno di ossequio verso l'ospite di uno che si proclamava "semplice cittadino" fu giudicato
indecente e umiliante: era uno schiaffo in pieno volto alla libert.
Provocazioni plateali di questo genere, che avrebbero forse potuto venir tollerati in citt da
tempo soggette a un regime signorile, nella repubblicana Firenze erano errori politici che Cosimo non
avrebbe mai commesso: ed  singolare che Lorenzo non mostrasse di rendersene conto.
Insomma, tra atteggiamenti dispotici che gli facevano perder consenso ed errori in materia di quella politica finanziaria che non era esattamente il suo forte, Lorenzo fin lentamente ma
progressivamente per trovarsi, dal 1471 in poi, in uno stato di difficolt di cui sovente egli dava  l'impressione di non essere in grado di valutare la gravit effettiva. Nell'ottobre del 1472 il Sacramoro  metteva in guardia il duca Galeazzo Maria a proposito della situazione personale tutt'altro che serena del suo amico e alleato fiorentino:
Parmi ch'l se assicuri tropo et de la persona et de la vita sua, a che credo li soy inimici hora pensino pi che a la revolutione di questo stato.
Da Paolo secondo a Sisto quarto.
La crisi di Rimini aveva condotto le cinque principali potenze della penisola sull'orlo di una
vera e propria guerra generale: il papa e Venezia contro il re di Napoli e Roberto Malatesta, con lo
Sforza sostanzialmente favorevole a questi ultimi e Firenze in dubbio su cosa fare. A salvare la
situazione erano per intervenuti due fatti inattesi: la presa di Negroponte e la scomparsa di Paolo secondo.
Il caposaldo di Negroponte (Eubea), indispensabile scudo dei traffici navali veneziani, era stato
strappato alla Serenissima il 12 luglio del 1470 da una formidabile flotta ottomana, forte a quel che
pare di ben quattrocento navi da guerra: Giovanni Longo, che non avrebbe mai pi scordato quello
spettacolo, testimoni che "il mar parea un bosco" . Il fatto aveva generato un immenso scalpore,
causando fra l'altro l'esodo di una quantit di "Madonne pellegrine" cacciate dai loro santuari e alla
ricerca di nuove sedi nonch di apparizioni della Vergine che esortava alla resistenza contro il Turco.
Esso fu all'origine anche di un profluvio di testimonianze in prosa e in versi: cronache, orazioni,
esortazioni, lamenti che la nuova arte della stampa diffuse in tutti gli angoli della Cristianit.
L'episodio aveva sortito il solito effetto di effimero ma rumoroso rinvigorimento del languente
ideale crociato, com'era accaduto all'indomani della conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453 o
della liberazione cristiana di Belgrado nel 1456. In seguito ad esso, o con l'alibi di esso, nel dicembre
successivo era stata chiusa la crisi riminese e bandita solennemente una lega generale di tutte le potenze
italiche unite contro l'infedele.
Tuttavia, papa Paolo secondo non aveva perdonato n al re di Napoli n alla repubblica di Firenze il
loro recente atteggiamento a proposito di Rimini: e Venezia soffiava sul fuoco. Ma il 26 luglio del 1471
egli era venuto a morte, si disse per un "colpo apoplettico" dopo una ricca cena. Ci fu ovviamente chi
parl di veleno, come sempre in casi del genere: ma risulta che il suo medico lo avesse messo pi volte
in guardia contro l'uso smoderato di cibo e vino. Altri collegarono la fine del pontefice alle arti
magiche e divinatorie che gli venivano attribuite a causa della sua passione per le pietre preziose:  una
notizia a sua volta infondata, che tuttavia ci fornisce qualche informazione utile sia sull'uomo e la sua
personalit, sia sui meccanismi mediatici dell'epoca. Dotato di un gusto spiccato per le
arti, il fasto e le antichit, papa Barbo aveva infatti messo insieme una poderosa collezione di
gemme preziose e rare, bronzi antichi, cammei, avori, medaglie, coperte di codici di raro pregio,
monete d'oro e d'argento, icone bizantine, mosaici, arazzi fiamminghi, ricami, reliquiari. Molti di
questi oggetti, insieme con le tiare, la costosissima sedia gestatoria utilizzata nel Natale del 1466, gli
arredi sacri e gli abiti sontuosi avevano un'importante funzione di apparato e servivano a sottolineare il
concetto regale del potere apostolico che animava il pontefice.
Una buona parte di questa straordinaria collezione, dopo la sua morte, sarebbe andata proprio a Lorenzo, parte acquistata e parte in dono. Il fatto dimostra indubbia stima almeno per il gusto estetico
del Barbo: ma questo voler accaparrare tante insegne del potere pontificio potrebbe avere un nesso con
il sogno, da sempre coltivato, che almeno un membro della famiglia Medici entrasse nel Sacro Collegio.
Veneziano, dunque tendenzialmente ostile a Firenze da quando essa a met degli anni Trenta si
era legata a Milano, Paolo secondo fu un pontefice che i suoi stessi collaboratori (per esempio il Platina)
riconoscevano perentorio nelle dichiarazioni ma assai pi moderato quanto ai fatti. Dovette del resto
spendere molte energie per i grandi conflitti che interessavano l'Europa e lottare per rivendicare il
diritto esclusivo del sommo pontefice romano a usare certe prerogative "usurpate" dall'alto clero, come
il privilegio di portare la tiara e di condurre in processione davanti a s l'eucaristia.
Anche il governo di Roma impegn ampiamente il suo tempo e le sue risorse nello sforzo di
reprimere l'arroganza dei baroni e risollevare le antiche tradizioni municipali e di modernizzare per
quanto possibile l'urbanistica cittadina (promessa poi mantenuta dal suo successore), facendo aprire
anche una tipografia nei locali del suo palazzo sito nell'attuale piazza Venezia; egli istitu inoltre
l'Annona frumentaria in campo de' Fiori per proteggere la popolazione dai rischi della carestia e si
preoccup anche di riportare in auge gli antichi giochi pubblici di ascendenza romana, specie quelli
equestri e le feste legate al Carnevale come importante momento ricreativo e forse di sfogo della
turbolenza popolare romanesca, proverbialmente pronta "ar srcio e ar cortello".
Pare sia stato memorabile il corteo di carri allegorici organizzato per il Carnevale del 1466 dal
Comune romano in suo onore e da lui stesso
peraltro largamente finanziato: egli ne fu spettatore dalle finestre del suo palazzo di San Marco
- oggi detto palazzo Venezia - insieme con i cardinali. La grande mascherata dai contenuti classici e
mitologici, che si snod per le vie e le piazze di Roma con partenza e arrivo in piazza San Marco, era
accompagnata da canti in lode del sommo pontefice. Fu insomma un vero trionfo rinascimentale, non
dissimile nelle forme come nei fini da quelle costose e scenografiche manifestazioni che Cosimo de'
Medici e i suoi predecessori nel governo oligarchico di Firenze, e poi i suoi discendenti,
avevano finanziato durante i primi decenni del secolo e avrebbero continuato a organizzare.
Il nobile romano Marco Antonio Altieri, agli inizi del Cinquecento, espresse su Paolo secondo un giudizio particolarmente positivo, chiamandolo "alluminato di clemenza, per li tenebrosi tempi che erano gi passati, et ancora per li susseguenti". I rapporti di Lorenzo con il papa non furono sempre idilliaci, ma non arrivarono mai a
veri momenti di rottura. Con la sua morte, Lorenzo perse un interlocutore che gli era concettualmente avversario, ma che restava pur sempre un pontefice e uno statista dal carattere moderato.
L'elezione del successore port il 9 agosto 1471 sul trono apostolico un ligure, vassallo per nascita della dinastia sforzesca, alla quale era molto legato, e pertanto dichiaratamente amico dei padroni di Firenze: eppur destinato invece a trasformarsi in loro acerrimo nemico. La filiale romana del banco Medici si era molto impegnata nelle spese necessarie a farlo ascendere al soglio pontificio:
sia data l'alleanza col duca di Milano, sia perch da un papa amico ci si aspettava un sostegno tanto pi
necessario quanto pi le acque finanziarie nelle quali navigava non erano buone.
Il pontificato del minorita Francesco della Rovere, che prese il nome di Sisto quarto, cominci sotto
il segno della pi grande cordialit. Il nuovo papa aveva in mente grandi progetti riguardo sia alla sua
famiglia, sia a Roma e agli stati della Chiesa: per tradurli in realt contava sui fiorini dei Medici, come
essi contavano d'altronde su di lui per rimpinguare le loro casse alquanto esauste.
Nel settembre di quell'anno, una delegazione fiorentina chiese udienza al papa per congratularsi
con lui e confermargli filiale reverenza: ne faceva parte Lorenzo, che durante la visita ad limina di
cinque anni prima non era
riuscito e incontrarsi con papa Barbo e - persuaso che tale mancato abboccamento non avesse
giovato ai suoi rapporti con la Santa Sede - non voleva perder l'occasione di venir adesso ricevuto da papa Della Rovere.
C'erano sul tappeto soprattutto due questioni di grande momento: la situazione politica e
diplomatica tra Firenze e il potere pontificio, con le annesse questioni riguardanti i prelati posti a guida
delle diocesi toscane; la sede romana del banco dei Medici e il suo ruolo nei confronti delle finanze pontificie.
L'incontro fu fruttuoso: il papa, cordialissimo come peraltro Lorenzo si aspettava data la comune amicizia col duca di Milano, conferm ai Medici la conduzione della Depositeria della crociata, della quale erano stati gi titolari prima che Paolo secondo la trasferisse ad altri. Si trattava di un ufficio s prestigioso e remunerativo, ma anche molto rischioso. Il suo titolare era difatti tenuto ad
anticipare somme di danaro la riscossione delle quali risultasse per qualche motivo in ritardo e a
ripianare il deficit allorch nel bilancio della Curia pontificia le uscite superassero le entrate. Ci
costituiva un pericolo reale con Sisto quarto, prodigo per natura e circondato di famelici parenti. I Medici
sapevano tutto ci, ma la posta in palio era troppo alta: bisognava rischiare, e anche molto, perch lo
"scoperto" era ingente.
La visita romana di Lorenzo ebbe d'altronde risultati notevoli sotto altri profili: per esempio,
quello culturale, a sua volta dotato di un risvolto economico di rilievo. Il papa fece dono al Medici di
due antiche teste scolpite e gli permise di acquistare a un prezzo conveniente alcune gemme e medaglie
del tesoro pontificio, che andarono in parte ad arricchir le collezioni della famiglia fiorentina ma che,
sotto le forme del grazioso favore, costituivano per il pontefice un modo per alleggerire i debiti della
Curia nei confronti del banco, consentendogli di immettere sul mercato quelle lucrose merci. Della
ricca partita di gioie faceva parte un pezzo unico straordinario, quella che Lorenzo chiamava "la
scodella nostra di calcidonio intagliata" che nell'inventario mediceo redatto all'atto della sua morte 
valutata da sola 10.000 fiorini e che oggi  custodita nel Museo Nazionale Archeologico di Napoli.
Lorenzo e i suoi accompagnatori, tra i quali il coetaneo Bernardo Rucellai e il pi attempato
Donato Acciaiuoli ch'era oratore fiorentino
presso la Curia (nato nel 1429, aveva allora passato la quarantina), ebbero l'eccezionale
privilegio di poter visitare l'Urbe e i suoi antichi monumenti con una guida straordinaria: nientemeno
che Leon Battista Alberti.
D'altronde, ogni cosa ha il suo dark side. La "luna di miele" di Lorenzo col nuovo papa, dopo i
non sempre facili rapporti col precedente, ebbe l'effetto di renderlo pi sicuro di s e pi ottimista
anche riguardo agli intricati problemi politici, diplomatici ed economici che lo attendevano. Il recupero
della gestione della Depositeria e forse l'euforia dopo i bei giorni romani lo incoraggiarono a procedere
sulla strada gi avviata dallo zio materno Giovanni Tornabuoni il quale, come direttore della filiale
romana del banco, aveva fatto di tutto per accrescerne i capitali, anche a costo di danneggiare le filiali
estere, come quelle di Bruges e di Londra. Invertendo la tendenza avviata da suo nonno e da suo padre,
Lorenzo punt a potenziare la sede dell'Urbe: ci vuol dire che scelse di mettere a disposizione di Sisto
quarto, anticipandole, somme importanti che difficilmente sarebbero rientrate. Oltretutto, in tal modo
metteva a rischio la disponibilit di capitale liquido: e drenarlo da altre filiali era evidentemente una
politica arrischiata. Si sarebbero dovuti trovare, e subito, nuovi cespiti d'entrata: attraverso il
commercio o, meglio e pi rapidamente ancora, grazie al reddito di alcune attivit dal sicuro avvenire.
Quella estrattiva, ad esempio.
L'affare dell'allume
e il "pasticciaccio brutto" di Volterra
Uno dei pi lucrosi introiti sui quali i Medici potevano contare proveniva dall'estrazione e dal
commercio dell'allume, indispensabile in molte fasi del processo manifatturiero del tempo.
Consapevoli dei ricchi proventi di tale attivit, la lungimirante azienda di via Larga si era data presto
all'accaparramento delle miniere di allume della Tolfa ch'erano state scoperte in territorio pontificio
nel 1462 e che costituivano una formidabile risorsa in terra cristiana dopo che i turchi si erano
impadroniti delle miniere di Focea Nuova sulla costa anatolica.
Inizialmente la gestione delle nuove allumiere era stata affidata in appalto a una societ formata
da Giovanni da Castro, lo scopritore dei giacimenti, dal genovese Bartolomeo da Framura e da Carlo
Gaetani da Pisa: la
presenza di genovesi era parsa consigliabile perch Genova aveva in materia la lunga
esperienza maturata sfruttando le gi citate allumiere di Focea.
Valutare con esattezza la natura del minerale era infatti una questione determinante nel calcolo
dell'affare, perch impiantare una miniera richiedeva l'impiego di somme elevate. La cosa interessava
molto il re di Napoli, dal momento che l'allume estratto nelle sue terre, a Ischia per esempio, era di
qualit cos scadente che le gilde di Bruges e Parigi ne avevano proibito l'acquisto.
Nel 1465, scomparso Pio secondo, la convenzione era stata rinnovata con Paolo secondo per la durata di
nove anni, ma nella primavera del 1466 Bartolomeo da Framura fu sostituito dal banco dei Medici,
subentrato nell'affare. A dirigere l'impresa era un altro genovese, Biagio Spinola, che per si ritir nel
1467 per ragioni ignote senza che fosse nominato un successore.
Il nuovo pontefice dovette difendere le sue allumiere dagli appetiti del ramo della famiglia
Orsini che teneva Tolfanuova: signori feudali dell'area dove si trovavano i giacimenti, essi non
intendevano lasciarseli espropriare, per quanto fossero possibilisti verso altre soluzioni. Quando
Ludovico Orsini, che serviva in armi re Ferdinando, risal verso le sue terre con truppe napoletane, il
pontefice scese a patti e ottenne lo sfruttamento di quelle ricchezze sborsando al nobilissimo casato ben 17.300 ducati.
Sin dal loro ingresso nell'affare, i Medici avevano anticipato forti somme di denaro necessarie
per allestire le miniere vere e proprie, e ottenuto che il papa creasse un ente apposito, la Depositeria per
la crociata, che venne diretto da Giovanni Tornabuoni; in quel fondo si riversavano quasi
esclusivamente i proventi dell'allume. I Medici dovevano comunque continuamente guardarsi le spalle dalla concorrenza.
Il 2 aprile 1466 Giovanni Tornabuoni annunciava a suo cognato Piero la felice conclusione dell'affare e gli comunicava di aver ottenuto l'esclusiva per la vendita dell'allume papale, confidando
anche (un po' troppo ottimisticamente) nella possibilit di alzare il prezzo sui mercati tanto di Bruges
quanto di Londra. Piero sapeva comunque che le trattative con Paolo secondo erano state tutt'altro che facili, come lo stesso Giovanni gli aveva chiaramente spiegato in una lettera precedente:
sono in tanto dispiacere e bizaria, che non so dove mi stia; e questo perch io mi stimavo di
potere consigliare l'alume ai Genovesi, chome siamo obrighati, e  per
lettere dal chomissario di l, chome N.S. ha arestati l'alumi per chasone di questi fatti di Luigi
Scharampi (...).
Io ho tanto detto e mostro a S(ua) S(antit) il torto ci sare' fatto ne potre'
conseguire, che soprastar a far tutto fino abbi di chost altro; e circha al fatto nostro, non vi
potrei dire quanto l' truovo indurato, e con gran pena  otenuto da Suo Santit licenza per li decimila
char. (cantari) abiamo a dare al Genovese, ed emi bisog(n)ato prometere di tenere ducati 30 mila a suo
stanza, e degli altri alumi nostri, che sono per duc(ati) 41 m., granello pi dice non ci lascer trarre, fino
a tanto che ar tutta la roba, danari e g(i)oye, sono di chost; e quando questo non si facci, alla risposta
d'uno fante manda a chotesti suo' mandati, far sostenere e noi e tutte nostre robe.
Ma la faccenda assunse presto un'altra piega. Un documento dell'Archivio Segreto Vaticano quasi ignorato dagli storici, datato al primo febbraio 1469, prova che Vianesio Albergati, vicecamerlengo della Camera Apostolica, stipul un contratto di appalto per l'allume di Tolfa con il nobile Bartolomeo di Luca Zorzi da Venezia.
L'accordo era finalizzato, secondo le dichiarazioni di Paolo secondo, a  supportare gli ingenti sforzi bellici che
la Serenissima sosteneva per contrastare l'assedio degli ottomani a Negroponte.
Queste complesse pattuizioni, condotte nel periodo 1469-1470, prevedevano per Venezia la
possibilit di acquistare e commercializzare a condizioni di favore l'allume estratto dalle miniere della
Santa Sede, che si impegnava, per aiutare la Serenissima, a non vendere per tutta la durata del contratto
l'allume che fosse stato estratto dalla Tolfa. Venezia era un mercato eccellente per lo smercio
dell'allume, sia per il consumo interno legato alla produzione del vetro, sia per l'esportazione in
Oriente, specialmente presso i turchi, come annotava il cronista Benedetto Dei.
Per tali necessit, Venezia si era gi assicurata tramite i mercanti ch'essa controllava lo
sfruttamento delle miniere possedute dal duca del Tirolo e di quelle di Focea; non le occorse molto per
sensibilizzare alla sua causa papa Barbo, che era veneziano, facendo in modo che gli interessi
commerciali figurassero canalizzati nel comune interesse della societ cristiana.
Non  facile definire il volume di questo affare, n stabilire se i termini del contratto furono
davvero rispettati: in ogni caso, l'atto costituiva un drammatico "voltafaccia" della Santa Sede nei
confronti dei Medici, giustificato dal fatto che a stringerlo era il papa, vicario del Cristo in terris e
perci incolpevole a priori, e reso nobile dallo scopo di contrastare l'espansione ottomana,
causa nella quale il pontefice credeva sinceramente.
Secondo la convenzione iniziale, i Medici potevano estrarre dalla Tolfa tutto l'allume che
ritenevano necessario e trasportarlo nei magazzini di Civitavecchia, poi venderlo liberamente in tutti i
paesi della Cristianit pagando alla Camera Apostolica un ducato al cantaro, con il privilegio che le
navi su cui il minerale era trasportato potessero battere bandiera apostolica e rifornirsi di tutto il
biscotto necessario nei domini della Chiesa senza pagare nessun onere o gabella.
Possiamo quantificare l'entit del danno per l'azienda medicea? Le fonti consentono di farcene
un'idea significativa. La quantit di allume inviato dalla Tolfa a Venezia probabilmente era enorme;
nel dicembre 1470
c'erano addirittura 20.000 cantari di minerale giacenti nei magazzini della Serenissima e
provenienti dalle miniere che i Medici tenevano in appalto.
Se davvero un cantaro si vendeva a 3 ducati, come risulta dagli atti pontifici, lo storno di quella
sola giacenza equivaleva a un valore di 60.000
ducati d'oro che il banco Medici si vedeva sottratti in favore della Serenissima.
Che cosa rappresentava tale somma, per Lorenzo e la famiglia?
Sicuramente un grosso capitale, pari a pi della met del valore costituito dal tesoro dei Medici
in beni-rifugio (oro, perle, pietre preziose).
Persino in condizioni ottimali, il monopolio della vendita dell'allume aveva le sue difficolt:
c'era - non infrequente - il pericolo che i vascelli a bordo dei quali il minerale viaggiava facessero
naufragio perdendo l'intero carico; e incombeva il bisogno di raffrenare la concorrenza. Insomma, lo
stato del banco Medici poteva ragionevolmente dirsi critico: la perdita dell'affare della Tolfa si rivelava
rovinosa e bisognava urgentemente rimpiazzare in qualche modo quell'ingente risorsa perduta. Il
momento propizio arriv di l a breve, quando sembr che i Medici, con limitato dispendio, potessero
rifarsi mettendo le mani su altri lucrosi giacimenti di allume che avevano il vantaggio di trovarsi sulle
colline toscane, dunque molto pi vicini a Firenze che non i monti della Tolfa. L'occasione pareva
ghiottissima; ma, vista con il senno di poi, si sarebbe rivelata una cura ben peggiore del male.
Nel 1470 Benuccio Capacci, un eminente cittadino di Siena imparentato
con i Piccolomini e gi magistrato della sua repubblica, chiese insieme con i suoi fratelli di
ottenere l'appalto per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di allume scoperti nel territorio di Volterra.
Alla concessione dell'appalto non fu probabilmente estraneo l'appoggio di Lorenzo, che del resto
manovrava i principali affari e anche le nomine politiche di tanti centri limitrofi al contado fiorentino e
aveva qualche risorsa anche a Siena, pur essendo quella citt per definizione "avversaria" di Firenze.
Si cre una societ mista di fiorentini, senesi e volterrani, tra i quali emergevano due fautori dei
Medici, Benedetto di Bartolomeo Riccomini e Paolo d'Antonio Inghirami. Il Comune di Volterra era
indipendente da Firenze di nome, ma ad esso soggetto di fatto e controllato da un capitano fiorentino,
Ristoro d'Antonio Serristori, a sua volta fedelissimo di Lorenzo; molti membri delle magistrature
cittadine, per, non erano contenti dello stato di cose che si era venuto a creare.
L'anno seguente, prendendo a pretesto un vizio di forma, il Capacci fece occupare i cantieri. Al
papa non sfuggiva che la situazione stava correndo sul filo del rasoio: il 12 gennaio scrisse al vescovo
di Volterra (un altro fiorentino, Antonio degli Agli) esortandolo a tenere gli occhi bene aperti, dal
momento che le miniere appartenevano ai beni della mensa vescovile e il pontefice non voleva che le
propriet della Chiesa finissero di fatto espropriate.
A questo punto intervenne il governo fiorentino: e una delibera affidata - guarda caso... - a Lorenzo il 4 gennaio 1472 e formulata il successivo 16
gennaio, che tuttavia non ci  pervenuta, ribadiva le buone ragioni dei concessionari. Il Medici
aveva senza dubbio mosso le acque e manovrava occultamente, sia con i concessionari sia con il
capitano che avrebbe invece voluto passare a vie di fatto. Sentendosi protetti dall'autorit della
dominante, il Riccomini e l'Inghirami a questo punto non esitarono a cantar vittoria in faccia ai loro
concittadini: ma ne nacque un tumulto, la citt intera si sollev e i due incauti furono massacrati nella
notte fra il 22 e il 23 febbraio.
La ribellione volterrana rischiava di compromettere a questo punto l'intera situazione toscana. I
fuorusciti del 1466, guidati dai soliti Dietisalvi Neroni e Neri e Jacopo Acciaiuoli, che in quell'anno
avevano cospirato contro Piero de' Medici, si rivolsero ai volterrani proponendo loro
un'alleanza allo scopo di strappare una volta per tutte fin dalle radici la malapianta della
tirannia medicea; promettevano l'aiuto di Venezia, che in effetti sped un piccolo distaccamento di
soldati alla volta della citt toscana, mentre Bartolomeo Colleoni dava segni di voler riprendere
un'offensiva contro Firenze ch'egli considerava da tempo sospesa s, ma non risolta. A Firenze si era
molto indecisi sul da farsi: e Tommaso Soderini ancora una volta si opponeva alla linea del nipote, che
a questo punto era uscito allo scoperto e chiedeva ai suoi due tradizionali alleati, Galeazzo Maria
Sforza e Ferdinando di Napoli, d'intervenire. Il suo appello non ottenne per pronta risposta: in quel
momento infatti, come si dir a breve, tra il duca di Milano e il Magnifico si era aperto un dissidio per
via della citt di Imola, sulla quale tanto Milano quanto Firenze volevano estendere il controllo. Il re di
Napoli, dal canto suo, non cessava di guardare con interesse alla costa toscana meridionale, preziosa
enclave strategica tra Firenze e gli stati della Chiesa: cos invi a Piombino una consistente spedizione
militare dando l'impressione di voler a sua volta metter le mani su Volterra. A questo punto Lorenzo si
rivolse al suo padrino, Federico da Montefeltro, chiedendogli di muovere all'assalto delle formidabili
mura volterrane con le sue note abilit poliorcetiche. A Firenze si elesse una Bala di venti cittadini
incaricati di gestire quella che ormai era una guerra: il Magnifico ne faceva parte.
La citt resist qualche settimana, ma non si poteva fare di pi. Il 16 giugno vennero sottoscritti i patti di capitolazione, che ingiungevano agli assediati di
consegnare la citt con la rocca e il cassero e assicuravano loro in cambio la vita e i beni. Ma per motivi
che non sono chiari - forse qualche incidente avvenuto dopo la resa, forse un accordo tra i difensori
mercenari della citt e le forze degli assalitori - i patti furono disattesi e Volterra venne sottoposta a un
saccheggio feroce. Lorenzo avrebbe in seguito giocato la parte dell'adirato e implacabile ricercatore dei
responsabili delle ruberie e degli eccidi, poi individuati soprattutto in un veneziano e in un senese che
avevano combattuto dalla parte dei vinti.
Oscuro il ruolo dell'energico Federico da Montefeltro, al quale mal si attaglia la parte del
comandante malsicuro che si fa prender la mano dalle sue truppe: tanto pi che libri e oggetti di pregio
di provenienza volterrana figurano nelle collezioni urbinati. Il "maschio" volterrano, il formidabile
donjon in grado di resistere anche alle artiglierie, fu riedificato per volont
di Lorenzo sotto la guida dell'architetto Francesco di Giovanni.
La repressione che segu al saccheggio fu violenta e spietata, con moltissime sentenze di esilio;
e fu voluta da Lorenzo per dare alla repubblica un chiaro segnale del suo potere e di che cosa attendeva
coloro che osavano opporglisi. Dal semplice dominio sulla citt, in breve, i Medici stavano passando al
controllo inteso in una prospettiva ben pi dura e profonda, a carattere regionale: il "caso" volterrano 
un esempio lampante in questo senso. Quanto all'uso della violenza, probabilmente non ebbe nulla di
casuale o emozionale, ma si tratt di un altro episodio di
"brutalit calcolata", secondo l'espressione di Andr Rochon: ce n'erano gi stati, da quando il
Magnifico era al potere (si pensi a un altro "caso", quello pratese del 1470).
La responsabilit personale di Lorenzo in questi fatti atroci difficilmente si potrebbe negare, bench il nome dei Medici non sia mai espressamente citato nei documenti che regolavano la
concessione delle miniere.
Guicciardini non aveva dubbi in proposito, quando scriveva:
sendo in quello di Volterra le allumiere che erano del Commune di Volterra, e desiderando Lorenzo di ottenerle per s.
Resta invece da capire se Lorenzo abbia tradito la linea politica dei suoi familiari o se invece,
come sostiene invece Mario Martelli, il giovane uomo di stato, che sin dalla pi tenera infanzia aveva
assorbito da Cosimo la predisposizione alla prudenza e all'astuzia tattica, ma anche la prontezza a un
agire spregiudicato nel momento del bisogno, abbia inteso emulare il nonno facendo ci che quegli ai
suoi tempi non aveva avuto modo di fare, ma che avrebbe invece fatto in un analogo frangente. Si
pu ragionevolmente ritenere che il Pater Patriae avrebbe agito in modo pi elegante e coperto,
facendo in modo che i congiurati sparissero dalla circolazione senza tuttavia offrire quello spettacolo di
morte a pi riprese che tanto impression i fiorentini; la pena capitale, anche per gravi reati politici, fu
usata con estrema moderazione agli inizi del regime mediceo, che nella gran parte dei casi preferiva
comminare l'esilio perpetuo, che toglieva di mezzo in via definitiva gli avversari senza l'odiosa conseguenza di far apparire come assassini coloro che avevano emesso la sentenza.
Certo  che episodi come quelli di Prato e di Volterra, se da un lato furono
efficaci nel dissuadere da nuove rivolte o da forme troppo decise di resistenza al volere delle
autorit cittadine (e della famiglia della quale esse furono per circa un sessantennio, sia pure con
qualche discontinuit,
"comitato d'affari"), lasciarono nella citt dominante e nei centri in varia forma e a vario titolo
assoggettati una lunga scia di rancore e di desiderio di vendetta. Di queste pietre  lastricato anche il
cammino che condusse ai fatti del 26 aprile 1478.
Forse pes nell'evento volterrano anche il fatto che Sisto quarto inviasse truppe per domare quella
che appariva una rivolta, pensando in primo luogo ai diritti che la Curia pontificia vantava sulle
allumiere e che il Comune di Volterra aveva dato segno di violare. Suo malgrado, offr in tal modo a
Lorenzo l'idea di essere moralmente nel giusto perch godeva della benedizione papale, anche se
naturalmente il pontefice non avrebbe mai potuto approvare le brutalit dei militari sulla popolazione.
Il ruolo di Federico da Montefeltro nella vicenda  un altro fattore che meriterebbe di essere
indagato pi a fondo. Molto interessante al riguardo  il dipinto realizzato sul foglio di guardia del
manoscritto del volgarizzamento delle Historiae Florentini populi di Poggio Bracciolini che fu donato
a Federico, nel quale si vede un personaggio che somiglia a Lorenzo, ed  per giunta coronato di lauro,
un simbolo spesso presente nelle immagini del Magnifico come suo senhal. L'uomo tuttavia monta un
cavallo bardato con le insegne del Montefeltro, mentre alle sue spalle  ritratto il profilo della citt di
Volterra:  stato perci notato come in quest'immagine si voglia sottolineare la comunanza ma anche la
distinzione delle responsabilit dei due personaggi, attribuendo a Lorenzo quelle politiche e a Federico quelle militari.
Vale comunque la pena ricordare le parole che Machiavelli attribuisce proprio a Cosimo,
quando, rientrato dall'esilio, fu criticato da molti concittadini per la spietata lucidit con cui si liber
dei suoi nemici allontanandoli per sempre dalla citt. Anche secondo lui la gestione del potere
imponeva cinismo e all'occorrenza, anche modi spicci e mancanza di scrupoli:
dicendogli alcuni cittadini dopo la sua tornata dallo esilio che si guastava la citt e facevasi contro a Dio a cacciare di quella tanti uomini da bene, rispose come egli era meglio citt guasta che
perduta; e come due canne di panno rosato facevono uno uomo da bene; e che gli stati non si tenevono co' paternostri in mano.
Probabilmente Lorenzo, convinto del fatto suo, non si pent nemmeno in seguito di aver usato
tanta durezza: i tragici fatti degli anni a venire avrebbero radicato in lui quella convinzione, se  vero,
come ritiene Paola Ventrone, che proprio all'episodio di Volterra siano riferiti certi suoi versi sull'uso
del potere:
Che val signor che obbedito non sia
da' suoi suggetti, e massime allo inizio?
Perch un rettor d'una podesteria
ne' primi quattro d fa il suo offizio.
Bisogna conservar la signoria
reputata, con pena e con supplizio:
intendo, poich'io son quass salito,
ad ogni modo d'essere obbedito.
Con pena e con supplizio: parole che risuonano in tutta la loro macabra potenza, quando si
ponga mente agli eventi successivi alla congiura.
Audaci prospettive, saggi avvertimenti, inquietanti segnali
Durante il suo soggiorno romano Lorenzo aveva forse posto le basi per tradurre in realt il
sogno, che come gi detto rimontava probabilmente gi a Cosimo, di avere un giorno un Medici nel
Sacro Collegio. Ci significava per la famiglia avere in Curia un permanente tutore della loro dignit e
dei loro interessi, ma anche disporre di un voto atto a dirigere se non a determinare la scelta dei nuovi
papi in conclave. In un primo tempo Lorenzo si era orientato sul cugino Filippo, arcivescovo di Pisa,
avanzando tuttavia alla Santa Sede solo richieste generiche e ottenendone in cambio tanto ampie e
lusinghiere quanto vaghe promesse. Nell'autunno del 1472, senza dubbio nel clima di ulteriore
prossimit con Sisto quarto per via del comune impegno militare a Volterra, emerse il nome del vero
candidato: Giuliano, fratello minore di Lorenzo, che non aveva mai manifestato n vocazione n
disposizione per la carriera ecclesiastica e oltretutto era sprovvisto di quel minimo di cultura teologica
e giuridica che sarebbe pur stato auspicabile. Non era un dramma, poich altri membri del collegio
cardinalizio si trovavano in condizioni analoghe o magari peggiori, ma
l'interessato si mostr tutt'altro che entusiasta della prospettiva: ambiva con ottime speranze a
un matrimonio principesco e si risent moltissimo, vedendosi usato come una pedina nei complessi
maneggi politici orditi dal fratello maggiore. Le sue proteste furono facilmente tacitate nel nome
dell'interesse della citt e, soprattutto, della famiglia e del banco (anche se, quanto a quest'ultimo, il
costo d'una porpora cardinalizia avrebbe pesato non poco sul suo gi compromesso bilancio). Lorenzo
pensava che solo un cespite d'introiti quale quello rappresentato dalle lucrose rendite di un titolo
cardinalizio fosse in grado di offrire garanzie contro il fallimento alla travagliata filiale romana della banca di famiglia.
Il pontefice parve sulle prime mostrarsi favorevole. Non dette segno di particolare scandalo per
l'immagine e la fama del giovane che gli si presentava come candidato a vestir la porpora, ch'era pur
sempre il ricordo del sangue versato dai martiri, ma affid l'affare alla discrezione del suo nipote
prediletto, Pietro Riario. Questi era stato elevato dallo zio al titolo di San Sisto nella sua prima
promozione cardinalizia, durante il concistoro del 16 dicembre 1471; era un personaggio potentissimo
e, dato l'enorme favore di cui godeva presso lo zio, il fatto che fosse proprio lui a dover propiziare la
futura porpora medicea rappresentava in qualche modo una specie di garanzia. Le tendenze
nepotistiche del cardinal Della Rovere e la sua disposizione a cedere alle pretese dei suoi avidi parenti
non erano mai state un mistero, in Curia: tanto che i cardinali riuniti in conclave, prima di eleggerlo, gli
avevano fatto giurare solennemente di non avvantaggiare i congiunti. Quando fu quindi chiaro che
aveva indetto un concistoro proprio per promuovere cardinali i due nipoti Pietro Riario e Giuliano della
Rovere, egli dovette difendersi dinanzi al Sacro Collegio dall'esplicita accusa di spergiuro:
Io me avedo desiderate la morte mia per non volere ch'io habia de li miei in questo collegio che me levino de le fatiche.
D'altro canto proprio questa disinvoltura del nuovo papa, oltre al fatto ch'egli era strettamente
legato a casa Sforza, induceva non senza ragione Lorenzo a stimare che Sisto quarto guardasse con favore
("tanto liberalmente") alla concessione del cappello cardinalizio a Giuliano; per prudenza, egli si affid
comunque all'aiuto discreto dell'amico pi sincero che i Medici
avessero in Curia, il cardinale Jacopo Ammannati.
Nel maggio del 1473 vennero per resi alfine noti i nomi dei nuovi cardinali: quello di Giuliano
non era nella lista. Lorenzo ne rest deluso, pur continuando a confidare nelle assicurazioni ricevute.
Il 1473 era stato peraltro, per lui, principalmente un anno di riflessione dopo la pesante crisi
volterrana e i rischi di destabilizzazione che essa aveva comportato: egli si era rivolto sempre pi alla
meditazione e alla produzione poetica. D'altronde sapeva benissimo di essersi fatto nuovi nemici: ed
era quel che i suoi pi fidati collaboratori non perdevano occasione di ricordargli. Quando ancora
attorno a lui animatamente si discuteva se fosse opportuno premere sul pontefice affinch Giuliano
diventasse cardinale, l'Ammannati gli scriveva mettendolo in guardia contro i rischi ai quali egli stava
andando incontro facendo restare suo fratello a Firenze: l'eventualit di un attentato non sembrava per
niente remota al cardinale, specie dopo i tentativi operati contro Piero nel 1466, e se i due eredi e ormai
capi indiscussi di casa Medici si fossero trovati insieme nella stessa citt, sarebbero stati eliminati in un
solo colpo. Da questo punto di vista era a suo giudizio importante insistere perch Giuliano ottenesse la
porpora; una volta cardinale, insediato in Roma e circondato da numerose guardie del corpo, sarebbe stato al sicuro.
L'Ammannati proponeva come esempio stringente del pericolo un episodio perugino, il colpo
di mano di Braccio Baglioni che si era scagliato contro i suoi nemici solo quando gli si era presentata
l'occasione di trovarli riuniti insieme:
Primum, il pericolo v(ost)ro et quel della casa, con ci sia che habbiate assai ochi adosso,
dentro et fuori, et tal veggha et speri di poter fare uno colpo, ch non speri poterne far due, et veggha
che, nel caso de uno ci sia il suo bisognio. Et, rimanendo l'altro, non ci sia il disegnio. Braccio da
Peroscia non volse mai manimettere messer Pandolfo adversario suo nel stato. Se non poi che dopo
molti mesi vidde il padre et il figliuolo esser in uno medesmo luogho, havendoli insieme tutti e dui,
tagli l'albero et la radice ad um tracto.
Certo, l'Ammannati non nascondeva le sue perplessit a proposito del candidato: Giuliano era
un giovanotto un po' troppo "rozo", cio aduso a uno stile di vita mondano e con una formazione
religiosa del tutto insufficiente per ambientarsi in Curia ("perch, cos laico, trasferirlo a
tanto grado, nessuno di noi ci potrebbe asettare la bocha"). Non era prudente chiedere che fosse
fatto cardinale dalla sera alla mattina: meglio se prima avesse indossato un "rochetto di chiesa", in
modo da poter lavorare in Curia almeno un mese, ad esempio come protonotaro apostolico, una carica
che, pur restando nei gradini medi delle gerarchie curiali, conferiva gi una certa posizione.
Raccomandava poi di tenere un profilo basso ("lo stato suo non vorrebbe esser di pi che di mezo
cardinale"), cio con soltanto 4 o 6 cappellani che lo precedevano e 8 scudieri che lo seguivano: si
sarebbe potuto fare di pi, ma la semplicit nei costumi continuava a venir apprezzata negli ambienti di
Curia. Il cardinale ribadiva inoltre, pur con velato pudore, che Giuliano non doveva assumere gli ordini
canonici, in modo da poter velocemente rientrare a pieno titolo nello stato laicale casomai ce ne fosse
stato bisogno, ovvero per impugnar le redini della famiglia se Lorenzo fosse morto all'improvviso.
L'insistenza e l'affetto dell'Ammannati, che nelle sue lettere si rivolge a Lorenzo chiamandolo
"fratello", ci lasciano comprendere ch'egli giudicava essenziale per Firenze avere un cardinale amico;
in seno al Sacro Collegio ognuno tirava l'acqua al proprio mulino, il papa era continuamente sballottato
fra le risoluzioni di tanti consiglieri diversi e gli interessi fiorentini al momento non trovavano alcun
patrono. Ma pi forte ancora sembra la sua premura nei confronti di Lorenzo e di Giuliano a livello
personale: uno scrupolo dettato dalla forte sensazione che fossero in serio pericolo. Perch?
Esperienza di vicende curiali? Istinto? Presentimento?
Qualche "soffiata"?
Se d'altra parte il consiglio del cardinale fosse stato accolto, e Giuliano fosse davvero venuto a
Roma per stare in Curia, la storia avrebbe probabilmente imboccato sul serio un altro corso. Le sagge
parole dell'Ammannati caddero per nel vuoto: Lorenzo trascur gli avvisi dei prudenti e autorevoli
personaggi che gli erano amici e che sapevano valutare meglio di lui il livello di rischio cui si trovava
esposto. Anche Giuliano li trascur: visibilmente sollevato perch il suo nome non era emerso nel concistoro del 1473, ne approfitt per respingere con decisione i nuovi piani di suo fratello e accamp
la scusa, in buona parte rispondente peraltro a verit, di esser pienamente consapevole che Sisto quarto non lo avrebbe mai ammesso nel Sacro Collegio.
Giuliano aveva sempre detestato l'idea di venir sepolto in Curia o assorbito comunque dalle
cose ecclesiastiche per il benessere della patria, la gloria della famiglia o la prosperit dell'azienda
bancaria: voleva vivere una vita che si annunziava splendida e accarezzava il proposito di sposare,
secondo una possibilit che gli si era presentata nel corso di un viaggio compiuto a Venezia l'anno
prima, una delle figlie di Marco Correr; allo stesso Lorenzo d'altronde l'ipotesi di quell'unione non
sarebbe stata sgradita, in quanto avrebbe migliorato i suoi rapporti con la Serenissima.
D'altra parte ancora il 25 aprile, dunque nell'imminenza del concistoro, l'Ammannati aveva
spronato Lorenzo a decidersi; non gli sfuggiva che in casa Medici persistevano dubbi ed esitazioni, e
ci gli sembrava dannoso, visto che un cardinale mediceo avrebbe reso molto pi sicura la posizione
della famiglia rinsaldando anche i rapporti tra Firenze e la Santa Sede.
Ma di l a breve giunse a Roma una notizia che avrebbe scatenato un putiferio spostando
l'attenzione collettiva altrove. Essa riguardava Imola, citt sulla quale convergevano le mire
concorrenti di Sisto quarto, di Galeazzo Maria Sforza e di Firenze. Come tutta la Romagna, essa
apparteneva allo stato della Chiesa ed era tenuta in signoria da Taddeo Manfredi dietro versamento di
un censo annuo; Firenze per aveva un forte interesse verso la citt per la sua posizione strategica,
poich, una volta varcati gli Appennini, era da l molto facile per un esercito piombare sul contado
fiorentino. Insieme a Brisighella, Faenza e Forl, Imola rientrava nella cosiddetta "Romagna toscana",
una zona che i fiorentini consideravano loro area d'influenza geopolitica e nella quale possedevano
numerose piazzeforti. Per questo motivo, Firenze aveva ottenuto il controllo di Imola dal Manfredi
grazie a un contratto di accommandigia. Alla fine del 1471, per, Guidaccio figlio di Taddeo Manfredi
aveva segretamente e contro il volere di suo padre ceduto la citt a Galeazzo Maria Sforza, che aveva deciso di assegnarla come dote a sua figlia naturale Caterina, fidanzata a Girolamo Riario, nipote di
Sisto quarto e fratello del cardinale Pietro. Le nozze erano state combinate dal papa, che intendeva creare per il nipote una signoria in Romagna e perci aveva acconsentito che lo Sforza ottenesse Imola
per farne la dote di Caterina. A Firenze per la transazione fu accolta con molto malumore, nonostante
i rapporti di solida alleanza con il duca di Milano.
Sisto quarto sembrava comunque tenere all'amicizia dei Medici e, preoccupato forse anche per la
solidit della loro gestione della Depositeria, continuava in qualche modo a favorirli. Nel febbraio del
1473 aveva concesso a Lorenzo una "quietazione" molto favorevole per sistemare la spinosa faccenda
del monopolio sull'allume di Tolfa, che Paolo secondo negli ultimi tempi di regno aveva ridefinito a
vantaggio di Venezia. L'atto fu provvidenziale, tanto che Giovanni Tornabuoni scrisse, ironizzando sul
titolo cardinalizio di Pietro Riario ch'era stato implicato nella vicenda, che "San Sisto ce l'ha fatta buona" .
Ma qualcosa non and per il verso giusto. Proprio mentre le notizie venute da Roma stavano
mandando in fumo il sogno della porpora per Giuliano de' Medici, si era venuti a sapere che Galeazzo
Maria Sforza aveva cambiato idea: e, invece che cedere semplicemente Imola al nipote di Sisto quarto
quale dote di sua figlia, voleva metterla in vendita al miglior offerente. Il pontefice minacci di colpire
Milano con la scomunica: tuttavia si giunse a una schiarita nel mese di settembre, quando Sisto quarto e lo
Sforza si accordarono su un prezzo di 40.000 ducati d'oro. La somma avrebbe dovuto, beninteso,
essere almeno in parte anticipata dai soliti creditori del papa, cio i Medici. Lorenzo per non poteva
accettare supinamente la proposta, poich si sarebbe trovato in una rovinosa situazione davanti alla
Signoria, dato l'interesse fortissimo che Firenze aveva sempre avuto per Imola; dunque rifiut di
anticipare il denaro. Con questa decisione, che forse rappresentava una scelta obbligata in quanto le
finanze medicee non attraversavano esattamente un buon momento, egli scontent Sisto quarto e
soprattutto si attir il livore di Girolamo Riario, che temeva di veder fallire il tentativo dello zio di farlo
entrare nella cerchia dei grandi signori italiani. Era comunque impensabile ch'egli dovesse sborsare 40.000 fiorini per consentire allo Sforza di soffiargli Imola.
Da parte sua il pontefice si rivolse ad altre banche e rinvenne infine una copertura di prestito
pari almeno al 75% della somma necessaria presso un'altra azienda fiorentina: quella dei Pazzi, i quali
rimproveravano a Lorenzo di averli progressivamente messi in disparte nell'esercizio del potere a Firenze.
Girolamo Riario divenne comunque signore di Imola; e per Lorenzo fu un nemico acerrimo. Si
trattava di un uomo ambiziosissimo, arrogante e
molto pretenzioso; aveva indotto lo zio a comprare per lui la piccola contea di Bosco al puro
scopo di farsi chiamare conte; poi, giudicandola troppo esigua, aveva fatto pressioni per sposare una
figlia di Marino Marzano, principe di Rossano, con lo scopo ispirato a pura vanit di poter inalberare
addirittura un titolo principesco. Fallito quel progetto, aveva ripiegato su Caterina Sforza.
Spesso i grandi eventi della storia, anche quelli drammatici che si allargano coinvolgendo interi
paesi come se fossero epidemie, nascondono nel loro fondo l'anima di un irriducibile scontro privato.
L'attacco ai Medici, che coagul livori e interessi diversi, ha quale asse portante l'odio personale di Girolamo verso colui che giudicava il suo maggior problema, colui che si poneva quale ostacolo
principale alla sua ascesa in Italia divenuta per lui possibile sfruttando la debolezza del papa. Su Sisto quarto il nipote lavor intensamente, facendo il possibile per esacerbare i suoi risentimenti verso Lorenzo che si era mostrato a suo modo di vedere imperdonabilmente ingrato, dopo tutti i benefici che aveva ottenuto dalla Santa Sede.
La guerra combattuta da Lorenzo dopo la congiura dei Pazzi  prima di tutto una guerra contro
Girolamo Riario, per quanto vi si associassero altri fattori. Ha il profilo di un duello all'ultimo sangue,
che non avrebbe mai potuto concludersi se non con la morte di uno dei due.
Determinante fu in tutto ci la scomparsa precoce del cardinale Pietro Riario, il 5 gennaio 1474;
la sua morte fece crescere moltissimo l'ascendente del fratello Girolamo presso il papa. Il giovane e rampante signore di Imola non perse tempo per riempire quel vuoto che si era creato negli affetti di
Sisto come nei giochi di potere della Curia romana.
Pietro era stato un personaggio notevole, nei pochi mesi in cui aveva gestito spregiudicatamente il potere e il credito che gli derivavano dall'essere il congiunto preferito dello zio pontefice, il quale in
lui riponeva una fiducia quasi assoluta. Fra gli altri onori, il 20 luglio del 1473 Sisto quarto
lo aveva nominato arcivescovo di Firenze e gli aveva affidato il compito di riorganizzare il
potere temporale della Chiesa in Umbria come legato pontificio. D'altronde, nonostante anch'egli come
il papa provenisse dall'ordine minoritico, poco aveva dell'originaria modestia e della consueta frugalit
di quanti indossavano il saio di Francesco d'Assisi: accumulati
lucrosi benefici per un ammontare di rendite che lo rendeva ricchissimo, era noto per le sue clamorose dissipazioni e la sregolata condotta. Dopo la sua morte presero a circolare sul suo conto per
tutta Roma componimenti poetici infamanti che riguardavano tanto lui quanto madonna Teresa, la sua amante ufficiale.
Pietro aveva amato stupire la citt con feste straordinarie, tanto fastose e spettacolari per l'originalit delle trovate che uno stuolo di rimatori le celebrava in versi destinati a circolare in tutta
Italia e anche fuori.
Nell'epistolario del cardinale Ammannati troviamo un'incredibile, minuziosa descrizione del festino allestito dal Riario in onore di Eleonora d'Aragona, di passaggio per andare sposa a Ercole primo
d'Este, che impressiona per la smodata prodigalit. La stessa giornata del Riario era scandita da un
accurato cerimoniale come se si fosse trattato di un sovrano: ci gli conferiva lustro e dava soddisfazione alla sua "smania di dominare", come osserva il grande storico del papato Ludwig Pastor.
La precoce dipartita del cardinale fu probabilmente dovuta alla grande quantit di stravizi ed
eccessi cui egli si abbandonava senza riguardo per la sua salute. Noi moderni possiamo anche ritenere
indecente un simile comportamento, ma saremmo ingenui se pensassimo che in pieno Quattrocento la
mentalit diffusa comportasse giudizi simili ai nostri: i romani lo ammiravano, e in fondo gli erano
grati per tutto il divertimento che offriva loro. Con appena una punta di sarcasmo e molto rimpianto, il
giurista Stefano Infessura comment la sua scomparsa con queste amare parole: "et cos fecemo fine alle feste nostre" .
I Medici invece non lo rimpiansero affatto, anzi la sua fine sembr loro un evento
provvidenziale: in soli due anni di cardinalato, Pietro aveva infatti dissipato ben 300.000 fiorini,
somma cos enorme che le sue poderose rendite cardinalizie non erano state sufficienti a coprirla tutta:
tanto che aveva lasciato in carico alla Depositeria 6000 fiorini di debito.
L'ingrato compito di anticipare le somme necessarie alle spese della corte pontificia toccava
come sappiamo al banco Medici: Giovanni Tornabuoni, capo della filiale romana, solo fino al luglio
del 1472 aveva anticipato alla tesoreria pontificia la bellezza di 107.000 fiorini "di Camera", e ci in un
momento davvero infausto per l'andamento degli affari.
In casa Medici, comunque, le questioni politiche andavano molto meglio
che non quelle finanziarie ed economiche. Lorenzo non possedeva lo stesso talento di Cosimo
per gli affari: mentre il nonno sceglieva uno per uno i suoi collaboratori, controllava la loro attivit e
prendeva di persona le decisioni importanti, il Magnifico lasci la direzione degli affari praticamente in
mano a Francesco Sassetti: i responsabili delle diverse sedi godettero pertanto di colpo di una grande
autonomia che non tutti n sempre usarono degnamente ed opportunamente. Bisogna aggiungere che
Lorenzo, che non a caso fu onorato con l'epiteto di "Magnifico", conduceva uno stile di vita
principesco spendendo molto pi di quanto i suoi mezzi potessero permettergli.


SESTO.
I giorni del sangue.
D'illustre, antico casato.
I Pazzi erano una famiglia d'origine mercantile con antiche radici fiesolane, come molte altre
schiatte fiorentine, pur non vantando alcuna parentela con il celebre casato feudale dei Pazzi di
Valdarno, vassalli dei conti Guidi e per la maggior parte di fede ghibellina. Discesa dalla nobilissima
collina di Fiesole, la famiglia si era insediata fino dal Duecento nel sestiere di Porta San Piero, nell'area
nordorientale della citt, che poi sarebbe entrato a far parte del quartiere di San Giovanni. Le loro case
erano poste tra le attuali zone di borgo degli Albizzi e via del Proconsolo (l'incrocio tra queste due vie
era detto "il canto de' Pazzi"); erano magnati fieramente guelfi e avevano aderito ai primi del Trecento
alla "parte nera", schierandosi in seguito tra le principali famiglie oligarchiche. Le cronache fiorentine
li citano non di rado associati ai grandi eventi: i Pazzi trovano un posto anche nella Divina Commedia;
alla fine del Trecento giocarono un ruolo di primo piano nel nuovo reggimento oligarchico guidato inizialmente da Maso degli Albizzi.
Nel corso del quattordicesimo secolo la famiglia aveva provveduto a costruirsi, con l'aiuto di mitografi e
genealogisti, una storia illustre che faceva addirittura del suo capostipite un eroe della prima crociata,
salito per primo sulle mura di Gerusalemme quel fatidico 15 luglio 1099. Le reliquie che in
quell'occasione erano state portate dalla Terrasanta, tre pietre che si dicevano estratte dall'edicola del
Santo Sepolcro, sarebbero servite pi tardi per la cerimonia pasquale pi famosa e pi cara ai fiorentini,
lo "Scoppio del carro".
Era stato Andrea di Guglielmino (1371-1445), grande amico e collaboratore di Cosimo de'
Medici, l'artefice principale della fortuna della
famiglia Pazzi. Egli aveva affidato a Filippo Brunelleschi la costruzione della splendida
cappella di famiglia in Santa Croce e nel 1442 aveva ospitato nelle sue case Renato d'Angi, le bon Roi
Ren pretendente alla corona di Napoli (e per questo abitualmente chiamato "re") e ricevuto da lui la
dignit cavalleresca. In ricordo di quella visita e di quell'amicizia, un nipote di Andrea aveva assunto appunto il nome di battesimo di Renato.
Da Andrea erano nati tre figli: Jacopo, Antonio e Piero. Il secondo, Antonio, morto nel 1451, aveva lasciato a sua volta tre eredi: Francesco, Guglielmo e Giovanni. Piero, che sarebbe scomparso nel 1464, era famoso per aver svolto nel 1462 una fortunata ambasceria presso Luigi undicesimo di Francia, in
seguito alla quale era stato armato cavaliere. Dopo la morte di entrambi i suoi fratelli, l'invidiato e
temuto capofamiglia Jacopo, che non aveva eredi diretti, era uno degli uomini pi in vista di Firenze:
sin dal 1469 era stato insignito della dignit cavalleresca, mentre n Lorenzo n Giuliano potevano
fregiarsi delle insegne equestri (sproni ed elsa della spada dorati, mantello foderato di vaio). Jacopo era
un abile uomo d'affari, energico, prodigo, famoso per la sua passione per il gioco e, sottolinea non
benevolmente il Poliziano, gran bestemmiatore quando gli capitava di perdere.
Tre cose erano importanti per far parte dell'oligarchia che dominava Firenze: buoni rapporti di
parentela con le altre famiglie importanti, ricchezza e accesso alle cariche pubbliche. Mancando anche
solo di una di queste condizioni, c'era il rischio che il casato fallisse e i suoi membri si vedessero
emarginati. Cosimo de' Medici e il figlio Piero lo sapevano bene: assieme alla stipula di alleanze
familiari attraverso nozze appropriate e alla cura degli affari, avevano infatti provveduto in modo
permanente al controllo dell'accesso alle cariche e agli organi collegiali di governo, che da parte loro
raramente occupavano in prima persona. Essi dovevano per la loro preminenza anche alla
collaborazione di altri casati, con l'aiuto dei quali tutti i potenziali oppositori erano stati
progressivamente ridotti in posizione gregaria, oppure obbligati ad andarsene o ad accettare un ruolo
decisamente subalterno. Collaboratori di questa spietata selezione, i Pazzi erano ormai, dopo le riforme
succedute alla congiura antimedicea del 1466, una delle famiglie pi in vista di Firenze. Tra le loro
pi cospicue relazioni di parentela, dovute a una lunga e accorta strategia matrimoniale
(e quindi ovviamente patrimoniale), si contavano i Serristori, gli Alessandri, i Giugni, i Martelli,
i Niccolini, tutte famiglie totalmente o prevalentemente di parte medicea.
Nei decenni precedenti la congiura, i Medici e i Pazzi erano dunque stati legati da forte amicizia
e stretta collaborazione nonch, pi di recente, anche da parentela diretta: Bianca, terzogenita di Piero
di Cosimo e di Lucrezia Tornabuoni, quindi sorella minore di Lorenzo e di Giuliano, aveva sposato nel
1459 Guglielmo, figlio di Antonio d'Andrea de' Pazzi.
Alla lunga, tuttavia, nel sodalizio qualcosa si era guastato. I sintomi della crisi si colgono in
realt fino dal 1462 in una lettera di Alessandra Macinghi Strozzi, la colta matrona fiorentina di cui
abbiamo gi avuto occasione di rilevare l'acume politico. Scrivendo il 15 marzo al figlio Lorenzo
residente in Bruges, che aveva conosciuto Piero de' Pazzi ed era rimasto impressionato dal suo fascino
e dalla sua generosit, lo ammoniva cos:
Ricordoti, secondo sento, che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el contradio; che sempre sono disfatti.
Quest'immagine dei Medici costantemente vincitori, e dei Pazzi splendidi perdenti, doveva
essersi pian piano affermata e diffusa in citt. E
molto probabilmente, per quanto poco se ne parlasse apertamente in giro, n Jacopo n i suoi
nipoti erano disposti a tollerarla.
Andrea era stato un potente banchiere: le societ da lui controllate -
indipendenti fra loro, a formare una specie di holding company - erano presenti, oltre che a
Firenze, anche a Pisa, a Roma, a Barcellona, ad Avignone, a Montpellier e a Parigi; possedeva il
principale lotto nella propriet condivisa di quattro galee; godeva di parte dell'appalto delle gabelle sul
sale del regno di Francia; riscuoteva in Europa vari contributi destinati alla Curia romana; esercitava il
prestito a interesse e commerciava in tessuti pregiati e merci varie. Tuttavia, il volume globale degli
affari e i crediti che i Pazzi vantavano nei confronti della repubblica fiorentina -
cio del "Monte" del debito pubblico - erano molto inferiori a quelli dei Medici; e Andrea non
era troppo soddisfatto del comportamento dei figli, che giudicava degli scialacquatori e che alla sua
morte smembrarono tra loro il patrimonio familiare.
Per reagire a quella spiacevole sensazione di decadenza sociale, attorno al
1470 Jacopo aveva avviato la trasformazione delle case attorno al "canto de'
Pazzi" in uno splendido palazzo, in grado di non sfigurare nel confronto con quello mediceo di
via Larga. Tuttavia, anche a giudicare dalla denunzia catastale sua e dei suoi nipoti nel 1469, si direbbe
che le loro sostanze si fossero notevolmente ridotte.
I dissapori, nascosti o appena accennati finch era vissuto Piero di Cosimo, si erano palesati e
accentuati quando la sua eredit politica e finanziaria era passata ai figli Lorenzo e Giuliano. Ma il
primo mbito in cui essi si manifestarono era quello della politica estera, del resto molto legata alla vita
delle banche cittadine e quindi alla sfera economico-finanziaria. Deciso avversario dell'alleanza tra
Firenze e il ducato sforzesco, Jacopo era riuscito nel maggio del 1471 a imporre come gonfaloniere di
giustizia, quindi capo del governo fiorentino, un suo uomo di fiducia, Baldo di Bartolo Corsi; che - e
questo in via Larga era stato visto come la cosa peggiore - si era avvicinato a Pierfrancesco de' Medici.
Questi era figlio di Lorenzo fratello minore di Cosimo il Vecchio, quindi cugino di Piero de' Medici, e
capostipite del ramo mediceo cadetto soprannominato
"popolano", che non aveva buoni rapporti con i pi illustri congiunti. Il gonfaloniere Corsi
aveva proposto un programma di riforme
amministrative che richiedevano una politica di pace, e quindi di allentamento della tradizionale
alleanza tra Firenze e gli Sforza in un momento delicato come quello della "guerra di Rimini".
Lorenzo aveva interpretato la manovra per ci che probabilmente era: cio come un tentativo
d'indebolire gravemente i Medici spogliandoli della loro pi potente arma difensiva. Reag dunque
convocando una Bala nel mese di luglio, prima che scadesse il suo mandato nella Signoria, cio
avviando una strategia che avrebbe consolidato di l a breve, nel successivo scrutinio di novembre:
risult palese dal suo esito che i Pazzi erano emarginati dall'esercizio del potere. Veniva con ci
implicitamente ma irreversibilmente meno quel forte vincolo di fiducia che esisteva tra le due famiglie
da tanti anni, stretto durante la reazione al colpo di mano contro Cosimo tentato nel 1458.
Non  arduo immaginare il carico di delusione e di vergogna che segu a quella plateale
esclusione; Jacopo e i suoi nipoti si sentivano sotto attacco, e naturalmente presero a organizzare una risposta adeguata.
La scintilla fatale.
Nel dicembre 1473, dopo il rifiuto da parte di Lorenzo de' Medici di concedere quel prestito
che avrebbe reso signore di Imola il nipote di Sisto quarto, i Pazzi sovvenirono il pontefice sobbarcandosi
l'immane esborso per finanziare l'acquisto della citt. Ci fu reso possibile grazie alla sottile
mediazione svolta all'interno della Curia da un loro congiunto che apparteneva ai ranghi del clero,
Francesco Salviati. Dai repertori degli ufficiali pontifici sappiamo ch'egli era gi sotto Pio secondo
abbreviator del Sacro Collegio, dunque occupava un incarico di un certo rilievo che gli garantiva un
lauto stipendio, alcuni privilegi e, cosa pi importante ai fini del nostro discorso, l'accesso ai
documenti che passavano per la Cancelleria apostolica.
Questo prete di Curia, uomo piuttosto ambizioso, trov il modo di inserirsi abilmente nella
spaccatura che intanto si stava progressivamente aprendo tra Lorenzo e il pontefice: e, arrivato il
momento opportuno, fece in modo da renderla insanabile a proprio vantaggio. La spietata durezza con
la quale Lorenzo si sarebbe vendicato su di lui, dopo la congiura, trova la sua ragion d'essere proprio in
questo: il Salviati era stato il nemico dei Medici nella corte pontificia, colui che discretamente aveva
lavorato nell'ombra con pazienza e determinazione cercando di costruire la rovina del Magnifico.
Mentre costruisce la propria carriera curiale, il Salviati sembra sempre pensare in parallelo a
depotenziare l'ascendente di Lorenzo e della famiglia Medici, quasi come se nella sua mente le due
dinamiche fossero solo due facce di un'identica medaglia: una simile mentalit non  del resto fuori
luogo, in un'epoca che concepisce la vita civile e spesso anche la politica in un modo che a noi sembra
invece pi simile a uno scontro di clan rivali (ammesso e non sappiamo quanto concesso che le cose
vadano oggi altrimenti).
Il Salviati, che aveva convinto i suoi parenti Pazzi a sovvenzionare l'acquisto di Imola, non
manc di chiedere a Sisto quarto un degno contraccambio alla prima occasione, che si present solo poche
settimane dopo, nel gennaio 1474. Era un grosso favore, che per giunta gli avrebbe consentito di avere
una forte voce in capitolo nelle questioni della sua patria: la morte improvvisa del cardinal Pietro Riario
aveva reso libera la cattedra arcivescovile di Firenze, che il porporato deteneva in commenda. I
Pazzi, com' ovvio, avevano tutto l'interesse a sostenere anche finanziariamente la candidatura
del loro congiunto, e Lorenzo, di conseguenza, si oppose fieramente: l'elevazione del Salviati ad
arcivescovo di Firenze poteva ostacolare i suoi piani per ottenere un cardinale Medici, ma soprattutto,
rischiava di conferire alla famiglia concorrente un sostenitore troppo forte. Il Magnifico prevalse forse
usando le stesse armi del Salviati, cio muovendo le leve giuste all'interno degli equilibri curiali:
ottenne infatti che la cattedra fosse assegnata a suo cognato Rinaldo Orsini, fratello di Clarice e nipote
del potentissimo cardinale Latino, oltre che parente di altri numerosi personaggi ben piazzati nei ranghi
della Chiesa.
Per il momento l'incidente sembrava superato; ma bench Lorenzo potesse dire scongiurato il
pericolo di vedere un uomo di casa Pazzi come arcivescovo di Firenze, il semplice fatto che Sisto quarto
avesse ventilato tale possibilit era gi preoccupante. Il Salviati stava facendo infatti una rapida carriera
in Curia, ottenendo l'ambitissimo ruolo di referendario: il suo compito era di esaminare le suppliche
giunte al pontefice scegliendo quelle da segnalargli come degne di venir con premura risolte.
Inevitabile ch'egli fosse oggetto di innumerevoli promesse e regali da parte dei postulanti che
desideravano vedersi esauditi il prima possibile. La sua ascesa era insomma tale da far pensare che
Sisto quarto volesse premiarlo in modo plateale; e ci, naturalmente, dava in modo indiretto la misura di
come intanto crescesse il favore apostolico verso i Pazzi, ormai principali concorrenti dei Medici.
In un clima di rapporti cos tesi, diciamo pure ormai deteriorati, scoppiarono i torbidi di Citt di
Castello. Si trattava di un feudo pontificio, ma il condottiero Niccol Vitelli vi aveva istaurato per s
una signoria de facto. Simili episodi erano frequenti, nello scenario italiano del Quattrocento e, in altri
contesti, anche la ribellione della cittadina umbra sarebbe stata risolta senza grandi traumi; data la
situazione, il caso di Citt di Castello divenne invece una fatale scintilla capace di far deflagrare
l'incendio. Seguiamo la vicenda nei suoi tratti fondamentali.
Il cardinale Giuliano della Rovere, nuovo legato apostolico succeduto a Pietro Riario, fu
incaricato da Sisto quarto di salire in alta Umbria per rovesciare l'usurpatore Vitelli e ripristinare il
governo della Chiesa; chiese aiuti militari anche a Firenze: ma la Signoria - cio, diciamolo pure,
Lorenzo - preferiva vedere quel centro cos vicino ai suoi confini nelle
mani di un avventuriero come il Vitelli, con il quale ci si poteva comunque accordare, piuttosto
che sotto il controllo di un pontefice ormai avverso. Il supporto militare fu dunque negato: quel rifiuto
fu visto dal papa come un vero e proprio voltafaccia, un tradimento reso pi vergognoso dalle grandi
fortune che i Medici avevano guadagnato grazie alla Santa Sede e all'aiuto che Sisto quarto non aveva mai
fatto mancare al Magnifico. Scrivendo a Lorenzo per chiedere le truppe, Giuliano della Rovere aveva
chiaramente specificato che il papa si aspettava di vederlo intervenire in suo appoggio con lo stesso
zelo con il quale Lorenzo era stato sostenuto dal pontefice due anni prima, nella repressione della rivolta a Volterra.
Decisamente, il papa non credeva di vedere la sua richiesta disattesa. Ne rest profondamente
offeso, tanto pi che quel rifiuto si sommava a un altro ch'egli aveva ricevuto dal Magnifico appena
poche settimane prima, fra marzo e aprile; e stavolta si trattava di una questione strettamente privata,
per la quale Lorenzo non poteva in alcun modo trincerarsi dietro il paravento della Signoria o della
politica.
Prima di lasciare Roma per Citt di Castello, infatti, il cardinal Giuliano della Rovere aveva
ragionato con il papa sul nome di chi dovesse diventare il nuovo signore della citt riconquistata, una
volta cacciato il Vitelli; Giuliano aveva perorato la causa di suo fratello Giovanni. Uomo accorto e
politico prudente, il cardinale sapeva quanto Firenze fosse preoccupata per tutte le novit che si
profilavano alle sue frontiere, quindi comprendeva almeno in parte il rifiuto di aiuti militari opposto
dalla Repubblica; pens allora di offrire a Firenze, o meglio al suo criptosignore sempre meno
"cripto", un accordo di carattere privato che tuttavia era in grado di sviluppare anche sostanziosi
risvolti pubblici. Ma soprattutto, il patto si presentava vantaggioso per entrambe le parti: a nome del
fratello Giovanni della Rovere, futuro signore di Citt di Castello secondo i piani papali, il cardinale
aveva chiesto a Lorenzo la mano di una delle sue figlie.
L'idea era geniale, un vero capolavoro di finezza politica. Passando attraverso il canale privato, matrimoniale e familiare, colui che sarebbe poi divenuto papa Giulio secondo offriva in tal modo a Lorenzo
una parentela prestigiosissima che lo inseriva direttamente nella famiglia del papa, poich quelle nozze
avrebbero fatto della giovane Medici la nipote del pontefice; nel contempo Giovanni della Rovere, in
quanto genero di Lorenzo, non
avrebbe potuto governare Citt di Castello senza tener presenti gli interessi di Firenze, perch il
Magnifico per suo tramite avrebbe sempre avuto voce in capitolo negli affari importanti. In breve, quel
patto nuziale avrebbe consentito di salvare capra e cavoli, di ricondurre la citt al dominio pontificio
lasciandola per de facto sotto l'egida di Firenze; e avrebbe immediatamente rasserenato i
compromessi rapporti fra Sisto quarto e il suo banchiere, ormai uniti in un comune vincolo di sangue.
Infine, anche se i documenti ovviamente non lo dicono, avrebbe facilitato il realizzarsi del sogno di
vedere un membro di casa Medici entrare nel Sacro Collegio.
Eppure, Lorenzo disse di no. La scusa addotta, il fatto che la maggiore delle sue figlie,
Lucrezia, avesse solo quattro anni, non sembra reggere: nelle grandi dinastie simili fidanzamenti in et
infantile non erano rari, si stringevano per cogenti necessit politiche salvo poi essere sciolti in seguito,
se l'opportunit consigliava di guardare altrove. Non  facile capire le ragioni che mossero la scelta del
Magnifico in questo difficile frangente.
Quel matrimonio sarebbe stato il ponte attraverso il quale poteva transitare la pacificazione tra
la Santa Sede e casa Medici, quindi anche Firenze.
Era cos disdicevole imparentarsi col papa o - al contrario - cos necessario indisporlo ancora
una volta, mancargli di nuovo di rispetto? Era cos importante mantenersi l'amicizia del condottiero
Vitelli, oppure cos impossibile persuadere il duca Sforza a mollarla? Era prematuro per Lorenzo
pensare a sistemare un figlio nel Sacro Collegio, anche se in quel momento aveva solo un maschio
(Piero, nato nel 1470) e due femmine?
Infine, la pi importante delle domande: era proprio necessario rispondere al papa in modo da
rendere lo strappo irreversibile?
Sisto quarto infatti consider questo rifiuto di Lorenzo come un autentico schiaffo dato a lui
personalmente, al suo onore. Possiamo valutare il livello della sua indignazione da un dettaglio molto
insolito, che rivela la collera papale: scrivendo il 18 luglio 1474 alle potenze favorevoli al rivoltoso
Vitelli, Sisto quarto accusa Lorenzo d'ingratitudine nei suoi confronti, anche se in realt il Magnifico non
avrebbe dovuto figurarvi poich la missiva era diretta in realt al re di Napoli, al duca di Milano e alla Signoria.
Questi oltraggi della primavera 1474 richiamarono alla mente del papa l'altro grave "sgarbo" di
Lorenzo che risaliva all'anno precedente, quando il banco Medici aveva negato alla Santa Sede il
denaro necessario per
acquistare Imola. In quel frangente, i Pazzi si erano mostrati utilissimi, anzi provvidenziali;
forse Sisto quarto pens che era giusto premiarli, che la Santa Sede avesse bisogno di un partner
finanziario pi fedele ai suoi interessi e meno compromesso da vincoli politici con altri stati. In breve,
il papa tolse ai Medici la gestione della Depositeria per la crociata e l'assegn ai Pazzi, che erano gi
presenti nei ranghi della Curia grazie a due membri della famiglia.
La questione di Citt di Castello fu davvero disastrosa per i Medici, perch lo strappo insanabile
fra Lorenzo e il papa si tir dietro altri incresciosi corollari. Giovanni della Rovere, rifiutato dal
Magnifico come genero, spos una figlia di Federico da Montefeltro: da quell'illustre parentado
Federico guadagnava la promozione da conte a duca d'Urbino, mentre Giovanni otteneva dal papa le
signorie di Mondavio e di Senigallia, prime pietre del futuro glorioso impianto principesco della
famiglia ligure nelle Marche. Era naturale che il Montefeltro, in un ipotetico conflitto tra Lorenzo e
Sisto quarto, si sentisse ora pi che mai in dovere di stare dalla parte del pontefice. Anche il re di Napoli, in
quanto vassallo della Santa Sede, si allontan dall'alleanza con Firenze; Ferdinando protest infatti
di non poter scendere in armi contro il proprio signore feudale, nonostante i patti della sua lega con la
Signoria e Milano lo obbligassero a soccorrere il Vitelli. Pu darsi che, al di l del suo sentimento e del
suo dovere di lealt, Ferdinando fosse alquanto preoccupato di quanto andava accadendo tra il Sud
della signoria fiorentina e l'area umbro-laziale pertinente alla Chiesa, visto che cullava progetti di
dominio o comunque d'influenza su quei territori.
Lorenzo, insomma, rischiava di restare da solo contro l'ostilit del sommo pontefice, e pens
allora di avvicinarsi di nuovo a Venezia. Per la Serenissima le vicende di Citt di Castello non
rappresentavano una priorit, tuttavia essa era ostile a re Ferdinando e gelosa della sua egemonia su
quell'Adriatico che veniva definito anche "golfo di Venezia". L'alleanza con Firenze era dunque
allettante proprio in funzione antinapoletana.
Forse per punire Lorenzo che si stava dimostrando sempre pi ostile, forse per premiare i Pazzi
dai quali stava ricevendo molte prove di fedelt, Sisto quarto nell'ottobre dello stesso anno accett anche la
richiesta di elevare Francesco Salviati alla cattedra arcivescovile di Pisa: e fu un'altra pietra
d'inciampo.
Quella di Pisa era una prestigiosa e lucrosa sede metropolitana della Chiesa: ma la citt era
soggetta a Firenze, perci la dominante aveva il diritto a concedere il proprio assenso in caso di
elezione episcopale. La nomina in favore di Salviati fu firmata invece il 14 ottobre senza consultare
Firenze e, com'era prevedibile, la Signoria protest. Anche Lorenzo naturalmente espresse la sua
opposizione: in una lettera a Galeazzo Maria Sforza denunzi la scorrettezza e l'immoralit del
Salviati, che lo rendevano inadatto a quel ruolo:
Et perch per alcuni si allegha el Salviato essere di buon parentado et di buona casa et un poco
mio parente, tutte queste cose sono vere, ma e modi suoi, maxime in questo caso, fanno dimenticare ogni cosa.
Probabilmente tanto il Magnifico quanto i membri della Signoria sapevano che era inutile
protestare: se il Salviati era divenuto arcivescovo senza aver ottenuto il loro consenso, ci significava
in realt che si era giunti alla vigilia di uno scontro diretto. Lorenzo, che aspirava a vedere un membro
della sua famiglia insediato sulla prestigiosa cattedra arcivescovile pisana, si era sentito personalmente
offeso da quel comportamento oltraggioso: decise dunque che non lo avrebbe sopportato, e i fiorentini
erano con lui. Il Salviati si present infatti a Pisa pronto per farvi un ingresso trionfale e scenografico:
pare montasse un cammello dal muso dorato per alludere alla cavalcata dei Magi e con ci suggerire
che la sua autorit non era inferiore a quella dei Medici, che per tradizione proprio nella cavalcata dei
Magi identificavano il simbolo del loro primato su Firenze e delle loro aspirazioni principesche. Trov
tuttavia invalicabili resistenze: i fiorentini non intendevano consentirgli di prendere possesso della sua
cattedra e non c'era volont papale che tenesse.
Pieno di livore per la cocente umiliazione, il Salviati sugger ai suoi parenti che era giunto il
momento di vendicarsi agendo con decisione; e di sfruttare l'ostilit tra il pontefice e casa Medici che
ormai non sembrava pi reversibile per provocare un risultato davvero "grande", terribile, definitivo.
Non si trattava nemmeno pi, secondo lui, di creare intralci politici o personali a Lorenzo: bisognava
abbattere la tirannia, nel nome della libert di Firenze, del suo popolo e della Chiesa.
La rabbia del Salviati andava convergendo con quella forse altrettanto cupa di Girolamo Riario,
ch'era invece roso da un altro tarlo: Imola ormai gli stava stretta, con le sue viuzze di mattoni rossi e le
sue vecchie chiese.
Al di l dell'Appennino c'era la bella Firenze in mano a quei bottegai mugellani, a quei
banchieri scialacquatori del danaro altrui e semifalliti.
Quella s che sarebbe stata una signoria degna del nipote del papa e della sua prestigiosa
consorte, Caterina Sforza...
Contro il Magnifico si stava ormai coalizzando un fronte di personaggi diversi, potenti e
determinati: i Pazzi, Francesco Salviati, Girolamo Riario, uniti dal volere la rovina del Magnifico e resi
forti dalla consapevolezza che non sarebbe stato arduo trascinare il papa dalla loro parte. Non restava
perci che aspettare l'occasione propizia e cercare intanto di procurarsi l'appoggio, o almeno il
silenzioso consenso, di coloro che dall'alto della loro posizione avrebbero potuto difendere Lorenzo
mandando in fumo il piano: il suo padrino Federico da Montefeltro e re Ferdinando di Napoli.
Segnali di crisi.
Domenica a d 29 di gennaio in Firenze fecesi il d dopo desinare una magnifica giostra come s'era ordinata. Furono tra forestieri e terrazzani circa 20 giostranti, e entrarono in campo molto
magnificamente, e tra gl'altri Giuliano de' Medici entr con gran trionfo, che si stim che tra egli e i
suoi compagni avessino d'adornamenti di perle e di gioie il valsente di pi di 60.000 fiorini e furonci
degl'altri ancora con grande apparato. Hebbe il primo honore Giuliano de' Medici, e meritatamente, e
'l secondo honore hebbe Iacopo Pitti.
La giostra che si tenne a Firenze nel gennaio 1475, il trionfo di Giuliano de' Medici poi
immortalato dal Poliziano nelle sue Stanze, fu prima di tutto una solenne manifestazione politica voluta
per celebrare l'alleanza con Venezia che la Signoria aveva stipulato nel novembre precedente, quando
Lorenzo si era accorto di ritrovarsi pericolosamente isolato; fu anche l'ultimo grande evento di questo
tipo prima della congiura, ed esaminandola un po' pi da vicino  impossibile evitare di porsi alcune
domande. Giuliano non era mai emerso sulla scena pubblica di Firenze, rimanendo eterna spalla e
perenne strumento del suo onnipotente fratello; accadeva non di rado che Lorenzo gli lasciasse un po'
di autonomia, per poi decidere in modo opposto a quel che Giuliano avrebbe voluto: fatto che
ovviamente lo frustrava e lo metteva in crudo imbarazzo. Di tale sudditanza il cadetto di casa
Medici era molto scontento; e confid una volta all'ambasciatore milanese che Lorenzo lo faceva a
bella posta, in quanto voleva impedirgli di acquistare credito e reputazione. Anni dopo la sua morte,
Pietro Vespucci avrebbe confidato per lettera a Lucrezia Tornabuoni che per quel trattamento Giuliano
si sentiva il giovane pi infelice della terra.
Perch Lorenzo improvvisamente gli lasciava la scena, permettendogli di coprirsi cos
platealmente di gloria davanti a tutta la citt e agli alleati della Serenissima? Forse dipendeva dal
ventilato fidanzamento di Giuliano con una ragazza dell'oligarchia veneziana? Voleva far sapere a tutti
che suo fratello, bench giovane, era perfettamente in grado di prendere il suo posto se per caso egli
fosse venuto a mancare? Stava forse additando in Giuliano un altro "Magnifico"?
A vederlo cos, come ci vien mostrato nella tavola dell' Adorazione dei Magi di Sandro
Botticelli ora agli Uffizi, dove appare con tutta la famiglia - ed , in fondo, una gran bella parata di
maschere funebri -, Giuliano ci sembra del tutto adatto a vincere in giostra o in torneo. Giovane, dritto,
asciutto, sottile, il profilo non bello della bellezza che noi siamo abituati a definire
"classica" ma nobilissimo, altero, naso adunco e mento prominente, appena appena dantesco
("come se avesse il mondo in gran dispitto"), se ne sta l, sul margine sinistro di quel magico dipinto,
gli occhi socchiusi e lo sguardo volto a terra, come assorto. Pensa alla bella Simonetta o  gi avvolto
nell'ombra della morte? Si appoggia a una lunga spada, sottile e flessibile, altera almeno quanto lui.
Sar poi vero che se l'era meritata, quella vittoria nel gioco d'armi d'inverno, nella giostra di
Carnevale? Non era una vittoria pagata a suon di bei fiorini d'oro giostrando con professionisti
"cascatori", come forse era stata quella di Lorenzo sei anni prima (e il Magnifico l'aveva quasi
ammesso, nei suoi Ricordi)?
Certo  che, a quella giostra, Lorenzo ci teneva parecchio: e le sue lettere ne fanno fede.
Questioni di soldi, d'invitati, di apparati, di armi, d'insegne e di emblemi, di cavalli.  incredibile
quanti, e quanto complessi, fossero i messaggi che in occasioni come queste ci si scambiavano.
Ricordi, vanterie, promesse, bugie, ricatti, minacce, inviti, seduzioni, vendette.
Anche nel carteggio preparatorio dell'evento si colgono sentimenti analoghi, magari espressi a
fior di labbra e in punta di penna: disagio, rabbia, malevolenza, derisione. Questa fitta trama di esplicite
o nascoste ostilit emergeva qua e l attraverso segni talora in apparenza trascurabili, che invece hanno
sicuramente un forte senso politico alla luce di quanto stava intanto accadendo. Lo mostra ad esempio
una complicata e alquanto nebulosa trattativa fra Lorenzo e Federico da Montefeltro per avere in
prestito un ottimo cavallo che Giuliano avrebbe dovuto montare durante la giostra.
Non possiamo scendere nel dettaglio di questo intricato gioco di mezze bugie e di false
assicurazioni: ma vale la pena ricordarne almeno un fatto saliente in grado di offrire al lettore la cifra di
quanto stava accadendo e, in qualche modo, di quanto era prevedibile potesse accadere a breve.
Il 3 dicembre del 1474 Sforza Bettini, solerte agente e procuratore d'affari di casa Montefeltro,
scriveva a Lorenzo assicurandolo che Federico era intenzionatissimo a prestare a Giuliano un suo
cavallo al quale teneva grandemente e che molto lodava, per quanto lo ritenesse adatto "pi tosto al
facto d'arme che a la giostra". Il Bettini sottolineava che il duca non avrebbe mai prestato quel prezioso
cavallo ad altri se non a Giuliano;  vero, tuttavia, che ne aveva promesso in prestito un altro a Renato
de'
Pazzi. Quanto a quello destinato a Giuliano, lo aveva mostrato al sensale inviato dai Medici il
quale per, con una certa sufficienza, commentava
"non mi dispiace". Ma il 30 dicembre, dunque praticamente a ridosso della giostra, Lorenzo
ricevette una strana "smentita" in una lettera scritta stavolta proprio da Federico da Montefeltro: il
cavallo mostrato poche settimane prima al sensale mediceo come impegnato nel prestito a Renato de'
Pazzi si era misteriosamente volatilizzato; ora ne rimaneva uno solo, quello gi promesso a Giuliano,
ma il duca non poteva venir meno al precedente impegno preso con il Pazzi. Un gran bell'affronto, sia
pure mascherato da compunte espressioni di circostanza.
Sicuramente Lorenzo non grad questo accenno, quasi en passant, a un membro di una famiglia
di "amici" e "alleati" che per ai Medici avevano di recente soffiato grossi affari con la Curia di Roma;
e adesso, per giunta, tra il nuovo palazzo sul canto del corso e i preparativi cavallereschi alla grande,
cominciavano anche a dargli ombra. Soprattutto, era un evidente
segnale di crisi: nell'atto di prestare qualcosa d'importante come un cavallo di pregio, che in
quel tipo di societ possedeva anche un forte valore simbolico, si rendeva manifesto un legame di
alleanza. Proprio per questo Giuliano scriveva a Galeazzo Maria che gli sarebbe tanto piaciuto giostrare
con i colori degli Sforza; e per rendere evidente a tutti che l'antica amicizia tra Milano e Firenze
reggeva ancora, egli insisteva anche con il duca per avere un cavallo di pregio, qualche giostratore e un
nutrito numero di trombettieri milanesi: insomma, una folta presenza sforzesca doveva solennizzare e
nobilitare la vittoria dei Medici. Il duca tergivers, chiese con quali regole si sarebbe giostrato, infine
assecond in parte Giuliano inviando solo i trombettieri, che per arrivarono a Firenze quando il torneo
era ormai finito. Non era di certo un buon segnale.
Se con Federico da Montefeltro, dopo l'affare di Citt di Castello, i rapporti non erano pi
quelli di una volta, ora anche il tradizionale legame con gli Sforza sembrava scricchiolare; la freddezza
dimostrata da Galeazzo Maria si spiega alla luce del suo malcontento per l'alleanza stipulata da
Lorenzo con Venezia, tradizionale avversaria di Milano. Da parte sua, Lorenzo aveva indubbiamente
commesso gravi leggerezze capaci di indisporre i suoi partners. La pi grave fra tutte fu probabilmente
rifiutare la proposta del cardinale Giuliano della Rovere a proposito del matrimonio di Lucrezia:
bench non sia appropriato fare la storia con il senno di poi,  difficile negare che quel fidanzamento
avrebbe raffreddato di molto le animosit di Sisto quarto contro il Magnifico. Quanto meno, il papa si
sarebbe trovato diviso tra i nipoti Riario, che volevano far guerra a Firenze, e quelli Della Rovere, non
meno influenti, che invece si sarebbero impegnati per placare le acque.
Nel tanto atteso giorno, comunque, nonostante boicottaggi e difficolt, Giuliano moriva dalla
voglia di eclissare la gloria cavalleresca conseguita dal fratello sei anni prima; in fondo quella era la
sua prima, grande occasione.
Montava un cavallo di nome Orso, un animale dal manto "leardo", vale a dire pezzato di nero e
di bianco, prestato, sembra, dal re di Napoli. Si mostr in lizza accompagnato da uno stendardo dipinto
da Sandro Botticelli sul quale sono stati versati i fatidici fiumi d'inchiostro, raffigurante una "Pallade
su una impresa di bronconi che buttavano fuoco": una Minerva quindi, accompagnata per da
un'impresa
raffigurante dei tizzoni ardenti che parrebbero rimandare alla simbolica dell'amore e pertanto a
Venere. Questo stendardo, purtroppo perduto, ha dato molto da fare agli studiosi: ma pare ci si possa
davvero scorgere una singolare commistione tra Venere e Minerva, cio tra la dea dell'amore e quella,
armata, della sapienza e della pace.
Doveva essere di pubblico dominio, almeno tra i giostranti e gli invitati di rango, che la regina
della festa, alla quale la vittoria sarebbe stata dedicata, era la bella Simonetta Cattaneo sposa di Marco
Vespucci.  stato il Poliziano, nelle sue incompiute Stanze per la giostra, a narrar sotto forma di
mito gli amori tra il bel cacciatore Iulio e la ninfa Simonetta sullo sfondo magico del regno di Venere
in Cipro, fra giardini di sogno e regge sontuose. Sulla base dei versi polizianei e delle pur stringate note
vasariane la critica moderna pi fine ha potuto rintracciare al riguardo un nesso fra tre grandi opere di
Botticelli: la Nascita di Venere, la cosiddetta Primavera (che Aby Warburg ha proposto di definire
piuttosto come Nel regno di Venere) e la Pallade che doma il centauro, oggi tutte agli Uffizi, e alle
quali andrebbe accostata anche la tavola Venere e Marte della National Gallery di Londra. Queste
opere, che risalirebbero nel loro complesso agli anni 1482-1485, sarebbero allusive di un'intricata
elaborazione del lutto commissionata da Lorenzo e i soggetti della quale sarebbero i due amanti
prematuramente, tragicamente scomparsi: Giuliano e Simonetta.
C'era una straordinaria profusione di perle, anche grosse, disseminata sugli abiti e sulla
bardatura del giovane giostrante: si scucirono e rotolarono a terra durante lo scontro - erano "finte" s,
ma fino a un certo punto, le battaglie degli hastiludia - e nessun Medici dette mostra di curarsi di
recuperarle. Erano le regole del gioco: largesse cavalleresca da una parte, bisogno tutto bancario e
mercantesco di fingere per ragioni di consenso ancor pi ricchezza di quanta non ce ne fosse
dall'altra.
Un gran bel trionfo, per Giuliano, che merit la vittoria pi di quanto non l'avesse meritata suo
fratello sei anni prima. Tuttavia la perla non  propriamente una gemma, che ha sempre a che fare col
cielo del quale imprigiona le virt e con il sottosuolo che ne custodisce, nascondendolo, il fulgore. La
perla  cosa d'acqua e di luna, ha un arcano rapporto con le lacrime: che non sono sempre e solo
d'amore e di gioia. Non molto tempo dopo quella festa, nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1476,
madonna
Simonetta Vespucci nata Cattaneo esalava dalle sue belle labbra l'ultimo respiro. L'opera
poetica meravigliosamente avviata dal Poliziano si congel a met.
Era un 26 aprile. A breve, ce ne sarebbe stato un altro.
Ostilit e ritorsioni
Il trionfo di Giuliano fu un grande momento di gloria durante il quale l'intera citt si strinse
intorno ai Medici; e Lorenzo, ben consapevole di quanto potere aggregante avessero simili
manifestazioni, aveva in mente di organizzare di l a breve un altro grande torneo. Esso avrebbe dovuto
tenersi in aprile, ed  prevedibile che il Magnifico volesse coinvolgervi in qualche modo gli alleati di
cui si era pericolosamente alienato l'amicizia.
Intanto, il potere dei Pazzi cresceva. ll 18 agosto 1475 Antonio di Piero de' Pazzi, nipote di
Jacopo, fu nominato vescovo di Sarno in Campania: la sua elezione era stata voluta da re Ferdinando e
concessa senza chiedere il parere del governo di Firenze, come sarebbe stato opportuno dovendosi
assegnare una carica cos importante a un suo concittadino; e tantomeno era stato considerato che cosa
avrebbero detto i Medici, visto ch'era in ballo un membro d'una famiglia ormai avversaria. Un altro
schiaffo che Lorenzo non poteva finger di non aver ricevuto: e difatti, scrivendo il 7 settembre successivo al duca di Milano, cos, senza reticenze, si esprimeva: questi Pazzi mia
parenti, i quali per loro natura et per essere messi su dalla maest del re et dal duca de Urbino, tentano
di farmi quello male ch' loro possibile contro ad ogni debito (...). Io far in modo che potranno pocho
offendermi et tener gli ochi aperti (...). L'arcivescovo di Pisa  molto cosa di costoro, congiunto con
detti Pazzi et per parentela et per oblighi de amicitia (...). La possessione di Pisa (...)
darebbe a' detti Pazzi grande reputatione et a me il contrario (...).
Alla fine del 1475, la situazione appariva insomma gi chiara e definitiva: dietro ai Pazzi,
Lorenzo individuava con sicurezza la presenza di due grandi personaggi forse gi irreversibilmente
coalizzati nell'intento di nuocergli: Ferdinando di Napoli e Federico da Montefeltro, obbedienti a colui
che Lorenzo non si sente di nominare espressamente, ma al quale comunque allude. Il papa.
Appellarsi alla sicura amicizia di Galeazzo Maria Sforza parve a questo
punto necessario. Dal momento che il duca di Milano era suocero di Girolamo Riario, il Medici
ritenne ovvio che la strada migliore da battere fosse l'esercitar un'opportuna pressione sullo Sforza
affinch questi facesse intendere al genero e ancor pi al di lui zio, il pontefice, che non era il caso di
spingersi troppo oltre. Gli avversari dovevano capire che offendere il leader fiorentino, che di Galeazzo
Maria si era sempre professato devoto servitore, equivaleva a un affronto diretto e gravissimo contro il
duca. Era quanto Lorenzo non esitava a dichiarare esplicitamente per iscritto: Priego la Vostra
Excellentia aoperi s caldamente col conte Hyeronimo, et in modo che lui intenda che quella non vuole
che questa vergogna mi sia facta, et che la stima quasi che sia facta a llei propria, essendo io tanto vostro servitore.
Sentendo forte l'ostilit del Riario, il Magnifico era nel giusto. Il ruolo del signore di Imola
nell'ordito della congiura  stato spesso sottovalutato, per quanto le fonti del tempo ci assicurino al di
l di ogni possibile dubbio che nella politica del capo della Chiesa egli aveva una parte molto
importante dato l'ascendente che esercitava sullo zio. Lorenzo ne era consapevole o comunque lo percepiva per intuito.
Forse per non urtare troppo il papa, o magari perch nemmeno il duca di Milano aveva potuto
spuntarla, alla fine Lorenzo lasci che la Signoria fiorentina consentisse al Salviati d'insediarsi sulla
cattedra arcivescovile pisana. In cambio per ottenne dal pontefice il riconoscimento formale del suo
diritto ad approvare le nomine pontificie sul territorio soggetto e quello a prelevare dalle tasche del
clero cittadino un'ingente somma a titolo fiscale. Erano buoni risultati: il cui autentico vantaggio era
per evitare a Lorenzo di perdere la faccia.
Nel giugno del 1476 la "guerra fredda" tra papa Della Rovere e casa Pazzi da una parte, casa
Medici dall'altra, segn un passo ulteriore. Sisto quarto, al termine di un'accurata - ma probabilmente
pretestuosa - revisione contabile, trasfer dalla compagnia Medici alla compagnia Pazzi il monopolio
sulle allumiere papali della Tolfa. La risposta non si fece attendere: meno di un anno dopo, nel marzo
del 1477, il Magnifico fece approvare una legge De testamentis secondo la quale le eredi dirette non
avrebbero potuto ricevere le eredit, che sarebbero passate ai cugini di sesso maschile. Il
provvedimento giuridico, con valore retroattivo - e che suscit molte opposizioni, perfino quella di
Giuliano -, era ad personam:
tendeva a colpire infatti Beatrice Borromeo, moglie di Giovanni di Antonio de' Pazzi, che
avrebbe dovuto ereditare un ingente patrimonio (i Borromeo erano fra l'altro titolari di una grande banca a Bruges).
Fu probabilmente questo episodio a convincere definitivamente i membri della famiglia rivale
dei Medici che le schermaglie non servivano pi, che non si poteva contendere con chi palesemente
controllava il potere cittadino servendosene senza scrupoli per i propri interessi e perfino per le proprie
rappresaglie: l'ora dell'azione non poteva tardare oltre. La decisione politica acquistava ormai anche i
sinistri colori della vendetta: un dovere d'onore.
D'altra parte, il momento sembrava propizio. Il 26 dicembre 1476 una congiura ordita da alcuni
aristocratici lombardi era riuscita a provocare la morte di Galeazzo Maria Sforza, cui era succeduto il
figlio Gian Galeazzo, di soli sette anni, sotto la reggenza della madre Bona di Savoia e la tutela del
saggio consigliere Cicco Simonetta; gi si profilava, nell'insicurezza del momento, l'ombra dei fratelli
del defunto duca, cio di Sforza Maria duca di Bari (quindi vassallo del re di Napoli), di Ascanio e di
Ludovico noto come "il Moro".
In seguito a quel delitto, Lorenzo era venuto a perdere il suo principale tutore in campo
diplomatico e militare. Che ne fosse sconvolto e che l'avvenire lo preoccupasse,  cosa certa: per
quanto ci sia, nonostante tutto, da chiedersi se fosse davvero cosciente, e fino in fondo, della marea di
odio che ormai era montata contro di lui.
La soluzione estrema
Uno dei compiti pi faticosi ma anche delle sfide pi affascinanti che si parano dinanzi a chi
scrive di storia - e che deve quindi senza dubbio descrivere, ma al tempo stesso anche spiegare,
interpretare: altrimenti  solo un cronista o un erudito -  quello di portar avanti insieme i due livelli
del discorso, il narrativo e il problematico.
Da una parte, infatti, sta il vissuto dei protagonisti, che erano uomini e donne del tutto simili a
noi, spesso per cos dire imprigionati nel loro stretto mbito personale e quotidiano fatto di passioni,
avversioni, simpatie, invidie e pi o meno grandi meschinit umane, tutti elementi capacissimi di
influenzare anche le grandi decisioni dei capi di stato. Da
un'altra, per, ci sono i grandi eventi e soprattutto i grandi problemi, quelli che costituiscono il
quadro storico generale: e si tratta di un insieme di fattori non sempre chiaramente percepiti da chi sta
vivendoli. Un po' allo stesso modo, noi possiamo avere un'idea solo approssimativa di quanto sia alta
una montagna che ci apprestiamo a scalare: ma le nostre idee si fanno invece pi precise se
consideriamo il territorio dall'alto di un aereo.
Chi abbia qualche esperienza di ricerche storiche e abbia ormai penetrato con qualche sicurezza
le strutture mentali di un'epoca, riesce a capire che cosa potessero in effetti provare quegli uomini e
quelle donne dinanzi a un certo accadimento: ma deve cercar di descrivere tutto questo a lettori che
possono esserne del tutto ignari o fuorviati da pregiudizi di varia natura. La storia delle persone del
passato  affascinante perch fatta di quella stessa sostanza umana della quale tutti viviamo: perci
questa parte del lavoro di ricostruzione di un momento o di un'et passati risulta sempre pi semplice e
gradevole. Gli uomini per non vivono mai ognuno per suo conto come atomi vaganti nell'universo: al
contrario si muovono come i pezzi degli scacchi, cio seguendo precise strategie, sempre in relazione
alle mosse degli altri pezzi e costantemente sotto l'attacco di quelli avversari.
Questa premessa  una excusatio, evidentemente non petita ma perci stesso forse doverosa, dal
momento che le prossime pagine saranno un po'
pi noiose o un po' pi piatte del solito:  necessario dar conto di fatti politici pi volte
ricostruiti e per certi versi molto noti. A nostra discolpa possiamo solo richiamare la celebre massima
di Marc Bloch, "il bravo storico somiglia all'orco della fiaba. Egli sa che l dove fiuta carne umana, l
 la sua preda": e confessare che anche noi preferiremmo magari immergerci nelle amicizie private di
Lorenzo di cui sono intrise le sue lettere, o frugare nei suoi sentimenti e, perch no?, nelle sue tresche
sentimentali, diviso com'era (se e nella misura in cui lo era), tra la bionda Lucrezia Donati e la rossa
Clarice Orsini. Ma sottrarre al lettore la visione di che cosa obiettivamente fu la congiura dei Pazzi
nello scacchiere politico italiano ed europeo del tempo sarebbe un'ingiuria e una frode; e condurrebbe
anche a negare a Lorenzo una parte della sua credibilit come abilissimo statista e diplomatico geniale.
Insomma, non si sfugge ai pur fin troppo deprecati avvenimenti: che del resto, spesso svalutati dalla
critica storica, talora perentoriamente tornano alla ribalta.
Abbiamo infatti pi volte notato come certi comportamenti si siano
rivelati pi tardi tragici errori: ma ci  possibile dirlo solo grazie a quella visione "dall'obl di
un aereo" che ci consente di esaminare la storia a secoli di distanza, e leggendo per giunta i dispacci
segreti delle potenze nemiche ai quali di sicuro il Magnifico non aveva accesso.
Visto in prospettiva, in breve, il paesaggio  molto diverso rispetto a quello che fra 1474 e 1478
poteva sembrare a Lorenzo. Che di certo fu colto di sorpresa dinanzi all'odio e alla rabbia dei suoi
assalitori quella mattina di primavera, per quanto ben gli fosse nota l'animosit - magari giustificata -
di qualcuno di loro nei suoi confronti.
Sisto quarto andava elaborando una nuova politica riguardante la penisola, che lo conduceva molto
lontano dai termini della "Lega italica" stipulati nell'ormai lontano 1454 a salvaguardia della pace e
dell'equilibrio. La sua volont di destabilizzazione dell'Italia centrale, per consolidare e possibilmente
anche ampliare i confini dello stato della Chiesa, gli aveva suggerito un sempre pi stretto rapporto con Ferdinando primo re di Napoli. A tal fine, sapeva di poter contare sul fedele e competente appoggio del suo principale vassallo e capitano di guerra, Federico da Montefeltro; anche per questo aveva deciso nell'agosto del 1474 di promuoverlo da conte a duca d'Urbino e di far sposare sua figlia Giovanna a un
suo nipote, proprio quel Giovanni della Rovere che Lorenzo aveva scartato quale sposo della sua primogenita Lucrezia.
Nel luglio del 1473 erano d'altronde gi state celebrate le nozze tra Eleonora, primogenita di
Ferdinando di Napoli, e il duca di Ferrara Ercole d'Este, anch'egli formalmente vassallo della Santa Sede; e nel 1474 Beatrice, sorella di Eleonora, si era fidanzata con Mattia Corvino, re d'Ungheria e di Boemia.
Le alleanze matrimoniali della dinastia aragonese-napoletana sia con quella ferrarese, sia con quella
ungherese, venivano a ridefinire marcatamente l'assetto dei rapporti strategici sul litorale adriatico e
rivestivano anche un significato antiveneziano che era fin troppo evidente.
Cos, mentre Milano, Firenze e Venezia avevano rinnovato in quel medesimo anno i ventennali
patti della Lega italica - e la citt del giglio era cerniera e garante tra il ducato e la Serenissima, che
dalla fine del secolo precedente avevano sempre avuto rapporti notoriamente difficili -, nel mese di
dicembre il re di Napoli si era recato a Roma, solennemente accolto, per sancire formalmente nel
gennaio successivo un'intesa con il
papa. Le aree d'alleanza e di possibile scontro apparivano con ci ormai ben delineate, per
quanto non senza le consuete ambiguit.
Difatti, per esempio, il Medici e il Riario - che pur si odiavano - non avevano mai cessato di
scambiarsi missive in modo formalmente amichevole: tanto il papa quanto il suo ambizioso nipote
sapevano infatti bene che il re di Napoli non avrebbe mai consentito un loro eccessivo rafforzarsi in
Italia centrale, dove aveva egli stesso delle mire; d'altronde Aragonesi e Sforza, pur avversari, erano
imparentati, poich Alfonso d'Aragona, primogenito di Ferdinando e principe ereditario di Napoli, era
sposato con Ippolita Maria, sorella del duca di Milano.
Anche per questo Sisto quarto si era progressivamente convinto che bisognasse far presto, e che la
politica fiorentina avrebbe potuto venir modificata in suo favore solo se il potere fosse sfuggito di mano
a Lorenzo; e forse, in quel caso, sarebbe stato addirittura possibile mettere le mani sulla citt rivale.
Sembra che il papa fondasse questa sua ipotesi, e questa sua speranza, su certe notizie che gli
provenivano da Firenze e che parlavano di un forte scontento di almeno una parte della cittadinanza di
fronte alla "dittatura di fatto" del Medici. Sisto quarto concep quindi il disegno di rovesciarne l'assetto
politico, determinando le condizioni per affidarne la signoria al suo stesso nipote favorito. Ci avrebbe
fatto sorgere, nell'Italia centrale, una nuova potenza controllata sia direttamente sia indirettamente dal
pontefice. Era necessario a tal fine accordarsi con le grandi famiglie fiorentine che ormai detestavano
l'egemonia medicea ed erano sempre pi insofferenti della prepotenza del Magnifico.
Tuttavia il piano elaborato da Girolamo Riario insieme con alcuni membri dell'oligarchia
fiorentina, tra cui i principali erano i Pazzi, non poteva realisticamente pi mirar a rovesciare la
situazione cittadina attraverso pressioni politiche interne o alleanze tra le famiglie degli scontenti; e
tantomeno a restaurare le libertates repubblicane grazie a un cambio di rotta negli organismi
istituzionali, l'accesso ai quali era ben custodito dai fedelissimi di casa Medici. Nemmeno poteva
provare a porre le condizioni di un mutar d'indirizzo nelle simpatie dell'opinione pubblica fiorentina,
un ampio e complesso ambiente nel quale la fazione medicea era profondamente radicata specie tra i
ceti medi e subalterni. L'obiettivo sul quale alcuni membri della famiglia Pazzi puntavano era invece il farsi alfieri della restituzione di forza e prestigio alle casate oligarchiche che non avevano accettato l'egemonia medicea, o che ne erano stanche oppure deluse, o che proprio dai Medici erano state spinte
ai margini della vita politica cittadina. Ottenere qualcosa del genere non era possibile, come avevano
insegnato gli episodi del 1458 e del 1466, se non attraverso un violento colpo di mano: quello che,
appunto, in quei due episodi aveva fatto difetto.
L'opzione estrema e al tempo stesso risolutrice si fece presto strada: si trattava di eliminare il
"tiranno", insieme con suo fratello Giuliano che ne condivideva il potere e che appariva tutt'uno con
lui. Lo splendido trionfo pubblico organizzato da Lorenzo per lui nel gennaio 1475 era anche stato una
sorta di "debutto" per il cadetto di casa Medici: e in qualche modo potremmo dire che ne segn la
condanna. La morte di entrambi i fratelli avrebbe decapitato casa Medici, irrimediabilmente
disorientato i suoi partigiani, rimesso in radicale discussione l'equilibrio politico cittadino e il sistema
diplomatico di alleanze ch'era parte della sua stabilit.
Opinione al riguardo prevalente, o comunque molto diffusa,  che Sisto quarto, il quale sulle prime
aveva condizionato con almeno apparente rigore il suo assenso al complotto all'impegno che non si
versasse sangue, dovesse alfine essersi reso conto che ci non sembrava fattibile: si sarebbe perci
lasciato convincere che la morte dei due fratelli fosse a quel punto un
"male minore", quindi necessario per evitare di peggio. Questa considerazione, condivisa da
diversi studiosi, cozza per contro il quadro che gli uomini del tempo hanno tracciato: essi parlano
molto chiaramente di un pontefice in bala dei suoi familiari e di altri influenti consiglieri.
Quel che in ultima analisi appare plausibile  che il papa, tutt'altro che ostile all'antica teologia
agostiniana e bernardina secondo la quale il
"malicidio" (ovvero l'omicidio di un persecutore) sia non delitto bens esito di una necessitas, si
fosse alla fine persuaso che i due fratelli Medici dovessero soccombere, per quanto non intendesse
occuparsi in modo diretto della questione e lasciasse aperta la porta all'eventualit di un esito non
cruento della faccenda.
La sua volont l'aveva d'altronde espressa con formale chiarezza, distinguendo tra eliminazione
politica ed eliminazione fisica. Non era in fondo necessario affermare o peggio ancora disporre che
dovesse scorrere del sangue: a livello teorico, era possibile e sufficiente che i due Medici
potessero essere in qualche modo costretti a tirarsi da parte in seguito alla rovina economica e
condannati all'esilio perpetuo dopo un colpo di mano politico, esattamente nel modo incruento ma
efficace con cui Cosimo nel 1434 e nel 1458 e, quindi, suo figlio Piero nel 1466 avevano fatto fuori
uno ad uno tutti i loro avversari politici. In fondo, chi la fa l'aspetti. O, come dice il Vangelo, "chi di
spada ferisce, di spada perisce". Ma la crisi economica, i rovesci diplomatici, la perdita del consenso,
sarebbero stati sufficienti? E in quali termini, in quali tempi?
Bisogna d'altra parte considerare che i papi non si esprimono mai in modo troppo esplicito; e
forse molti ignorano che un pontefice, sin dai tempi pi remoti, ha facolt di dare ordini oretenus, cio
semplicemente a voce, o vivae vocis oraculo, come recitano i formulari della Cancelleria apostolica.
Anche se non scritti, talvolta proprio perch non  il caso di scriverli, si tratta di ordini vincolanti a tutti
gli effetti: forse non  una semplice coincidenza se il piano primitivo e originale di un attentato ordito
ai danni di Lorenzo e di Giuliano prevedeva di ucciderli con il veleno durante un banchetto, circostanza
che avrebbe formalmente ottemperato all'ordine che si dice in qualche modo uscito dalle labbra del
papa, in quanto non sarebbe stata versata una sola goccia di sangue.
Ragionare in questi termini a noi pu sembrare una folle ipocrisia, ma la gente del quindicesimo secolo la
pensava in tutt'altro modo; d'altronde un eventuale repentino ripensamento del pontefice avrebbe
potuto comportare l'uso con un qualche pretesto dello strumento della scomunica contro Lorenzo, con
tutte le tragiche conseguenze per chi ne fosse colpito. Non sarebbe stata certo la prima volta che un
fulmine apostolico si abbatteva su un
"tiranno", su uno che la sua politica rendeva "peggiore dei saraceni".
Malintesi e ambiguit sussistevano comunque tra i promotori della congiura, obiettivamente
divisi in due gruppi eterogenei: al punto da chiederci se non dovremmo parlare addirittura di una
divergenza di fondo, evidente ma implicita e non dichiarata con reciproca ipocrisia. I Pazzi miravano
all'eliminazione politica del potere mediceo e a un almeno parziale sconvolgimento del ceto dirigente
cittadino e dei suoi equilibri: alcune famiglie esuli sarebbero rientrate in citt, qualche incerto sarebbe
passato da un tiepido fiancheggiamento dei Medici all'accettazione della nuova egemonia ("capo ha
cosa fatta") e la repubblica oligarchica avrebbe continuato la sua esistenza sotto la guida pazziana. Il
papa e il suo
ambizioso nipote si ripromettevano al contrario di fare in modo che la situazione cittadina si
rivelasse ingovernabile e che Firenze finisse con l'aver bisogno di un signore secondo un modello che
si era gi affermato un po' dappertutto nell'Italia centrosettentrionale: Girolamo Riario sarebbe stato
pronto a cogliere l'occasione. I due progetti, a ben guardare, non erano soltanto divergenti: erano
alternativi e avrebbero potuto, una volta superata la fase della liquidazione dei "tiranni", dar luogo a un
vero e proprio scontro. Ma lo zio papa e il nipote in carriera contavano sul fatto che a quel punto
avrebbero potuto scendere in campo le milizie del neoduca Federico d'Urbino, i propositi del quale
apparivano chiarissimi.
Una pi attenta valutazione dei possibili sviluppi della congiura ne avrebbe fatalmente palesato
la debolezza e la contraddittoriet di fondo: anzi, la reciproca malafede dei congiurati. Il mantenimento
dell'ambiguit al riguardo avrebbe potuto condurre al suo fallimento anche se Lorenzo e Giuliano
fossero stati messi fuori gioco o eliminati; ma con ogni evidenza, nessuno pensava che davvero
l'impresa sarebbe fallita.
Il fronte delle potenze favorevoli a scalzare il potere mediceo si andava nel frattempo
ingrossando, perch l'obiettivo primario, eliminare il dominio dei Medici su Firenze, finiva per attirare
nella sua orbita altri personaggi di minor spicco che perseguivano i loro scopi: questi ultimi non
cercavano la morte di Lorenzo, ma le conseguenze della sua caduta li avrebbero favoriti.
Al papa e al re di Napoli, appoggiati dal gonfaloniere della Chiesa e duca d'Urbino Federico,
andavano infatti aggiunti la repubblica di Siena e le casate genovesi come i Fieschi e i Fregoso che si
opponevano all'assoggettamento di Genova a Milano. I senesi erano inoltre inquieti perch Carlo di
Montone cercava in quel medesimo torno di tempo d'insignorirsi di Perugia e sospettavano con
acredine che dietro di lui ci fosse la spinta della politica tosco-umbra medicea: una ragione di pi per
augurarsi un rovescio politico a Firenze, che ne avrebbe compromessa la sua egemonia regionale.
Lorenzo aveva da tempo cominciato a sospettare che l'ostilit politica e diplomatica montante
contro di lui si sarebbe prima o poi tradotta in un qualche colpo di mano: ma non sembra possedesse
ancora una chiara percezione di quanto vasto fosse l'ingranaggio che si era messo in moto per
schiacciarlo. Noi oggi, anche alla luce di fatti e di documenti che non potevano essergli noti, lo vediamo nettamente; che potesse discernerlo anche lui, non  affatto cosa certa.
Imprevisti.
Il complotto prese forma, a quel che pare, nell'estate del 1477. Le dinamiche ci sono state
tramandate da diverse fonti, un fatto se non certo eccezionale per lo meno abbastanza infrequente per il quindicesimo secolo, il che ci permette dunque di considerare l'evento da differenti prospettive.
Fondamentale, specie per gli accordi preliminari,  la confessione rilasciata il 4 maggio 1478, prima di essere giustiziato, da Giovanni Battista conte di Montesecco, un uomo d'armi marchigiano al
servizio della Chiesa e incaricato in quanto professionista competente dell'eliminazione materiale del Magnifico. La violenta sequenza dei fatti criminosi fu almeno in parte osservata direttamente e
quindi descritta sia da un testimone oculare come Angelo Poliziano, che la mattina dell'attentato era nel duomo accanto a Lorenzo e visse tutto in prima persona, sia dallo speziale Luca Landucci, il quale segu in strada il disordine scatenato da quanto stava accadendo intanto in chiesa; altre notizie si possono desumere dalla Florentina synodus, uno scritto difensivo e di denuncia contro Sisto quarto che parte da un immaginario sinodo del clero fiorentino - in realt mai avvenuto- e di cui  autore Gentile Becchi, il precettore di Lorenzo.
Abbiamo poi molte altre relazioni, pi o meno complete e pi o meno informate. Una delle pi belle  quella che l'oratore del ducato di Milano a Firenze, l'acuto Filippo Sacramoro che gi conosciamo piuttosto bene, invi sotto forma di lettera proprio due giorni dopo il luttuoso evento a Cicco Simonetta.
A tale relativa dovizia di fonti - purtroppo per provenienti solo da parte medicea o non in
grado comunque di rappresentare adeguatamente le ragioni dell'altra parte - rinviamo per i dettagli; ci
limitiamo qui a riassumere i fatti essenziali e a fornire qualche spunto utile a riallacciarsi ad altre questioni, delle quali i testimoni del delitto non parlano.
Sul piano metodologico non si dovrebbe mai seguire il "criterio del patchwork", cio accostare
le fonti tra loro e magari arbitrariamente ritagliarle in modo da farne risultare un racconto in apparenza lineare, coerente e convincente. Spesso per questo lavoro si rende provvisoriamente necessario al fine di ottenere dei fatti una visione chiara: ogni testimone, infatti, descrive soprattutto il suo vissuto personale, perci finisce per rivestire i nudi fatti cui assiste di una quantit di suggestioni e congetture sue proprie, che ovviamente non sono affatto obiettive, o perch egli ha delle simpatie per certi
personaggi, o perch appartiene a una certa fazione che si sente in dovere di difendere. Lo storico  in grado di distinguere tra dato reale e dato surrettizio, di vedere come le informazioni deformate dal filtro della parzialit siano anch'esse in grado di gettare luce sul contesto cui si riferiscono. Se per scrive per un pubblico composto anche da non specialisti, che non hanno quotidiana familiarit con le fonti storiche del secolo quindicesimo, egli deve isolare la nuda sostanza dei fatti in s, deve disporli in sequenza rigorosamente cronologica in modo da ricostruire un quadro chiaro ed essenziale: i suoi lettori resterebbero infatti disorientati, se venissero descritti tutti gli innumerevoli condizionamenti,
ripensamenti, relazioni collaterali e conseguenze di ogni singolo evento principale. Tenuto conto di
ci, torniamo quindi alla dinamica dell'agguato, cercando dove sia possibile e necessario di distinguere
le differenti testimonianze.
Anzitutto gli attori fondamentali, le dramatis personae: i congiurati, naturalmente; non le
vittime designate, gi ben note. N, intendiamoci, i lontani e magari principali mandanti, vale a dire
Sisto quarto, Girolamo Riario e Federico da Montefeltro, con le rispettive differenze e divergenze: il papa
avrebbe preferito che non fosse versato sangue, suo nipote e il duca d'Urbino lo ritenevano necessario e
addirittura l'auspicavano. Ma lo stralciare la posizione di questi tre personaggi potrebbe dar adito a un
equivoco. Essi volevano che Firenze cadesse sotto un signore straniero e solo in seconda istanza, e
faute de mieux, si sarebbero accontentati di un cambiamento di regime e di schieramento sul piano
diplomatico e internazionale della repubblica. Invece i dodici esecutori materiali a differente livello e
con diverso ruolo (e lo stesso mandante/esecutore, l'anziano messer Jacopo de' Pazzi) volevano tutti
che Firenze e la Toscana della quale essa era la dominante cambiasse regime, fosse liberata dalla
tirannia personale e familiare di Lorenzo: che si tornasse insomma - ci, almeno, nei programmi teorici
e nelle declamazioni retoriche ufficiali -
alla "libert repubblicana". Che poi qualcuno di casa Pazzi auspicasse sic et simpliciter di
sostituirsi ai Medici come famiglia leader, mantenendo quindi magari un indirizzo politico-istituzionale
avviato a un restringersi dell'oligarchia quale quello impostato gi da Cosimo e forse anche da Piero,
ma soprattutto da Lorenzo,  possibile.
Il Poliziano propone, nel suo Commentarium, una specie di catalogo prosopografico che in
realt sembra una galleria tipologica della propensione al crimine; in breve, per lui i nemici di Lorenzo
posseggono tutte le sfumature dell'umana nefandezza. L'intera famiglia dei Pazzi  tacciata in blocco
di avidit, superbia e arroganza, e perci si dice che sono invisi a tutto il popolo di Firenze (in realt 
vero che mancava loro una solida base di consenso, e si stenta oggi a capire quali fossero le loro
concrete speranze di coinvolgere i concittadini nel loro progetto sedizioso). L'anziano messer Jacopo,
zio acquisito dei fratelli Medici in quanto zio del marito della loro sorella Bianca,  un giocatore
vizioso e incallito, iracondo e bestemmiatore quando perde ai dadi;  scialacquatore dei beni altrui e
avarissimo del suo fino alla grettezza; insolente e ambizioso, non sopporta l'ignominia di sentirsi un
fallito; l'unica ragione per la quale i suoi parenti lo amano  perch sanno che, non avendo figli
legittimi, lascer loro le sue sostanze. Il nipote Francesco, figlio di suo fratello Antonio,  arrogante,
presuntuoso e invidioso: detesta i fratelli Medici perch pi abili, brillanti e fortunati di lui nonch, a
quanto pare, anche pi belli:  gracile, nervoso, e come dicevano i malevoli di Giulio Cesare, dedica
troppo tempo alla cura dei suoi capelli. Guglielmo, fratello maggiore di Francesco,  cognato di
Lorenzo e di Giuliano in quanto sposo di Bianca dalla quale ha avuto molti figli: sa della congiura ma
tiene i piedi in due staffe. Renato, figlio di Piero de' Pazzi fratello di Jacopo e pertanto cugino carnale
tanto di Guglielmo quanto di Francesco,  scaltro e ipocrita, abilissimo nel nascondere l'odio e nel
dissimulare il rancore, e per giunta, estremamente avido.
Accanto ai quattro Pazzi (due veri e propri congiurati, due opportunisti), ecco i tre Salviati:
Francesco arcivescovo di Pisa, uomo fortunatissimo ma incapace di buoni sentimenti, smodatamente
ambizioso, disonesto, nemico di qualunque forma di decenza, vanitoso, adulatore e ipocrita. Gli altri
due Salviati portano entrambi il nome di Jacopo. Uno, fratello dell'arcivescovo di Pisa,  una vera canaglia ipocrita, l'altro invece un dissipatore amante delle gozzoviglie.
Ci sono poi gli altri cinque. Il Bandini  uno scellerato e violento, anch'egli condotto sull'orlo del fallimento dal vizio e dall'insipienza.
Jacopo Bracciolini, Poggii illius eloquentissimi viri filius, somiglia al padre in quanto 
maldicente quanto lui,  un falso moralista, si  rovinato accumulando debiti e ora, dovendo vivere in
ristrettezze,  bramoso di rivolgimenti politici dai quali spera di ricavare chiss che cosa. Napoleone
Franzesi  uomo di Guglielmo de' Pazzi ed  una personalit scialba e infida. Antonio Maffei da
Volterra  un odiatore della sua patria (il che, fuor dalla metafora polizianea, vuol dire che non aveva digerito l'"ordine" imposto alla sua citt nel 1472 dalla volont di Lorenzo e dalle milizie dell'allora ancor conte di Montefeltro). Il prete Stefano da Bagnone, cancelliere di Jacopo de' Pazzi e precettore della sua
unica figlia, peraltro illegittima,  un poco di buono che si comporta male perfino in casa del suo padrone.
Insomma, a detta del letterato improvvisatosi criminologo, una masnada di farabutti, di
criminali, di viziosi accanitisi per spirito sedizioso e per invidia contro due virtuosi successful men.
Una serie di studi dedicati a ciascuno di questi personaggi ha messo in luce quanto tendenziosa e
inattendibile sia la sallustiana presentazione dei congiurati da parte del Poliziano come altrettanti
Catilina. Certo li univano l'odio, il risentimento, l'invidia o il desiderio di vendetta per l'arroganza
politica di Lorenzo, la brillante leggerezza di Giuliano, la fortuna di entrambi. Da qui a farne dei
delinquenti strutturali ce ne corre.
Probabilmente, comunque, a innescare l'efferato delitto fu una mistura esplosiva di rancore e
d'invidia. Francesco di Antonio de' Pazzi detto
"Franceschino", che con Francesco Salviati e Girolamo Riario era il promotore dell'agguato, si
mosse da Roma, dov'era ormai la sua stabile residenza, e rientr a Firenze per informare del piano lo
zio Jacopo e ottenerne l'approvazione. L'impresa si rivel difficile: l'anziano capofamiglia, pur
odiando Lorenzo con tutte le sue forze specie dopo la faccenda dell'eredit Borromeo, temeva un
contraccolpo che avrebbe potuto addirittura allargare il consenso popolare sul quale i Medici gi
contavano; dubitava, a ragion veduta, che i cittadini contrari alla famiglia
dominante, o magari incerti e disorientati, fossero davvero disposti a lasciarsi coinvolgere in
una sollevazione. Queste le ragioni politiche: ed  forse prudente e opportuno limitarsi ad esse. Ma il
cuore dell'uomo  molto pi complicato di quanto non appaia dalle parole e dalle carte.
Messer Jacopo apparteneva alla generazione precedente rispetto a quella di suo nipote
"Franceschino" e dei suoi congiunti - sia pur acquisiti -
Lorenzo e Giuliano. Li aveva visti tutti bambini. Era stato buon amico di Piero di Cosimo;
aveva esperienza di certe cose, sapeva dove approdano o dove possono approdare le congiure. E,
soprattutto, aveva giurato sui Vangeli e sulle proprie armi, quando l'avevano armato cavaliere: era un
cristiano del Quattrocento per il quale il Paradiso e l'Inferno erano ben altro che una superstizione
antica o una lontana ipotesi. Ecclesia abhorret a sanguine: non soltanto lei...
Si stim allora opportuno inviare a Firenze, come esecutore materiale della cosa che andava
fatta, anche un professionista, quindi uomo d'armi: il gi ricordato Giovanni Battista conte di
Montesecco. La scelta non mancava di una sua logica: Girolamo, in quanto nipote del papa, non poteva
in prima persona incaricarsi di un delitto, e del resto non doveva trovarsi in Firenze; n poteva pensarci
l'arcivescovo Francesco Salviati.
Francesco de' Pazzi, in quanto banchiere, non era presumibilmente ritenuto in possesso
dell'abilit e della freddezza necessarie a maneggiare rapidamente un'arma; i fatti avrebbero in effetti
mostrato che costui non aveva sufficiente sangue freddo per perpetrare correttamente un assassinio:
nella foga, pugnalando a morte Giuliano, si sarebbe ferito come vedremo in modo grave, rovinandosi
una gamba.
Il Montesecco, d'altronde, a Firenze era venuto in tutta tranquillit e dava mostra di dover
svolgere in citt parecchie incombenze. Aveva incontrato pi volte Lorenzo e da lui, in maniera
pretestuosa, si era fatto consigliare su quale fosse il modo migliore per governare in Romagna e su
alcuni problemi patrimoniali che aveva in quella regione. Pi tardi, egli avrebbe affermato - sia pure
nel sospetto contesto dell'interrogatorio e della
"confessione" - che la cortesia e la saggezza dimostrate da Lorenzo in quelle occasioni
avrebbero contribuito, o sarebbero addirittura state in ci determinanti, a farlo vacillare e addirittura
recedere dal suo proposito.
All'osteria della Campana, a quanto sembra, il Montesecco aveva potuto
incontrare anche Jacopo de' Pazzi, al quale, per farlo recedere dagli scrupoli, era stato
probabilmente assicurato che Sisto quarto benediceva l'impresa, che aveva dato il suo benestare a quel che
si andava preparando.
Incontrandosi nella villa che la famiglia possedeva a Montughi, i congiurati decisero che si
sarebbe agito a Roma, dove Lorenzo era in procinto di recarsi: una misura di prudenza, questa, che
prospettava un omicidio in un luogo lontano da quello nel quale avrebbero dovuto svolgersi poi gli
eventi politici.  possibile che sia stato proprio Jacopo a suggerire questo scenario confidando che il
papa, se davvero aveva accettato che il complotto avesse un esito mortale, avrebbe fatto di tutto per
agevolare i cospiratori che si preparavano ad agire proprio nella sua citt.
Intanto Francesco de' Pazzi aveva coinvolto nella congiura altri personaggi: Bernardo Bandini
Baroncelli, membro d'una famiglia di banchieri amica dei Pazzi e in quel momento in cattive acque;
Napoleone Franzesi, sodale della famiglia; Jacopo Bracciolini, figlio del celebre umanista Poggio, che
deluso nelle sue aspettative e forse animato da un sincero spirito repubblicano aveva aderito al fronte
antimediceo nel 1466, ma dopo essere stato esiliato era tornato in patria grazie ai buoni uffici dello
stesso Lorenzo; il sacerdote Stefano da Bagnone, parroco di Montemurlo e istitutore della figlia di
messer Jacopo; infine il volterrano Antonio Maffei, notaio apostolico. Quest'ultimo ag forse anche
per vendetta, come gi si  accennato: a Lorenzo non aveva mai perdonato quel che nel 1472
era successo alla sua patria, per quanto evidentemente non si curasse, ora, di schierarsi al fianco
di quel Federico da Montefeltro che ne era stato il macellaio. I "capitani di ventura" Gian Francesco da
Tolentino e Lorenzo Giustini da Citt di Castello erano pronti a intervenire con le loro truppe ai confini
della repubblica di Firenze appena fosse loro fatto giungere il segnale convenuto che il tiranno e suo
fratello erano ormai morti.
Non era stato facile arrivare a un accordo da tutti condiviso a proposito della sorte del giovane,
affascinante Giuliano: si sapeva che egli era in qualche modo costantemente plagiato dal fratello, ma lo
si riteneva concordemente molto migliore di lui sul piano umano. Tuttavia costituiva un vessillo per i
partigiani di casa Medici: l'idra aveva due teste, bisognava tagliarle entrambe. Se poi Giuliano era
"migliore" di Lorenzo, o tale considerato, tanto peggio: le sue qualit lo rendevano un avversario
ancora
pi pericoloso, in quanto capace di suscitare simpatie. I complotti, gli atti di guerriglia, le
strategie terroristiche hanno le loro leggi rigorose e spietate: anche fatti recenti ce lo hanno confermato.
Il tutto, beninteso, a parte animosit, rancori, inimicizie personali su cui non siamo forse
adeguatamente informati, ma di cui il successivo svolgersi dei fatti potrebbe essere indizio.
Si era perci convenuto di agire nella Pasqua del 1478, il 22 marzo, durante un viaggio romano
programmato da Lorenzo; ma, dal momento ch'esso non ebbe luogo, ci si acconci ad agire in Firenze.
La data scelta fu la quarta domenica del tempo pasquale, liturgicamente detta la Cantate, che cadeva il 19 aprile.
Quel giorno erano previsti addirittura due successivi ricevimenti, uno nella villa "La Loggia" di
Montughi, la splendida residenza di Jacopo de'
Pazzi, e uno in quella medicea di Careggi; tanta solennit doveva essere un omaggio al nipote di
Sisto quarto Raffaele Sansoni Riario, figlio di una sorella di Girolamo, che nel dicembre precedente era
diventato cardinale del titolo di San Giorgio in Velabro, chiesa considerata per tradizione quella dei
genovesi residenti in Roma. Data la sua giovanissima et, Raffaele studiava ancora diritto canonico a
Pisa sotto la tutela del Salviati; e Jacopo, col pretesto di un'epidemia di peste che in quel momento
serpeggiava, lo aveva convinto a trasferirsi momentaneamente nella sua villa, situata in un luogo
salubre sulle colline a nord di Firenze. Ma non l i congiurati pensavano tuttavia di agire: forse l'ipotesi
di consumare un atto proditorio nella prestigiosa e prediletta dimora di Jacopo ripugnava loro, forse era
stato proprio il capofamiglia a impedire tale scelta. Un delitto, anche (e forse soprattutto) se familiare o
politico,  pur sempre archetipicamente parlando un sacrificio: e come tale dev'essere ritualmente
consumato. A messer Jacopo l'idea di profanare la sua casa lordandola di sangue versato a tradimento
non andava. Sangue "fraterno" oltretutto, se non addirittura
"filiale": quante volte, in passato, i figli di Piero di Cosimo lo avevano salutato gioiosamente,
quante volte aveva giocato con loro?
Dalla villa pazziana di Montughi, comunque, ci si sarebbe dovuti spostare alla non lontana villa
medicea di Fiesole, quella adiacente alla Badia e non lontana dal convento domenicano che sorgeva a
mezzacosta. Pare fossero stati proprio i Pazzi a suggerirla come sede ideale per accogliere con tutti gli
onori il giovanissimo porporato: si  parlato di una scala nascosta, che
essi peraltro conoscevano e che avrebbe offerto ai congiurati un comodo disimpegno se non
addirittura una via di fuga rapida e sicura dopo il fatto.
Tutto era dunque pronto: e Lorenzo da parte sua era disposto a far gli onori di casa al cardinale
e presumibilmente lontano, almeno in quella circostanza, da ogni sospetto. Ma Giuliano, indisposto,
fece sapere di non poter partecipare ai festeggiamenti. Non c' motivo di pensare a una
"malattia diplomatica"; e se anche fosse,  molto improbabile ch'egli nutrisse il sospetto che
qualcuno volesse ammazzarlo proprio l, proprio quel giorno. D'altronde i congiurati ormai non
potevano pi pensare di lasciarlo in vita. Era un giovane leggero, che amava le donne e i divertimenti,
ma nulla faceva pensare che fosse un vigliacco o un inetto: una volta privato con la violenza del
fratello, avrebbe potuto ben fare di necessit virt e raccoglierne l'eredit dimostrandosi perfettamente
all'altezza della bisogna. Non si poteva rischiare. E poi, come vedremo, magari qualcuno dei congiurati
ce l'aveva soprattutto con lui.
Si dovette perci rimandare alla domenica successiva, il 26, chiamata nel calendario liturgico la
Rogate; quel giorno, il cardinale era stato invitato a visitare le preziose collezioni d'arte custodite nel
palazzo mediceo di via Larga. Era un'altra solennit religiosa importante, la prima domenica
precedente la festa dell'Ascensione che si sarebbe celebrata il gioved successivo, vigilia di quel
Calendimaggio tanto amato dai fiorentini.
Primavera, dolce primavera, maledetta primavera... Non l'aveva forse celebrata con gioiosa
ferocia, circa tre secoli prima, il troviere Bertran de Born, il cantore della guerra che sa di sangue e di
rose?
I congiurati avevano individuato l'occasione pi opportuna per agire nel banchetto che in
quell'occasione sarebbe stato offerto: era uno dei momenti pi propizi per un assassinio a tradimento.
Giuliano comunic tuttavia che di nuovo non sarebbe stato presente dato il protrarsi della sua
indisposizione. Stava davvero ancora male, o magari aveva cominciato a nutrire qualche sospetto?
Oppure, con molto maggior probabilit, preferiva evitare qualche incontro imbarazzante?
A quel punto la delusione, il disorientamento, la rabbia cominciarono a impadronirsi dei
congiurati. C'era un piano di riserva o lo si dovette concepire sul momento, alla svelta? Non lo
sapremo mai: allo storico resta soltanto la possibilit di prender atto di fino a che punto i congiurati
ritenessero fondamentale e irrinunziabile, al pari di quello del fratello,
l'assassinio di Giuliano: questo giovane che qualche anno prima aveva trionfato nella celebre
giostra pi tardi eternata dalle incompiute Stanze di Poliziano e che era stato l'amante di Simonetta
Vespucci, la "modella" -
dicono - della stupenda Venere di Botticelli. Giuliano era un ragazzo brillante e benvoluto, ben
presente col suo fascino nelle feste e nelle giostre ma intervenuto negli affari di governo solo quando
indispensabile, pochissime volte, cresciuto nell'ombra del fratello maggiore e l rimasto; sua eterna
spalla, esecutore, portavoce. Perch ostinarsi sulla sua persona, perch accanirsi su di lui al punto di
rinviare due volte il delitto solo perch egli non era presente?
A ogni buon conto, nemmeno lui avrebbe comunque potuto esimersi almeno dall'ascolto della
messa solenne in duomo, la mattina: d'altronde, Santa Maria del Fiore (che i fiorentini s'ostinavano
ancora a chiamare
"Santa Reparata", o "Liperata"), distava poche decine di metri da Palazzo Medici. Si stabil
quindi di agire in chiesa, durante la cerimonia religiosa.
Non era il momento migliore: anzi, la prospettiva era addirittura quella del sacrilegio. Il delitto,
anche se fosse riuscito, sarebbe stato accolto date le circostanze con indignazione e orrore dalla gente,
inclusi molti avversari dei Medici. E oltretutto, uccidere qualcuno in chiesa era in un modo o nell'altro
cosa di malaugurio. I continui rinvii e le correzioni imposte in fretta e furia al piano, all'ultimo istante,
non facevano presagire nulla di buono. Insomma, il dubbio serpeggiava tra chi aveva pur deciso di
affidare al pugnale la vita, la speranza di libert, il destino di ricchezza e di potenza della propria
schiatta o anche soltanto l'aspro piacere della vendetta. E nel dubbio cpita di recedere, di fare un passo
indietro, perfino di rinunziare a tutto e andarsene o di mutare radicalmente tattica e strategia. Ma talora
il disappunto e l'incertezza generano pnico e spingono a scelte avventate, a un agire inconsulto come
in preda a una sorta di cupio dissolvi.   difficile capire queste cose dal di fuori e dopo molto tempo, a
cose fatte, quando la strada dell'inferno lastricata di buone (o di pessime) intenzioni  gi stata
percorsa. Come fu possibile, tutto ci? Forse  vero: Deus, quos vult perdere, dementat...
Si pens d'altronde ch'era indispensabile cogliere al volo l'occasione, qualunque essa fosse,
perch c'era il rischio che le truppe mercenarie ammassate fuori dei confini della repubblica si
movessero troppo presto e giungessero presso la citt quando i due Medici erano ancora vivi; o che i
loro comandanti, dal momento che il segnale convenuto indugiava, si spazientissero e
ordinassero la ritirata.
Tutto fatalmente congiurava affinch il delitto venisse consumato nella cattedrale: era un'
extrema ratio.  L'alternativa, a quel punto, sarebbe stata non farne pi nulla. Ma spesso le circostanze
avverse, che dovrebbero venir accolte come un segno e indurre al ripensamento, provocano al contrario
un'ostinazione sorda quando non addirittura incanaglita, rabbiosa. Si doveva fare, e per il resto andasse
tutto al diavolo: era il caso di dirlo.
Quanto al momento scelto dai congiurati per sferrare l'attacco, il Poliziano parla di peracta sacerdotis communicatione, signo dato: poco dopo il momento pi sacro e solenne della Messa, quello della consacrazione.  evidente il suo proposito di noircir le tableau: di sottolineare, aggravandolo, il carattere gi di
per s sacrilego di un attentato di sangue perpetrato in una chiesa, alla domenica, durante la messa. Ma
i congiurati di ci dovevano essere ben consapevoli, e anche preoccupati e a disagio. Risulta molto pi
probabile che abbiano scelto per agire un momento nel quale il sacramento in quanto tale era stato
celebrato, quasi per sgravarsi almeno in parte la coscienza: eliminare comunque le due vittime designate, ma dare loro almeno la possibilit di prendere la messa per  intero. Questo sarebbe stato un
modo di vedere le cose consono alla mentalit di quel quindicesimo secolo, ancora molto pi cristiano di quanto oggi si tenda a dire o a credere.
D'altronde, il passo di Poliziano non  per nulla chiaro: ci si era accordati di agire nel momento
nel quale l'officiante consacrava o si comunicava, o quello fu semplicemente l'istante in cui qualcuno
dei congiurati (il poeta non dice chi) dette il segnale convenuto? Sarebbe davvero importante essere
informati con precisione al riguardo, dato il carattere simbolico -
sacro, o meglio sacrilego - che l'intero dramma stava rivestendo: snudare una lama assassina
nel momento in cui il sacerdote alza l'ostia o pronunzia le parole della consacrazione sembra davvero
qualcosa di orribile, di enorme. Al di l del sacrilegio cristiano si ha sul serio l'impressione di essere
dinanzi all'archetipo antropologico del sacrificio: una devotio agli di inferi. Non dimentichiamo qual 
il teatro dell'evento terribile: siamo nel cuore della Firenze del Quattrocento, il luogo dove pi di ogni
altro al mondo sono stati richiamati in vita gli antichi miti. Ed  qui che il dramma della congiura dei
Pazzi diventa davvero, in senso proprio, una Tragedia.
A Jacopo, il pi anziano e autorevole tra i congiurati, era demandato il compito di mantenersi
fuori dalla scena dello spargimento di sangue: avrebbe dovuto percorrere a cavallo le strade cittadine
subito dopo il compimento del delitto e dirigersi verso il Palazzo della Signoria incitando il popolo a
sollevarsi per riacquistare la libert perduta. Era un uomo stimato e autorevole, un cavaliere; doveva
personalmente mantenersi puro dal sangue versato: la sua virile e solenne immagine sarebbe stata
garanzia che la causa era giusta, che di tirannicidio e non di assassinio si era trattato.
Quasi due secoli prima, Dante aveva condannato Bruto, l'uccisore di Cesare, nel pi profondo
dell'inferno: ma ormai i tempi erano mutati, e con essi la sensibilit storica e morale. Nella Firenze
umanistica e repubblicana, Bruto poteva ben esser proposto a modello di virt e di eroismo. Tutto ci
avrebbe dovuto suggerire agli attoniti fiorentini la cavalcata di messer Jacopo in quella domenica
d'aprile in cui la Chiesa celebrava il ritorno della primavera e apriva il tempo delle Rogationes, le
preghiere per la fertilit della terra. L'inverno dominato dai tiranni  finito, o popolo di Firenze: dal
sangue versato dai tiranni sboccia il fiore della nuova primavera della patria; torna la Libert! E
appunto "Popolo e Libert!"  il grido col quale Jacopo Pazzi corse a cavallo la strada dritta che dalla
cattedrale porta al Palazzo della Signoria.
Il grosso delle forze militari messe insieme in appoggio alla congiura era presente entro le mura
cittadine; non ne conosciamo l'entit numerica, ma sappiamo che era costituito da esperti uomini
d'arme perugini, travestiti da gente del seguito del cardinale di San Giorgio, che nulla sapeva della
congiura, e dell'arcivescovo di Pisa. Ma il ritorno delle libert repubblicane non si poteva affidare n al
pugnale dei congiurati, n alle spade straniere, n all'ingresso in citt di quelle poche centinaia di lance
mercenarie che aspettavano fuori. Doveva esser chiaro che erano stati i fiorentini a scrollarsi di dosso la tirannia.
Scrupoli di coscienza.
Poco prima dell'ora stabilita per l'inizio della cerimonia, Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini si recarono a Palazzo Medici per accompagnare fino in chiesa Giuliano, convalescente e dal passo ancora malfermo in quanto dolorante a una gamba: soffriva in effetti di ernia inguinale. Lo abbracciarono e lo strinsero con le braccia alla vita e sulle spalle, come per aiutarlo a camminare: in realt per poterlo palpare e assicurarsi che, sotto i panni di festa, non indossasse una
qualche leggera corazzina o una cotta di maglia. Francesco e Bernardo si erano accollati essi stessi, volontariamente e con feroce piacere, il cmpito di ucciderlo. Quello di eliminare Lorenzo avrebbe
dovuto essere invece affidato come sappiamo al Montesecco: ma egli, nella sua confessione, rifer di
essersi rifiutato di accompagnare un assassinio a tradimento - che gi ripugnava al suo onore di
cavaliere - a un sacrilegio, dal momento che ormai l'unica e inevitabile prospettiva era quella di
versare del sangue nella casa di Dio. Non  chiaro n quando n come l'uomo d'armi palesasse la sua
indisponibilit al gesto estremo: il suo rifiuto fu uno dei fattori, forse decisivo, del fallimento del
complotto.
A colpire Lorenzo furono a quel punto destinati - forse da
"Franceschino" Pazzi, il vero promotore del ramo fiorentino della congiura insieme col Salviati
- Stefano da Bagnone e il Maffei;  improbabile che fossero ritenuti possibili esperti esecutori del
cmpito loro affidato, ma furono forse scelti perch, data la loro condizione, si stimava potessero
facilmente avvicinare Lorenzo: cosa non semplice per chiunque, visto che il Magnifico era sempre attorniato da amici, forse da qualche guardia del corpo.
Il prete non pare si lasciasse scuotere dalla prospettiva del duplice sacrilegio che si chiedeva di compiere: ammazzare qualcuno in una chiesa, e farlo pur essendo sacerdote, quindi persona alla quale
era sacramentalmente vietato impugnare armi e spargere sangue. Un cronista, Piero di Marco Parenti,ci riferisce invece che il Montesecco si accompagn amichevolmente a Lorenzo prima di entrare in chiesa. Era tutta scena? Oppure era pentito? Si sentiva a disagio perch il suo incontro con il Magnifico nell'estate precedente lo aveva in qualche modo conquistato? Stava inviando con il suo comportamento un qualche segnale - magari di dissociazione dall'impresa - ai suoi complici? Aveva avuto la tentazione di metter in qualche modo in guardia la vittima designata?
Data la discordanza delle fonti,  impossibile capire che cosa sia davvero accaduto poi, in quei
pochi, tumultuosi minuti. Il compito dei congiurati era inoltre reso pi difficile dal fatto che Lorenzo e
Giuliano, circondati ciascuno dai loro pi intimi, si erano andati disponendo presso la balaustra ottagonale che circondava (e circonda) l'altar maggiore del duomo, ma in gruppi divisi, rispettivamente disposti in cornu Epistulae e in cornu Evangelii.
Era un accorgimento abituale - teso proprio a evitare che, in caso di attentato, i due fratelli venissero sorpresi assieme e pi facilmente eliminati - o solo una circostanza liturgica, rituale, quasi i due Medici rappresentassero, quando erano nella cattedrale, i dioscuri protettori della Chiesa fiorentina?
Al segnale convenuto - probabilmente era l' Ite missa est, quando la tensione dei fedeli dopo la cerimonia sacra si allenta e c' sempre un po' di confusione - il Bandini si scagli su Giuliano ferendolo gravemente, mentre Francesco de' Pazzi lo colpiva con una gragnuola di pugnalate e con una tale furia che, come gi detto, fer anche se stesso, e in modo serio, a una coscia.
Le ragioni di tanta efferatezza ci sfuggono; di certo c' soltanto che l'aggressore doveva avercela personalmente con Giuliano, pi che con Lorenzo. Anche se  cosa ardua a farsi correttamente, non ci si pu esimere dall'interrogarsi su questo "cono d'ombra" che resta nelle trame della congiura e che, se illuminato, potrebbe forse darci risposte pi sicure.
Perch Francesco de' Pazzi odiava a tal punto Giuliano de' Medici?
La politica non pu essere chiamata in causa: dopo lo sfolgorante trionfo nella giostra del 1475,
il cadetto di casa Medici torn ad essere ci che era stato fino a quel momento, la spalla e lo strumento
del fratello maggiore.
Non poteva trattarsi nemmeno di un motivo legato ai soldi, perch la gestione del banco
mediceo era saldamente nelle mani di Lorenzo. E
allora?
Quando non vi siano cogenti motivi di tipo razionale,  lecito chiamare in causa quelli
irrazionali, spostandosi quindi nel campo delle congetture verosimili: l'unica vera gloria di Giuliano, la
sua somma conquista, era l'amore della donna pi bella di Firenze, Simonetta Cattaneo in Vespucci,
colei che veniva celebrata come la sans par (l'impareggiabile). Francesco de'
Pazzi era stato forse a suo tempo respinto in favore di Giuliano, oppure riteneva che Giuliano in
qualche modo avesse una responsabilit nella morte di lei, deceduta a soli ventitr anni in circostanze
di cui in fondo sappiamo poco? La ricerca non ha mai sondato davvero questo terreno; e per ora
dobbiamo accontentarci di sapere che Francesco si accan su
Giuliano in modo da essere sicuro che la vittima non potesse sopravvivere: nel modo proprio di
una vendetta passionale.
Ormai certi della sua morte, i congiurati che avevano massacrato Giuliano pensarono a dar man
forte a quanti stavano cercando di eliminare l'obiettivo principale della congiura, fino ad allora oggetto
di un attacco debole e maldestro. Infatti Lorenzo, dall'altra parte della navata centrale prossima al
transetto, era stato assalito alle spalle dal prete e dal Maffei: ma fosse la loro imperizia, fossero le grida
provenienti dalla parte della chiesa dove Giuliano cadeva in una pozza di sangue o qualcos'altro, il
fatto  ch'egli trov tempestivamente modo di reagire. Ferito solo di striscio al collo, ebbe il tempo di
avvolgersi il mantello al braccio sinistro e d'impugnare la daga, mentre gli amici facendogli scudo lo
sospingevano verso la "sacrestia nuova", a nord dell'altare: evidentemente il rifugio pi prossimo. Uno
dei suoi collaboratori pi fedeli, Francesco Nori, ebbe lo stomaco trapassato dal pugnale del Bandini il
quale, colpito Giuliano, s'era gettato come una furia anche su Lorenzo.
Non  escluso che a salvare all'ultim'ora il Magnifico sia stato, un istante prima che balenassero
le lame, l'inaspettato e inconsulto agitarsi di suo cognato Guglielmo de' Pazzi, marito di Bianca (e
fratello di Francesco), il quale pare si sia messo d'un tratto a gridar disperato di essere estraneo a tutto
quel che stava accadendo. Era al corrente da tempo della congiura, ma si era pentito o impaurito
all'ultimo momento? Lo avevano informato l, su due piedi, e aveva rifiutato di starci? Era davvero
innocente? In effetti, i congiurati non dovevano troppo fidarsi di lui, dati il suo carattere e la sua stretta
parentela con la vittima designata: pu darsi che, ignaro ma coinvolto nel parapiglia, abbia perso la testa e non abbia trovato di meglio che gridar disperatamente la sua innocenza.
Un altro che molto probabilmente era all'oscuro di tutto, l'adolescente cardinale Raffaele
Riario, si rifugi impaurito e confuso ai piedi dell'altare; e rest l, come un povero tremebondo
mucchio di ricchissimi panni, finch i canonici del duomo non provvidero a tirarlo su e a trascinarlo
verso la sacrestia vecchia, nell'area sudorientale del transetto. Lorenzo e i suoi riuscirono a occupare
quella nuova, ch'era come sappiamo dal lato opposto, e a barricarvisi dentro: col Magnifico e il povero
Nori, che spir quasi subito, c'erano Antonio Ridolfi e il Poliziano il quale, secondo una
tradizione molto celebrata e rispondente forse alla realt, era stato pronto a chiudere i pesanti
battenti della porta in faccia agli assalitori e alle loro daghe.
Ma l'assedio alla sacrestia dur poco: i congiurati, ch'erano pochissimi, se la dettero a gambe
quasi subito; quelli che vi si erano asserragliati poterono uscirne poco dopo, frastornati e increduli,
perch la chiesa si era intanto svuotata e l'unico a rimanervi era, sul pavimento, il cadavere di Giuliano
immerso nel suo stesso sangue. Non sappiamo per quanto tempo vi rest prima che i canonici e gli
accoliti del duomo pietosamente lo raccogliessero e lo componessero. Tutti gli astanti, congiurati
compresi, erano fuggiti di corsa accalcandosi verso le uscite. Francesco de' Pazzi usc evidentemente
dalla porta laterale sud, volt a sinistra e raggiunse in pochi minuti il palazzo di famiglia nonostante la
ferita alla gamba lo facesse seriamente zoppicare e lasciasse una scia insanguinata; suo fratello
Guglielmo fece lo stesso dirigendosi per dalla parte opposta, a nord, verso il palazzo di via Larga dove
certo si trovava sua moglie Bianca. Tale opposta e spontanea scelta della via di scampo era sintomatica
dell'opposta scelta di campo: e questo non  un gioco di parole. Poco pi tardi, anche se dovette
sembrare un'eternit, accorsero in duomo altri amici e sostenitori di Lorenzo, armati, che lo scortarono
fuori dalla chiesa e tutti insieme si diressero verso le case dei Medici. La notizia dell'attentato si era gi
sparsa per la citt, per quanto accompagnata da un accavallarsi convulso e contradditorio di particolari:
ormai correva di bocca in bocca, accrescendo la confusione.
Significativa e preziosa al riguardo risulta la testimonianza di un notaio di parte medicea,
Giusto Giusti d'Anghiari. Egli era presente in quella che chiama ancora, all'antica, "Santa Liperata" -
cio Santa Reparata, ormai ampliata e divenuta Santa Maria del Fiore - e riferisce che, dopo
l'assassinio di Giuliano, fece quello che dovettero fare molti partigiani dei Medici o altri cittadini i
quali si ritrovarono assaliti dal panico: non ebbero n il coraggio, n la necessaria lucidit mentale, n i
mezzi per intervenire direttamente in cattedrale, ma corsero subito alle case dei Medici, che erano l a
due passi, e per arrivarci ci volevano letteralmente due minuti. L i partigiani medicei si armarono: e,
dice Giusto, "armai anche me di una corazzina, una celata, un targone e una spada". Forse tale
armamento era persino eccessivo, per non dire ch'era ridicolo.  peraltro ovvio che cos
combinato non poteva mettersi a correre: difatti si limit a presidiare una delle porte del palazzo
di via Larga insieme con altri, "e quivi stetti cos armato fino a hore 21 (cio verso le tre del
pomeriggio) a digiuno". A quel punto doveva esser chiaro che ormai il pericolo era passato e la
situazione tornata pi o meno sotto controllo; allora Giusto si tolse le armi, le affid a una "fante della
cucina" la quale gli restitu i normali indumenti ch'egli armandosi le aveva evidentemente affidato ("il
mio mantello e la cioppa e il cappuccio") e si diresse "a casa mia a mangiare". 
Di questo tipo dovette essere l'avventura di molti fiorentini filomedicei in quella giornata: e
chiss quante volte molti di loro l'avranno in seguito raccontata, magari arricchendola di particolari.
Anche ser Giusto in fondo, come tanti altri, si era armato e aveva lasciato partire gli altri ("armiamoci e
partite", come si usa dire). Va d'altronde osservato, a sua difesa, che al momento dell'attentato nessuno
era in grado di valutare come si sarebbe evoluta la faccenda.
A una persona di buon senso come il Giusti doveva sembrare impossibile che i congiurati
avessero del tutto trascurato di organizzare un minimo di appoggio per se stessi da parte di elementi
antimedicei, che pure in citt esistevano: non  possibile che i Pazzi, il Salviati, il Bandini, il
Bracciolini non ne conoscessero qualcuno fidato. Col senno di poi, tale negligenza  inconcepibile.
Ma torniamo a quella maledetta mattinata. Jacopo de' Pazzi e l'arcivescovo Salviati si erano dal
canto loro appena affacciati in chiesa. Il prelato si diresse verso il Palazzo della Signoria accompagnato
da alcuni collaboratori sicuri e da una trentina di uomini armati, che come abbiamo detto, pare fossero
fuorusciti perugini. Essi riuscirono a penetrare nell'edificio, ma la loro disorganizzazione o la scarsa
conoscenza della disposizione interna delle sale e delle scale valse a perderli. L'arcivescovo s'incontr
con il capo formale del governo fiorentino, il gonfaloniere di giustizia Cesare Petrucci, sostenendo di
avere un messaggio per lui: ma il suo comportamento fu talmente goffo e impacciato da insospettire il
funzionario, che chiam subito a gran voce le guardie e corse ad armarsi insieme con i priori. Intanto,
incidentalmente, egli incontr e cattur anche Jacopo Bracciolini, ch'era entrato al seguito
dell'arcivescovo - non aveva quindi partecipato all'assassinio nella cattedrale - e aveva indosso
delle armi, ma doveva aver l'aria d'uno che si sentiva piuttosto spaesato. Si fa presto a legger di
Bruto nel quieto silenzio di uno studiolo con i suoi codici miniati: il sangue, il sudore, le grida di rabbia
e d'angoscia sono un'altra cosa. I pugnali di carta sono puri e immacolati, quelli d'acciaio sono duri e
freddi; e il sangue innocente sporca al pari di quello colpevole.
Il resto del gruppo armato che accompagnava il Salviati si era intrappolato da solo nella sala
della cancelleria e fu facile catturarlo. Tutta la scena dell'invasione del Palazzo della Signoria sarebbe
stata in s quasi comica, una brancaleonica sequenza di gaffes; ma il contesto era tragicamente serio.
Il gonfaloniere dette ordine di far suonare a stormo le campane cittadine.
Era il tradizionale segno di pericolo e di raccolta: un suono terribile, disperato, di quelli che
prendono alla gola, fanno impazzire il cuore, rimbombano nelle viscere.
L'orrore della vendetta, la ferocia della repressione
Il piano dei congiurati prevedeva che, mentre i due odiati fratelli esalavano l'ultimo respiro stesi
sul pavimento della cattedrale e il Palazzo della Signoria veniva occupato e presidiato dalla gente
dell'arcivescovo, messer Jacopo de' Pazzi avrebbe corso a cavallo le strade del centro cittadino al
fatidico grido di "Popolo e Libert!", guidando una cinquantina o un centinaio d'armati che avrebbero a
loro volta presidiato il palazzo dall'esterno. Ma i sopraggiunti furono respinti dalla gente dei priori che
aveva avuto il tempo di organizzarsi, teneva saldamente prigionieri quelli del seguito dell'arcivescovo e
si mise a scagliare dall'alto ogni sorta di proiettili contro quelli di Jacopo. Nessuno ha mai capito
perch, appena udito il suono delle campane, non si sia presentato nella piazza della Signoria il
responsabile dell'ordine pubblico cittadino, il funzionario che risiedeva nel vicino palazzo (quello del
Bargello) e aveva i suoi armati a disposizione. Forse egli prefer indugiare per capire meglio come si
stessero mettendo le cose. Forse fu colto di sorpresa e manc di prontezza. Forse sapeva qualcosa,
perch uno dei principali e irrisolti aspetti di tutta questa faccenda  la cattiva organizzazione, le
esitazioni dei congiurati, i continui rinvii. Cos'era trapelato alla vigilia, sia pur sotto forma di voce
incerta, di vaga diceria? Questa  sicuramente un'altra zona di buio, un altro "cono d'ombra" dove si
annidano questioni essenziali che almeno allo stato
attuale delle fonti possono essere solo intuite e ipotizzate, non dimostrate.
Comunque, nel frattempo i filomedicei avevano avuto il tempo di organizzarsi. Alcuni, come si
 visto, erano corsi in armi a presidiare il palazzo di via Larga, dove si erano per accorti presto ch'esso
non correva pericolo alcuno; altri fronteggiarono i partigiani dei Pazzi, rispondendo al nobile ma un po'
dmod "Popolo e Libert!" con il plebeo, sanguigno
"Palle, Palle, Palle!". I venturieri che avrebbero dovuto convergere su Firenze dall'esterno non
ce la fecero: forse non sapevano bene che cosa fare e furono addirittura costretti a ritirarsi se non messi
in fuga dai contadini che si erano armati all'udire il suono a stormo delle campane di citt. Molti di
quelli che si erano introdotti nel Palazzo della Signoria vennero gettati, vivi o morti, dalle finestre nella
piazza sottostante, dove furono spogliati e fatti a pezzi dai partigiani medicei, o comunque dalla folla,
in mezzo alla quale doveva essersi subito intrufolata la teppaglia che va a nozze in occasioni come questa.
Si erano frattanto riuniti gli Otto di Guardia e Bala, il temuto collegio di magistrati preposti
all'ordine e alla giustizia contro i crimini politici, che avevano avviato un'improvvisata procedura
d'urgenza: Francesco de' Pazzi
- catturato nudo nel suo palazzo, dove stava medicandosi la ferita -, Francesco e Jacopo
Salviati e anche il Bracciolini furono impiccati alle finestre del palazzo o alla loggia dei Lanzi. Negli
spasimi dell'agonia, o in un impeto di rabbia disperata, l'arcivescovo morse ferocemente il petto del
banchiere: tale, almeno, la testimonianza del Poliziano. L'arcivescovo, tremante e atterrito, aveva reso
una confessione confusa ma completa, a differenza del fiero Francesco che era rimasto nudo per tutta la
durata del breve processo e pare non avesse proferito parola: un atteggiamento irriducibile, tale da
rinforzare il sospetto che il massacro di Giuliano lo avesse voluto con tutte le sue forze, e che ora non
ne provava rimorso.
Con quelle sommarie impiccagioni, avvenute nel centro del potere cittadino affinch ne fosse
esaltata l'esemplarit, si avvi una lunga teoria di feroci violenze: non inusuali del resto in tempi di
rivolta o di sommossa. Si calcola - con tutta l'incertezza del caso - che tra il 26 e il 27 aprile siano
state uccise un'ottantina, forse un centinaio di persone coinvolte nella congiura o presunte tali, o anche
innocenti ma in qualche modo collegabili ai congiurati: appese alle finestre del Palazzo della Signoria o
di quello del Bargello, oppure linciate e fatte a pezzi per strada. Bande di partigiani
medicei, specie di "fanciulli", cio di ragazzacci scatenati e inferociti, giravano esponendo su
bastoni o infilzati sulle picche le teste mozze o macabri lacerti di gente ammazzata. Il giovane cardinale
di San Giorgio, pi morto che vivo di paura, fu condotto al Palazzo della Signoria scortato da due
membri del Consiglio degli Otto.
La folla cerc d'assalire anche lui e infier sul suo seguito: un paio di preti, due poveri ragazzi
del coro, alcuni paggi furono tutti assaliti, denudati e mutilati. Il cardinale rimase circa un mese e
mezzo ostaggio della Signoria.
Tutta la famiglia dei Pazzi venne ritenuta in blocco coinvolta nella congiura e quindi colpevole:
Renato di Piero, che (forse sapendo qualcosa e volendo restare estraneo alla faccenda) era partito
sabato 25 per la sua villa di Trebbio nel Mugello e il 27, resosi conto che in qualche modo ci sarebbe
andato di mezzo anche lui, si era travestito da contadino per fuggire non si sa dove, venne catturato e
impiccato. Guglielmo dovette la vita al fatto di essersi rifugiato nel palazzo del cognato Lorenzo, e
forse alle suppliche di sua moglie Bianca presso il fratello: ma fu subito bandito.
Antonio vescovo di Sarno, che non era presente a Firenze, fu condannato in contumacia
all'esilio; i suoi fratelli Galeotto, Giovanni, Andrea e Niccol, giovanissimi o addirittura ragazzi del
tutto estranei al complotto ma dichiarati colpevoli sulla base del pregiudizio secondo il quale non
potevano non sapere, vennero imprigionati e quindi tradotti nella fortezza di Volterra.
Il Maffei e Stefano da Bagnone si rifugiarono presso i monaci benedettini della Badia
fiorentina, proprio di fronte al palazzo del Bargello: ma furono catturati il 3 maggio, presi a botte,
privati delle orecchie e dei nasi che furono loro tagliati in segno di spregio mentre venivano trascinati
al cospetto degli Otto che subito li fecero impiccare. Gli stessi monaci che li avevano nascosti furono
minacciati: poco manc che il venerabile monastero intraurbano, che custodiva il sepolcro di Ugo duca
di Tuscia, venisse assalito e messo a sacco. Il Montesecco tent la fuga, ma fu catturato; rese - non 
chiaro quanto spontaneamente - una dettagliata confessione leggermente autoapologetica, ma che nel
complesso sembra onesta. Poich era cavaliere, ricevette il 4 maggio una condanna pi onorevole: il
suo rango gli dava diritto a venir giustiziato per effusionem sanguinis, come in battaglia, quindi fu
decapitato dinanzi alla porta del Bargello.  probabile che Lorenzo abbia potuto in effetti scampare
all'attentato soprattutto a causa degli scrupoli del condottiero marchigiano, nati magari dalla
simpatia ch'egli aveva saputo suscitare in lui durante l'incontro di qualche tempo prima: c' da
chiedersi se non abbia mai addirittura pensato di salvarlo in qualche modo, o se il trattamento pi
umano che gli fu riservato non dipenda - al di l delle prerogative cui avrebbe comunque avuto diritto
- dall'intervento del Magnifico.
Lorenzo, da parte sua, si guard bene per una buona decina di giorni dal metter il naso fuori
casa, nemmeno sotto scorta. Dal 26 aprile al 4 maggio la citt rest preda di un'orgia d'incontenibile
violenza durante la quale, tuttavia, le magistrature ordinarie svolsero, sia pure in condizioni
d'emergenza e sotto la presumibile "spinta" popolare, il loro ufficio.  poco credibile che la situazione fosse mai del tutto sfuggita di mano al governo cittadino o che
comunque rimanesse a lungo fuori dal suo controllo. Un po' per prudenza, un po' per calcolo
demagogico, Lorenzo aveva lasciato freddamente che la folla dei suoi sostenitori sfogasse la sua rabbia
e la sua voglia di sangue, e che per nove giorni massacrasse, rubasse, saccheggiasse: che insomma facesse piazza pulita del maggior numero di avversari possibile e  intimidisse quelli destinati a sopravvivere.
Messer Jacopo era riuscito a fuggire. Ma lo trovarono subito, il giorno dopo la congiura, il 27 aprile, a Castagno, il piccolo villaggio di montagna presso San Godenzo sull'Appennino che aveva dato
i natali al grande pittore Andrea e che oggi ne reca, come attributo, il nome. Pare che Jacopo offrisse
del danaro a chi lo cattur - non troppo: quello che aveva indosso - affinch lo lasciasse fuggire o gli
consentisse di suicidarsi; o magari addirittura lo trucidasse subito, alla svelta, in modo da risparmiargli
le sofferenze e le umiliazioni che lo aspettavano. Non fu esaudito, perch chi voleva vendetta lo
chiedeva vivo: da morto, la sua carcassa avrebbe reso bens qualcosa, ma molto meno. Lo picchiarono selvaggiamente: forse erano anche loro dei "palleschi", dei partigiani dei Medici, e comunque
prendersela con gli sconfitti  tipico di chi, a sua volta, ne ha subite tante che non vede l'ora di rifarsi col primo disgraziato che cpita.
Messer Jacopo, cavaliere, padrone del palazzo sul canto del corso, signore della villa di
Montughi, non era pi in grado di camminare il 28 aprile, quando - dopo aver reso a sua volta una
confessione che non ci  stata conservata - fu appeso alla stessa finestra dalla quale due giorni prima
avevano oscillato i corpi di suo nipote Francesco e dell'arcivescovo Salviati.
I partigiani dei Medici, sfruttando la sua fama di gran bestemmiatore, fecero circolare la notizia
che morendo egli avesse affidato l'anima al diavolo. Ad ogni modo, si consent che il suo corpo fosse
sepolto nella cappella di famiglia, in Santa Croce: pu darsi che ci avvenisse in seguito all'intervento
di sua nipote acquisita Bianca presso il fratello Lorenzo, o forse Jacopo rese la sua confessione agli
Otto in cambio dell'assicurazione di ricevere decorosamente i conforti religiosi e di poter contare su
una degna sepoltura. Non lo sappiamo. Comunque non fu permesso a nessuno di preparare il cadavere
dopo l'esecuzione: lo seppellirono com'era stato tirato gi dalla forca, col cappio ancora al collo.
Pu essere molto piovosa, la primavera fiorentina. Nei quattro giorni successivi all'esecuzione
di messer Jacopo caddero sulla citt e sui dintorni forti piogge torrenziali che misero in serio pericolo i
raccolti ormai prossimi. La pioggia di primavera  consueta e in genere benvenuta: ma quella eccessiva
 dannosa e pu addirittura esser paurosa.  una pioggia cattiva, di malaugurio. Quella domenica 26
aprile, proprio all'inizio delle Rogationes, era stata contaminata dal sangue versato in cattedrale: il
sacrilegio aveva maledetto la terra. Naturalmente non manc chi attribu quell'ira di Dio abbattutasi su
Firenze sotto forma di diluvio all'indomani dei luttuosi eventi di fine aprile non gi alla punizione per
l'uccisione di Giuliano e per l'attentato a Lorenzo, bens all'indignazione di Dio dinanzi alla ferocia
inumana della vendetta. E qualcun altro magari si limit a pensare - senza propendere per alcuna delle
due parti in causa - a un segno dell'ira divina dinanzi a tutti quegli omicidii, a tutta quella ferocia, a
tutta quella voglia di calpestare gli altri che sembrava inesauribile.
Ma la propaganda di casa Medici prevenne la circolazione di voci non gradite o troppo libere:
mentre la citt veniva sommersa di libretti, opuscoli, operette propagandistiche in rima, dalle campagne
si riversavano
"spontaneamente" entro le mura torme di contadini irati perch era stata commessa un'empia
profanazione: un assassino e bestemmiatore era stato sepolto in terra consacrata e ora Dio puniva cos,
con il flagello dei temporali, la terra di Firenze. I frati francescani di Santa Croce non furono in grado
d'impedire che il cadavere di Jacopo fosse riesumato, tratto fuori dalla cappella di famiglia nel chiostro
conventuale adiacente la basilica e sepolto del resto a poche decine di metri a est, in terra sconsacrata;
in quanto religiosi dello stesso Ordine di Sisto quarto essi stessi si sentivano insicuri, poich ormai girava di bocca in bocca la notizia che l'omicidio era stato commesso con il consenso del papa. Il luogo
prescelto per la sepoltura aveva comunque una fama sinistra: si trovava fuori Porta alla Giustizia, dove
l'acqua dell'Arno si perdeva in lenti, luridi gorghi e c'erano le forche dei condannati. Quella tomba
maledetta cominci a divenire teatro di foschi e inspiegabili fenomeni, di rumori paurosi, di
manifestazioni considerate diaboliche. Pochi giorni dopo, verso il 20 maggio, una banda di ragazzacci
(i "fanciulli" fiorentini, che al tempo del Savonarola sarebbero diventati celebri) si diresse verso la
fossa comune degli scomunicati, ne trasse il cadavere di Jacopo ormai in avanzato stato di
decomposizione e lo trascin attraverso le vie cittadine per il cappio che gli pendeva dal collo in una
macabra parodia di viaggio trionfale, gridando alla gente di spostarsi e di far largo al nobile cavaliere.
La torma arriv cos fino al portone di casa Pazzi, che venne percosso usando quei poveri resti come
ariete attaccato alla campanella del battente; quindi quel che rimaneva del corpo fu strascinato fino al
ponte di Rubaconte (ora alle Grazie), dove fu gettato in Arno. Ma non era finita l. Il cadavere fu
seguito lungo il tragitto a filo della corrente e sottoposto ad altre profanazioni prima di venir
abbandonato alle acque che, dopo i nubifragi dei giorni precedenti, dovevano esser gonfie e
pietosamente lo portarono chiss dove, forse fino al mare. E volarono tra i "fanciulli", e probabilmente
anche tra la gente che assisteva allo scempio, allegri strambotti del tipo "Messer Jacopo gi per l'Arno se ne va".
Fu ritenuto un fatto sorprendente, quasi prodigioso, che quei ragazzacci potessero manipolare
disinvolti, senza traccia di ribrezzo o di paura, quel cadavere in decomposizione. Poi si disse che da
quel corpo emanasse un fetore insopportabile, inusuale perfino in una normale carogna debitamente
marcia: e, si comment, ci dipendeva dal fatto ch'esso aveva a lungo ospitato l'animaccia dannata di
un usuraio come tutti i banchieri, per giunta giocatore notorio e accanito, forse anche baro, di certo
gagliardo bestemmiatore. Altri affermarono che il corpo discese l'Arno fino a Pisa, dove fu visto
passare sotto i ponti restando sempre a galla. A modo suo, un dfil d'onore. Ne abbiamo visti altri,
nella nostra storia, di cadaveri sottoposti a una specie di trionfo al rovescio, dove non si sa mai se prevalga
l'odio per un nemico finalmente vinto o la rabbia per una passione tradita e delusa.
Si andava preparando cos, in pubblico e ancor pi in privato, una vivanda amara per chi 
costretto a inghiottirla, ma gustosa e dolcissima per chi l'ammannisce: la vendetta.
Un piatto che va servito freddo, assicura chi se ne intende (e Lorenzo si sarebbe dimostrato
eccellente gourmet): ma, quando se ne possa assaggiar subito una bella porzione calda, tanto meglio.


SETTIMO.
La vendetta e l'alibi.
Le conseguenze immediate della congiura.
Gi lo sapevano gli storici dell'antichit greca e latina, che ce l'hanno spiegato molto bene: gli
attentati, i colpi di mano, i colpi di stato, hanno la caratteristica che, se falliscono, rafforzano il potere
contro il quale sono diretti. Per questo la storia  piena di falsi attentati, di colpi di mano taroccati, di
colpi di stato fasulli.
Poich, come diceva un grande statista italiano - l'ultimo forse, in ordine di tempo, del secolo
scorso - a pensar male si fa peccato ma spesso ci s'indovina, non  mancato neppure qualcuno che ha
sospettato (forse sollecitando troppo le fonti, forse abusando del "paradigma indiziario" di
ginzburghiana memoria) che anche dietro il pugnale dei Pazzi e la volont eversiva di papa Sisto si
celasse in qualche misura un disegno laurenziano volto a rafforzare il potere mediceo cittadino e
regionale.
Ipotesi azzardata. D'altronde, non  che le cose andassero poi cos bene per il Magnifico, in
quel momento. Sul piano della politica interna, gli avversari erano tanti e il malcontento tra i suoi stessi
sostenitori appartenenti ai ceti subalterni cresceva col crescere del costo della vita e della pressione
fiscale nella dominante, mentre nelle grandi e piccole comunit a vario titolo soggette dello stato
fiorentino i segni di malumore si andavano moltiplicando. Quanto alla politica estera, dopo
l'assassinio del pur crudele Galeazzo Maria Sforza, la casa dell'Ammazzagiganti mugellano era
rimasta priva di un supporto diplomatico sicuro, mentre la Curia pontificia era palesemente ostile, il re
di Napoli ormai l'assecondava e la repubblica di San Marco rappresentava un alleato recente, infido e
per giunta troppo preoccupato dalla pressione ottomana per potersi sul serio occupare delle cose della
terraferma italica. Sul piano economico e
finanziario, il banco mediceo disponeva di una sede romana in palese sofferenza nonostante, per
sostenerla, si fossero compromesse le situazioni di altre filiali. Insomma l'insorgere di un qualche
pericolo, il profilarsi di una situazione che avesse di nuovo convogliato su casa Medici gli affetti e le
simpatie di sostenitori e alleati, magari qualche macchia di sangue, qualche leggera ferita - un colpo di
mano sventato all'ultimo istante, ad esempio -, avrebbero potuto muover le acque stagnanti di una
situazione in stallo, e perfino costituire il pretesto per un salutare giro di vite politico: vale a dire,
offrire il pretesto per qualche legge eccezionale di quelle che tolgono di mezzo avversari molesti,
giustificano qualche spedizione militare e portano danaro alle casse pubbliche. V' persino qualcuno
disposto a insinuare che Giuliano, dopo lo scintillante debutto sulla scena pubblica fiorentina, con tutta
quella cascata di perle e i versi che Poliziano stava scrivendo per lui, cominciasse a dare
fastidiosamente ombra al fratello.
Sono almeno in teoria ragionevoli dubbi; affascinanti ipotesi, a sostenere le quali si potrebbe
anche cercare un qualche indizio. Gli indizi per sono utili a costruire solo delle ipotesi, che per
diventare tesi hanno bisogno di solide prove. E noi di prove in tal senso siamo privi; non resta dunque
che procedere con i fatti.
Le violenze dei giorni successivi alla congiura erano state una vera e propria, lunga Kristallnacht.  Poco in tutta quella sequela di fattacci pu esser considerato, in realt, "spontaneo"; e meno ancora "incontrollabile".
D'altro canto, pu forse stupire noi moderni il fatto che, quanto meno per ragioni di Realpolitik, il Magnifico e la sua famiglia non si facessero subito promotori di una politica fondata s sulla ferma
richiesta di giustizia, ma anche aperta alle prospettive di pacificazione. Qualche apertura vi fu in effetti, per quanto non poi cos generosa come si sarebbe potuto auspicare (e  tanto meno, forse, leale e sincera): ma non si deve dimenticare comunque che nel quindicesimo secolo l'istituto e la pratica della "faida" erano sempre fiorenti, e l'esercizio della vendetta ritenuto doveroso e onorevole.
Lorenzo era stato ferito al collo in modo abbastanza grave: si temeva che i cospiratori avessero anche avvelenato la lama, e nei giorni successivi all'attentato egli dovette continuamente affacciarsi
alle finestre di via Larga per mostrare - anzi, per dimostrare - ai suoi partigiani di essere ancora vivo. Se gi da prima non si moveva per le vie e per le piazze cittadine senza una buona scorta armata, suscitando per questo le critiche di quanti lo accusavano di atteggiamenti e di comportamenti "da tiranno", quando torn a farsi vedere fuori dei pesanti e borchiati portoni di casa sua, dove per
almeno una decina di giorni era vissuto in quarantena, la scorta era aumentata. Frattanto egli aveva scritto prontamente a colei ch'egli stimava la sua migliore alleata,  la duchessa Bona di Savoia reggente
del ducato di Milano, per denunziare il costante pericolo e chiedere aiuto in termini accorati.
La situazione era in effetti difficile. I Medici godevano in citt di un notevole consenso, ma
molti erano anche i loro avversari; come spesso accade in questi casi, la maggioranza dei circa 45.000
fiorentini del tempo era fatta di partigiani piuttosto tiepidi o indecisi dell'una o dell'altra parte, di
persone indifferenti o quasi, o comunque di gente abituata a guardare ai fatti politici, come si dice,
"stando alla finestra". Quei giorni, che la propaganda del Magnifico si affrett a presentare come
caratterizzati da un'incontenibile, e sia pur riprovevole, ira popolare volta contro i congiurati, furono in
realt segnati da un freddo progetto intimidatorio mirato a spaventare tutti gli oppositori presenti o
futuri di quello che sempre pi si andava configurando come un regime. La societ cittadina si ritrov
stretta nella tenaglia della repressione e della sorveglianza legali dall'alto, delle minacce squadristiche
dei "palleschi" dal basso. Si collaud in tal modo una misura politica e propagandistica non certo
estranea al nostro medioevo, che per avrebbe fatto fortuna nelle et moderna e soprattutto
contemporanea: il "terrore".
Nei giorni stessi nei quali s'impiccava, si linciava, si scatenava la caccia all'uomo per le strade,
gli organi cittadini di governo lavorarono alacremente per colpire l'intera famiglia dei Pazzi con la
damnatio memoriae spettante ai rei del crimen maiestatis, ai colpevoli di alto tradimento nei confronti
di un principe: e ci a dispetto del fatto che Lorenzo e la casa Medici fossero, formalmente, dei
semplici cittadini. Si arriv a intaccare persino l'antichissima cerimonia dello "scoppio del carro",
molto popolare nella Firenze di oggi come di allora: secondo la leggenda, infatti, il fuoco benedetto
trasportato in processione sul carro cerimoniale il giorno di Pasqua era acceso sfregando tre schegge di
pietra provenienti dall'edicola
del Santo Sepolcro che Pazzino de' Pazzi, mitico antenato della famiglia, aveva ricevuto in
dono da Goffredo di Buglione per i suoi meriti militari durante la prima crociata.
Tutto quel che poteva ricordare i Pazzi fu distrutto o confiscato e venduto tra il maggio e il
giugno, ancora prima della sentenza formale che fu emanata solo il 4 agosto successivo. La notizia fu
resa di pubblico dominio in Italia, e piuttosto rapidamente, se gi il 27 maggio Ercole d'Este scriveva a
Lorenzo perch desiderava ricomprare un bel palazzo che suo fratello Borso aveva venduto a Piero de'
Pazzi su richiesta di Cosimo; visto che i beni della famiglia su cui si abbatteva la mannaia della
damnatio erano stati confiscati, il duca di Ferrara non si faceva scrupolo di confessare che sperava di
riscattarlo "per puoco pretio, et cum qualche dillatione de tempo".
Intanto, il 23 maggio, era stata promulgata una legge secondo la quale tutti i membri sopravvissuti della famiglia Pazzi erano obbligati a mutare cognome e arme araldica, pena l'essere considerati "ribelli" e trattati di conseguenza (l'impunit era difatti garantita a chiunque uccidesse un "ribelle"); chi accettasse di legarsi con vincoli matrimoniali a un membro della famiglia condannata avrebbe ricevuto a sua volta l'"ammonizione", cio l'esclusione dai pubblici uffici. I
provvedimenti riguardanti i matrimoni della famiglia Pazzi sarebbero stati tuttavia rivisti negli anni immediatamente successivi, anche a causa della loro palese illegalit; mentre la condanna che
imprigionava a vita nella torre di Volterra i giovani figli di Piero de' Pazzi fu commutata nel 1482 con il perpetuo esilio.
Non poteva mancare la condanna in effigie, punizione peraltro diffusa: il pittore Sandro Botticelli, artista della cerchia medicea pi sicura, ricevette la ragguardevole somma di 40 fiorini d'oro
per dipingere in bella vista su un muro, secondo i canoni della "pittura infamante", i ritratti dei congiurati dell'aprile. L'arcivescovo Salviati vi era addirittura raffigurato come pendente nel vuoto ad perpetuum dedecus in pontificali habitu. Un dedecus pericoloso e scandaloso, in quanto investiva la dignit della Chiesa stessa.
A queste immagini di nemici abbattuti faceva da contraltare una folla di statue di cera che i
partigiani dei Medici commissionarono alle botteghe urbane come ex voto, per ringraziare Dio d'aver concesso la salvezza al
Magnifico. La bottega del Verrocchio, nella quale Leonardo da Vinci era gi attivo e insigne, ne produsse una che ritraeva Lorenzo a grandezza naturale, abbigliato dello stesso abito macchiato di
sangue che portava il giorno in cui si era attentato alla sua vita.
L'ultimo atto dell'esplicita vendetta di Lorenzo riguard il destino di Bernardo Bandini Baroncelli, che aveva di propria mano ferito forse mortalmente  Giuliano, assalito Lorenzo e ucciso il povero e fedele Nori, il quale con il proprio corpo aveva fatto scudo al Magnifico. Bernardo si rifugi a Napoli e probabilmente con l'assenso del re s'imbarc su una nave aragonese che lo condusse a
Istanbul, dove aveva dei parenti. Ma il sultano Mehmet secondo, senza dubbio su richiesta della Signoria di Firenze - se non personalmente di Lorenzo - lo fece arrestare nella  primavera del 1479 e garant di
custodirlo in carcere. Fu allora spedito in luglio da Firenze alla corte del sultano un ambasciatore,
Antonio de' Medici, con ricchi doni e l'incarico di farsi consegnare il criminale. Cos avvenne: alla
fine del dicembre, il Baroncelli pendeva da una finestra del palazzo del podest. Di lui resta
un'immagine resa immortale dal genio di Leonardo da Vinci, che lo ritrasse appeso con ancor indosso
gli abiti di taglio turchesco con i quali era stato tradotto da Costantinopoli.
Un'offesa ulteriore per uno che non meritava alcuna piet, neppure da morto.
L'anatema.
La reazione di Sisto quarto agli eventi dell'aprile 1478 non si fece attendere.
Il papa era adirato per l'uccisione dell'arcivescovo Salviati e di varie persone del suo seguito,
probabilmente innocenti anzi addirittura ignare, che erano state letteralmente linciate a furor di popolo;
e ovviamente temeva in modo serio per la vita del giovanissimo nipote Raffaele Riario, prigioniero dei
fiorentini. Tra le vittime della reazione a caldo, che sul momento nemmeno lo stesso Lorenzo avrebbe
potuto fermare, se anche ci avesse provato, c'era stato fra l'altro qualche altro prete. Sulla base di tutto
ci il pontefice incrimin Lorenzo e i membri del governo cittadino per reato di lesa maest contro
l'autorit del sommo romano pontefice: nel maggio tutti i mercanti fiorentini residenti in Roma vennero
colpiti da un provvedimento che proibiva loro di lasciare la citt; e soprattutto, il primo giugno, fu emanata la bolla Ineffabilis et summi patris providentia,  con la quale il pontefice fulminava la scomunica contro Lorenzo e i governanti di Firenze per l'assassinio di un arcivescovo e di alcuni sacerdoti, nonch per la detenzione di un cardinale. Con la massima severit veniva impiegata nei confronti del Medici la formula di radice biblica che lo definiva Iniquitatis filius, riservata ai pi irredimibili nemici della Chiesa.
Il documento rivendicava la potest del papa, quale difensore della Santa Sede, di punire chiunque si rendesse colpevole di reati contro la Chiesa e, attingendo all'elenco delle possibili azioni
delittuose descritte in una precedente costituzione di papa Giovanni ventiduesimo, la Dierum crescente malitia,
addossava a Lorenzo addirittura undici capi d'imputazione. In questo autentico pamphlet - espressione
di accanimento canonistico, e sintomo di rabbia incontenibile - fin un po' di tutto, anche vecchie
questioni che in realt nulla avevano a che fare con le conseguenze della congiura: per esempio il fatto
che nel 1467 (dunque ben undici anni prima) Firenze avesse concesso accoglienza a Deifobo
dell'Anguillara, nobile ribelle a papa Paolo secondo, il quale dopo essere stato privato dei suoi possessi ed
esiliato dagli stati della Chiesa fu assoldato dalla repubblica come condottiero per le sue doti militari.
Per conferire la massima pubblicit possibile alla censura fulminata contro Firenze, Sisto quarto us
anche un nuovo strumento destinato a sicuro avvenire, la stampa, dando lavoro a diverse tra le
tipografie di cui l'Urbe disponeva: numerosi esemplari del dossier accusatorio furono diffusi in citt,
pilotando la formazione di un'opinione collettiva con metodi che sembravano anticipare i nostri mass media.
Pochi giorni dopo, l'8 giugno, il papa offr la remissione di tutti i peccati e l'indulgenza plenaria
a chiunque avesse impugnato le armi contro Firenze.
Era praticamente una bolla di crociata, anche se tale espressione non fu usata perch sarebbe
parsa fuori luogo: si trattava infatti di un conflitto tra cristiani, e non essendo stata sollevata alcuna
questione d'eresia, non si poteva ricorrere allo strumento della crux cismarina com'era stato invece
fatto nel Duecento contro Ezzelino da Romano ed altri, nel Trecento contro la casa viscontea. Invece
il 22 giugno fu scagliato l'interdetto sulle diocesi di Firenze, di Fiesole e di Pistoia: ci comportava
l'ordine al clero locale di sospendere qualunque servizio religioso.
L'evidente scopo del pontefice era separare Lorenzo dai suoi sostenitori, staccarlo da quella
piattaforma di consenso popolare che lo rendeva difficilmente vulnerabile fin quando fosse rimasto per
tutti l'incontrastato leader cittadino: anzi, doveva essere evidente ch'egli costituiva la causa prima e
unica di tutti i mali che si stavano abbattendo sui cittadini in conseguenza di colpe sue, non loro.
Perci, dopo aver sottolineato il suo paterno, sollecito e immutato affetto per Firenze e i fiorentini, egli
addossava al solo capo di casa Medici la responsabilit della situazione che si era andata creando,
mentre al popolo andava soltanto la responsabilit di avergli consentito di farsene "tiranno". Ma a ci si
poteva e si doveva rimediare. Se i fiorentini lo avessero esautorato e cacciato, recuperando la libert e
restaurando la legalit istituzionale, tutto sarebbe stato dimenticato. Frattanto, le truppe pontificie si
muovevano di concerto con quelle di Ferdinando d'Aragona per accerchiare la citt.
Cos il Machiavelli commenta quei giorni:
Ma non essendo in Firenze seguita la mutazione dello stato, come il Papa e il Re desideravano,
deliberarono quello che non avevono potuto fare per congiure farlo per guerra; e l'uno e l'altro, con
grandissima celerit, messe le sue genti insieme per assalire lo stato di Firenze, publicando non volere
altro da quella citt, se non che la rimovesse da s Lorenzo de' Medici, il quale solo di tutti i Fiorentini
avieno per nimico. Avevano gi la genti del Re passato il Tronto, e quelle del Papa erano nel Perugino;
e perch, oltre le temporali, i Fiorentini ancora le spirituali ferite sentissero, gli scomunic e maladisse.
Onde che i Fiorentini, veggendosi venire contro tanti eserciti, si prepararono con ogni sollecitudine alle difese.
La bolla sistina arriv a Firenze il 10 giugno, destando com'era ovvio grande allarme: la
scomunica e l'interdetto equivalevano a un bando di
"morte civile" e ponevano tanto i governanti quanto il popolo di Firenze, in quanto mali
christiani, alla merc di chiunque avesse voluto impunemente colpirli e spogliarli appropriandosi
legittimamente dei loro averi. Poco dopo Lorenzo lamentava con amarezza scrivendo a Lionetto de'
Rossi, direttore della filiale lionese del banco mediceo, la sventura che si era abbattuta su di lui,
ritenendo peraltro immotivata la censura papale: Hanno voluto torci la libert nostra con far pigliare il
Palagio, morto mio fratello, amazato, si pu dire, me, voluto mettere le robe a saccomanno et gli
huomini in prigione, et per arroto ci scomunicano et interdicono sanza nessuna honesta precedente cagione.
Al di l delle ovvie recriminazioni Lorenzo indusse prontamente la citt a resistere, in parte
facendo appello alla dignit ferita e al patriottismo cittadino, in parte utilizzando spregiudicatamente la
violenza e l'intimidazione mobilitando a tale scopo i suoi partigiani. Abilmente, offr ad alcuni la
possibilit di mettersi in salvo con l'esilio volontario; com'era certo, e com'egli aveva predisposto
accadesse, ricevette in cambio un tributo corale di consensi. A quel punto prese a organizzare la
resistenza antipontificia con ogni mezzo, cominciando con la produzione e distribuzione capillare di
una serie di pamphlets e coordinando quanti pi intellettuali e studiosi pot arruolare per rispondere
al papa con le stesse sue armi: in primis il diritto canonico.
I fiorentini, infatti, disattesero la censura papale. Se volessimo metterla proprio tutta come
propone il Machiavelli, diremmo che "sforzorono i sacerdoti a celebrare il divino oficio", tanto che
Sisto quarto dovette ribadire la sua condanna in altre due bolle, datate entrambe al 22 giugno (la Inter
cetera e la Ad apostolice dignitatis). In realt, non  che le cose andassero proprio cos: in citt
rimanevano non solo parecchi che, se non potevano dirsi partigiani dei Pazzi, erano comunque
avversari dei Medici; e soprattutto molti i quali, non sentendosi del tutto solidali con l'una o con l'altra
parte, erano comunque scossi a causa della scomunica e dell'interdetto che li faceva sentire
spiritualmente condannati e civicamente menomati, ragion per cui avrebbero voluto quanto prima
scrollarsi di dosso la condanna pontificia e tornar in pace con la loro coscienza di figli della Chiesa.
Non furono quindi genericamente "i fiorentini" a obbligare i sacerdoti a celebrar atti liturgici
nonostante l'interdetto: di ci s'incaricarono semmai i pi decisi e magari violenti tra i fautori di casa
Medici, anche con metodi che noi non avremmo dubbi nel definire squadristici.
Frattanto un nutrito numero di giuristi, "tutt'e primi dottori di Italia", venivano cooptati per
dimostrare attraverso buone e solide argomentazioni che l'interdetto papale non era valido: Francesco
Accolti, Bartolomeo Sozzini e Girolamo Torti scrissero dotti consilia per Lorenzo; il Torti si spinse
fino ad asserire che era stato doveroso giustiziare il Salviati con crudele rigore in quanto ci era servito
a inviare un monito solenne a tutti i cospiratori.
Inoltre Gentile Becchi, l'erudito precettore del Magnifico e vescovo di Arezzo, redasse a nome
di tutto il clero toscano un documento dal titolo inequivocabile ( Florentina synodus) nel quale,
simulando un sinodo che il clero toscano avrebbe tenuto a fine luglio nel duomo di Firenze, si chiedeva
la convocazione del Concilio universale, unica sede capace di deporre il papa. A ci precisamente
mirava la strategia difensiva di Lorenzo: accus Sisto quarto di nepotismo, di uso indebito dei poteri
papali, di simonia e di sperpero dei beni della Chiesa, servendosi per mettere insieme quegli addebiti
anche di informazioni attinte dall'interno della Curia romana, cio da persone che attorniavano il
pontefice e ne conoscevano le debolezze. Il Becchi suggeriva che Francesco della Rovere potesse venir
legittimamente rimosso dal soglio affinch si potesse procedere a una nuova elezione papale.
Lorenzo si esprimeva in termini analoghi, e senza peli sulla lingua, scrivendo per esempio il 21 giugno all'ambasciatore veneziano Pierfilippo Pandolfini: 
Non ci veggiamo migliore via che questa del levar l'ubbidientia.
La reazione del Medici che, colpito dalla maledizione pontificia, s'impegnava a neutralizzarla colpendo a sua volta la legittimit apostolica dell'uomo che l'aveva scagliata, riproponeva con
sorprendenti analogie, beninteso in diverso contesto storico, il tipo di scontro teologico-giuridico della battaglia politica che si era consumata nel triennio 1301-1303 fra  papa Bonifacio ottavo e il re di Francia Filippo quarto il Bello: combattuta anch'essa con una profusione di carte, e facendo scendere in campo i migliori giuristi del tempo, oltre che l'autorit della Sorbona.
La corona francese, peraltro, aveva avuto di recente vari motivi di tensione con la Santa Sede.
Re Luigi undicesimo invi immediatamente a Firenze il suo ambasciatore, il quale era il futuro storico Philippe de Commynes, per sostenere Lorenzo e presentargli le sue condoglianze per il fratello ucciso, mentre
veniva riaffermata la lega tra Francia e Milano. Il legato entr in citt il 2 luglio.
Levar l'ubbidientia, cio detronizzare il papa, fu tema ricorrente nelle lettere di Lorenzo
durante i mesi di luglio e agosto 1478, dirette naturalmente a tutte le varie potenze ch'egli sperava di
tirare dalla sua
parte. L'attacco frontale all'autorit pontificia cominci in queste missive proprio con l'arrivo
del francese, il quale non poteva certo ignorare quanto Guillaume de Nogaret aveva scritto a suo tempo
come cancelliere di Francia; e poco dopo, indirizzata come vedremo a Sisto quarto una lettera piena di
accuse dirette, il sovrano proib al clero del suo regno di recarsi a Roma esattamente come Filippo il
Bello aveva fatto nel 1302, quando si preparava lo scontro che avrebbe condotto allo "schiaffo di Anagni" .
Le due dinamiche potrebbero essere strettamente collegate, nel senso che l'una funse da
precedente per l'altra. La storia del resto , dicono, maestra di vita; e non di rado si ripete. O, almeno, cos sembra.
Amici potenti
Nella guerra che la congiura fin per innescare, e che fu detta appunto
"guerra dei Pazzi", Firenze si ritrovava attaccata dal papa, dal re di Napoli, dalla repubblica di
Siena e dal duca d'Urbino; ma poteva giovarsi dell'appoggio di Milano, di Venezia e del duca Ercole
d'Este, che accett di divenire capitano generale delle truppe fiorentine.
Lorenzo si caric di un frenetico lavoro personale: scrisse di suo pugno e fece scrivere ai
Signori una grande quantit di lettere con lo scopo di invocare l'aiuto di tutti coloro che, in un modo o
nell'altro, in tempi correnti o anche nel recente passato, avessero ricevuto benefici dai Medici e da
Firenze; persino Mattia Corvino, re della lontana Ungheria, si vide ricordare con perentoriet i sussidi
che la Signoria gli aveva offerto sin dai tempi di Cosimo nella guerra contro gli ottomani. Nessuna
potenziale risorsa fu lasciata inattiva.
Bench il sostegno diplomatico non accompagnasse alcun supporto militare, il favore di Luigi undicesimo, pi che altri, ebbe un ruolo cardinale nel consolidare la posizione di Firenze in mbito
internazionale agli occhi di quanti si erano esposti per sostenere Lorenzo.
Mentre l'ambasciatore Philippe de Commynes giungeva a Firenze, infatti, un altro incaricato
del sovrano francese, Guillem Tristan signore di Clermont, arrivava a Roma per ammonire Sisto quarto: se
il pontefice non avesse revocato le censure contro Firenze, la Francia si sarebbe sottratta all'ubbidienza
verso la Santa Sede e avrebbe proceduto alla convocazione del Concilio. In settembre il re avrebbe scritto a Girolamo Riario,
consapevole che fosse lui la vera anima della guerra contro Firenze; Luigi undicesimo definiva Lorenzo
suo "consanguineo carissimo", poich essendo padrino della piccola Lucrezia de' Medici aveva stretto
relazione di parentela, secondo la mentalit del tempo; si diceva offeso profondamente per la
vessazione che il Magnifico stava subendo, e accusava il Riario come pure il papa di aver gettato tutta
l'Italia nella discordia. Il tono della missiva, bench garbato, ha chiare sfumature di sapore minaccioso.
Luigi undicesimo agiva sia per sincera simpatia verso Lorenzo e la sua linea politica, sia perch nel suo regno erano sempre vive forti tendenze conciliaristiche e gallicane che il sovrano non intendeva affatto sedare; il re di Francia, rex christianissimus, era consacrato con un rito molto speciale durante il quale veniva asperso con il Sacro Crisma per sette volte, e ci contro una decretale di Innocenzo terzo che concedeva tale privilegio solo ai vescovi, riservando invece ai sovrani l'olio dei catecumeni. Gi dal secolo dodicesimo i teologi consideravano per via di questo particolarissimo  rito religioso il re di Francia come persona mixta, o gemina persona, dotato cio di due nature: laica ed ecclesiastica. Da ci scaturiva uno
speciale carisma religioso, in virt del quale il sovrano si riteneva capace di guarire i malati di scrofola
imponendo le sue mani, e di conseguenza gli derivava anche un dovere di tutela politica sull'intera societ cristiana.
Luigi undicesimo non intendeva affatto rinunciare a tali sue prerogative tradizionali, ribadite in tempi
recenti da Carlo settimo di Francia durante il concilio di Basilea tra 1431 e 1449 con la Prammatica
Sanzione di Bourges del '38; in quel documento il sovrano aveva affermato la superiorit del Concilio
rispetto alla persona del papa, che in tal modo vedeva limitata la sua facolt di lanciare scomuniche e
interdetti, e aveva concesso ampi diritti alla Ecclesia gallicana della quale il sovrano era difensore,
custode, e in certa parte, anche gestore.
Lorenzo seppe dunque far leva su queste prerogative del re di Francia ma anche sul progetto che
era stato ventilato in sede diplomatica tre anni prima, nel 1475, secondo il quale Luigi undicesimo e l'imperatore Federico terzo desideravano "chavare el Papato de Italia"  per poi ospitarlo a turno in territorio francese e tedesco.
Federico in realt credeva a questo progetto fino a un certo punto, e non voleva guastarsi troppo con Sisto perch la politica della crociata contro l'avanzata ottomana significava per lui una guerra di preservazione lungo aree sensibili dell'impero; pertanto, almeno a parole, condannava l'agire di Lorenzo e si riferiva a lui usando la stessa formula di esecrazione (filius iniquitatis) proferita dal papa nella  bolla di scomunica. Ben diverso fu invece il suo atteggiamento quanto ai fatti, poich derubric l'intera vicenda a un'esagerazione non necessaria quando dichiar al legato apostolico presso la sua corte,  Alessandro Numai, che la reazione di Sisto quarto gli pareva sproporzionata: non era insomma cosa degna di un sommo pontefice, far fuoco e fiamme per qualcuno che restava pur sempre un bottegaio ( propter unum  merchatorem). Senza muovere un dito, faceva comunque capire a Sisto quarto che non avrebbe in  alcun modo appoggiato le sue
manovre contro Firenze.
Quanto a Luigi undicesimo, interessato a cavare vantaggi dalla situazione per  le ragioni gi dette, si mostr risoluto nel sostenere il suo "consanguineo carissimo". Il primo agosto gli ambasciatori francesi si riunivano in Roma a Palazzo Orsini e, poich Sisto quaarto che li aveva ricevuti a Bracciano non voleva saperne di revocare le censure contro Firenze, d'accordo con gli altri rappresentanti della Lega italica pronunciarono una dichiarazione solenne sulla necessit di convocare subito un Concilio generale in Francia. Fu quella, appunto, "dichiarazione di Bracciano". Il 6 agosto la notizia giungeva a Lorenzo, arrecandogli il conforto e il sollievo che non  arduo immaginare.
Pochi giorni dopo, il 10 agosto, Luigi undicesimo indirizzava una minacciosa lettera a Sisto quarto nella quale si augurava che il sommo pontefice non fosse coinvolto negli scandali della Chiesa, perch essi
erano gravi come quelli descritti nell'Apocalisse e, al pari di quelli, chiamavano su di s l'ira divina.
Una settimana dopo pass dalle parole ai fatti, indicendo nella citt di Orlans un concilio della
Chiesa gallicana che diffondeva nell'aria un pericoloso odore di scisma. Nel successivo mese di
settembre, il re di Francia concluse un patto con Milano in virt del quale si garantiva a Firenze un cospicuo aiuto militare.
Lorenzo aveva dunque le spalle tutt'altro che scoperte, dal momento che disponeva di amicizie
potenti che fecero sentire chiarissima la propria voce: ma la sua posizione restava nondimeno molto
fragile. Seppe tuttavia dimostrare in tale circostanza il suo grande talento diplomatico, per
esempio manomettendo la vera confessione di Montesecco e pubblicandone solo una versione epurata, grazie alla quale non figuravano tra i partecipanti alla congiura n Federico da Montefeltro n
Ferdinando d'Aragona, capi di potenze che Lorenzo contava di trasformare da avversari in alleati.
Ci nonostante, si rendeva perfettamente conto della pericolosit della situazione e a quel punto volentieri avrebbe trovato una via d'uscita. Non era per lui tuttavia prudente recarsi di persona a Roma
come suggeriva Venezia, secondo la quale Lorenzo per primo doveva compiere un gesto di "riverenza e venerazione" verso il papa, necessario preludio alla pace: il Magnifico sapeva di avere nell'Urbe fin troppi nemici che si sarebbero mossi per eliminarlo con la certezza di restare assolutamente impuniti. Ma restando al sicuro nella sua Firenze, ormai tutta devota a lui dopo la sanguinosa epurazione dei nemici, non sarebbe uscito da quell'insidiosa situazione di stallo.
Una guerra di logoramento.
Il 24 settembre 1478, mentre Luigi undicesimo aveva concluso l'accordo con il  ducato di Milano per sostenere la difesa di Firenze, le truppe napoletane comandate dall'erede al trono Alfonso duca di Calabria si erano congiunte a quelle pontificie guidate da Federico da Montefeltro e avevano cominciato l'assedio di Colle Val d'Elsa, un centro di rilievo strategico per la politica fiorentina.
Avevano cos iniziato una guerra dai tratti anomali, che dur fino al dicembre dell'anno seguente senza
tuttavia grandi e sanguinosi scontri, ma piuttosto con l'occupazione di vari centri che venivano presi,
saccheggiati e poi abbandonati. Una tattica mirante a prendere l'avversario per sfinimento: l'erede al
trono di Napoli aveva senza dubbio vaste mire espansionistiche sulla Toscana meridionale, e insieme
con i senesi ambiva a sottrarre pi territori possibili allo "stato territoriale"
del quale Firenze era la dominante; ma, prima ancora, intendeva logorare la posizione politica
di Lorenzo in Firenze per obbligarlo ad arrendersi quando ormai fosse rimasto privo dei suoi
sostenitori. Il Leitmotiv dell'alleanza pontificio-aragonese per tutta la durata del conflitto, nei confronti
tanto di Firenze quanto delle comunit ad essa soggette, era che la guerra non si faceva contro i
fiorentini ma contro il solo Lorenzo. Era lui
la pietra dello scandalo, l'obiettivo da battere, l'ostacolo alla pace: sarebbe bastato rimuoverlo.
Secondo il Guicciardini l'obiettivo era tutt'altro che irrealistico, in quanto a Firenze stavano
crescendo il malcontento e la tentazione della rivolta; il Medici aveva insomma tutte le ragioni di temere seriamente che
questa guerra lunga e pericolosa non straccassi in modo la citt, che e' cittadini, per levarsi
questa febre da dosso, non gli togliessino lo stato.
In una delle molte lettere scritte in quel frangente, Lorenzo afferm che gli sembrava di essere
entrato in uno strano labirinto, dal quale, si comprende, non era sicuro di poter uscire. Chi oggi
consideri le fonti disponibili al riguardo riceve identica impressione, ma non solo riguardo al Medici:
tutti i partecipanti sembrano infatti muoversi in modo esitante e scoordinato, talvolta addirittura
incoerente, sempre in bilico tra ambiguit, lentezze, dubbi e forti tentazioni, se non proprio di
tradimento degli alleati, quanto meno di voltafaccia tattico-strategico. Sisto quarto non fa eccezione: la sua
strategia militare contro Firenze era incerta, vacillante, e non si capisce come alcuni studiosi
identifichino in lui l'anima della guerra.
Solo suo nipote Girolamo Riario non recedette mai dal proposito di distruggere il Magnifico e
mantenne sempre chiara l'idea che la chiave di tutto non fosse nel campo di battaglia, ma per le strade e
tra le famiglie preminenti di Firenze. Per questo appoggi l'irremissibile nemico di tutti i Medici
succeduti a Cosimo il Vecchio, quel Dietisalvi Neroni gi protagonista della congiura contro Piero de'
Medici nel 1466, affinch seminasse pi zizzania possibile in quella citt ch'egli conosceva bene e
suscitasse quanto pi odio si potesse concepire contro il "tiranno".
Le forze fiorentine, dal canto loro, sembravano perseguitate dalla sfortuna. Con difficolt e a
caro prezzo erano stati arruolati condottieri di valore: Federico Gonzaga era arrivato da Milano, mentre
dall'area emiliano-romagnolo-marchigiana venivano Ercole d'Este, Roberto Malatesta di Rimini e
Costanzo Sforza di Pesaro, i quali paradossalmente combattevano contro le truppe del papa pur essendo
sotto il profilo giuridico suoi vassalli. La cosa provocava loro un certo disagio, del quale ben sapeva
approfittare quel Federico d'Urbino che si trovava nelle stesse condizioni, ma che li detestava; in quel
caso, sfoder una lealt vassallatica
che di norma non era al vertice delle sue preoccupazioni abituali. Pesanti rivalit dividevano
d'altronde tra loro questi capi: fu necessario separare le truppe di Costanzo da quelle del Malatesta,
mentre nel giugno 1479
l'accampamento di Ercole d'Este venne saccheggiato nel corso di una rissa tra "alleati" e
neppure la tenda del duca venne risparmiata. Il momento pi critico giunse il 7 settembre, quando
Ludovico Sforza detto "il Moro", uno dei fratelli di Galeazzo Maria ch'erano stati esiliati, torn a
Milano: sostenendo di voler compiere in tutto la volont di sua cognata, la duchessa Bona, divenne di
fatto il signore della citt inaugurando il suo governo con la destituzione e l'imprigionamento - seguiti
poco dopo dalla decapitazione - del vecchio Cicco Simonetta, segretario ducale, deciso sostenitore
dell'alleanza con i fiorentini. Da quel momento, Firenze disper di poter contare ancora sul sostegno
milanese. Lorenzo conosceva bene il Moro, avendolo incontrato pi volte a Pisa, ed era stato anche in
buoni rapporti con lui: ma di nuovo Girolamo Riario era intervenuto e aveva circuito il milanese
cercando di staccarlo dall'alleanza con Firenze.
Il 22 settembre l'esercito napoletano pontificio conquist Poggio Imperiale, il quartier generale
dei fiorentini situato presso Poggibonsi: un evento che il Guicciardini ricord come una percossa nel
cuore della citt.
A Firenze la situazione precipit; e le cose peggiorarono quando, il successivo 12 novembre,
capitol anche Colle Val d'Elsa. Ormai in citt ci si chiedeva sempre pi spesso e sempre pi
esplicitamente perch continuare una guerra scoppiata a causa di Lorenzo, e soprattutto per quale
motivo continuare a considerare l'interesse della citt e dello stato indissolubilmente legato con quello
di casa Medici e del suo capo. Il Riario, che ormai non nascondeva pi il suo progetto d'insignorirsi di
Firenze, per quanto non lo traducesse in un disegno programmatico, insisteva su questo punto: massima
amicizia per i fiorentini, preciso impegno a sciogliere anche nel loro interesse i nodi del conflitto, a
patto che si staccassero da chi troppo a lungo li aveva tiranneggiati. In questo senso, nella prospettiva
degli antimedicei come il Neroni, il conflitto in corso si configurava come una guerra di liberazione che
tutti i buoni fiorentini avrebbero dovuto combattere contro colui che purtroppo era scampato al santo
pugnale dei tirannicidi. In tutto il movimento umanistico esisteva una forte istanza repubblicana
esaltatrice delle virt di
Bruto: Jacopo Bracciolini, che ne era stato partecipe, era caduto martire di quegli ideali.
Ma fu proprio qui, in questa circostanza drammatica, che il genio politico e diplomatico di
Lorenzo seppe affermarsi in modo tanto luminoso quanto inatteso. Anzich impegnarsi a ribadire che il
destino della patria non poteva essere disgiunto da quello della sua casa, tesi ormai debolissima, pass
al contrattacco assumendosi la responsabilit e la volont della verifica. Era entrato da alcuni mesi a far
parte dei Dieci di Bala, o "Dieci della Guerra", una commissione straordinaria munita di poteri speciali
data la situazione di conflitto, e ovviamente la guidava senza timore di possibili alternative. Ma non era
mai stato un uomo di guerra, le sue competenze al riguardo erano molto limitate e anche la sua
incisivit politica in quel contesto si presentava ben lontana da quella che forse molti avrebbero
auspicato (o temuto). Ebbene, sembr disposto a rimettere tutto in gioco: a cominciare da se stesso.
Per la verit, alcuni segni indicavano che le cose stessero prendendo una piega diversa da quella
che le apparenze militari andavano presentando. Il 24 novembre del 1479 era giunto a Firenze un
messo del duca di Calabria con una nota congiunta di re Ferdinando e del papa, corroborata da
un'istanza del re di Francia e del duca di Milano: l'inviato raccomandava di pervenire a un armistizio
che in realt si configurava come una tregua a tempo indeterminato.
Se  vero, come sarebbe stato autorevolmente affermato in et moderna, che la guerra  la
prosecuzione della politica (e della diplomazia) con altri mezzi, quella proposta ricordava che  vero
anche il reciproco. Il 5
dicembre Lorenzo riun nel Palazzo della Signoria i cittadini pi in vista per annunziar loro che
il modo migliore per sfruttare questa insperata boccata d'ossigeno era ch'egli stesso, in prima persona,
si mettesse in gioco: e tentasse (ma questo non lo dichiar) di rompere definitivamente il gi poco
compatto fronte nemico, di sgretolare l'alleanza pontificio-aragonese che rischiava di soffocare Firenze.
Come? Rivolgendosi evidentemente a quello dei due nemici ch'era il meno duro, il pi
possibilista. Sarebbe dunque andato lui solo, privatamente, a Napoli. Non era forse in fondo l'unica
ragione della guerra da parte del re di Napoli e del Riario, come nel settembre precedente aveva scritto
l'oratore sforzesco a Roma, Giovanni Angelo Talenti, "il
cazare di Lorenzo"?
E allora...
Ho deliberato d'andare a' vostri nimici, e mettermi nelle mani loro, accioch havendo essi odio
meco, se vero dicono, con me e non con esso voi sfoghino l'ira loro.
Era, o appariva, uno splendido gesto d'amor patrio, di quelli che, riferito di bocca in bocca per
le strade e per i banchi di Mercato Vecchio, avrebbe spuntato da solo le armi dei malevoli che da tempo
lo accusavano - e ormai nemmeno pi troppo sommessamente - di esser la causa dei mali di Firenze e
di pretendere che i suoi concittadini pagassero il fio della sua ambizione. In realt, Lorenzo stava
raccogliendo i frutti di una lunga diplomazia parallela che aveva coinvolto il Moro, il re di Francia, la
pur incerta e recalcitrante repubblica di Venezia, lo stesso duca di Calabria e perfino Federico da Montefeltro.
Formalmente il Magnifico si sarebbe dovuto consegnare in ostaggio a Ferdinando d'Aragona, le
cui responsabilit nella congiura erano note a tutti: ma in realt, come abbiamo anticipato, il re di
Napoli aveva dato chiari segnali di voler metter fine a una guerra dalla quale non sperava di ricavare
sufficienti vantaggi. C'erano stati prima della partenza numerosi contatti tra Lorenzo e il duca di
Calabria, per concertare questo viaggio, come del resto gli intermediari inviati dalla parte fiorentina
avevano visto anche Federico da Montefeltro; avevano avuto un ruolo anche l'arcivescovo di Firenze
Rinaldo Orsini, cognato di Lorenzo e appartenente a una famiglia notoriamente legata al re di Napoli, e
il cardinale napoletano Oliviero Carafa; mentre ottimo intermediario era stato Giuliano Gondi,
mercante fiorentino residente a Napoli.
Il 4 dicembre, Alfonso d'Aragona aveva scritto a Lorenzo di suo pugno una lettera dal tono
inequivocabile:
Lorenzo mio multo caro e multo amato, mandove messere Percevallo, lo quale saprete quanto
amo, con dui galie, e con comandamento di aver cura del stato e persona vostra como de la mia
propria.
Le galee napoletane, che in realt era stato Lorenzo a sollecitare, giunsero nello stesso giorno da
Talamone a Pisa; e il 6 Lorenzo salp a bordo di una di esse. Ferdinando lo aveva d'altronde messo in
guardia: la vera audacia,
per il fiorentino, era non quella di andar a metter la testa tra le fauci del leone napoletano, bens
quella di abbandonare quella fossa di lupi e di serpenti ch'era la sua citt. Per questo gl'inviava due
suoi funzionari tra i migliori, con le galee: Percivalle De Gennaro e Gian Tommaso Carafa, i quali
dovevano scortarlo a Napoli in condizioni di sicurezza. I Dieci di Bala sottoscrissero in loro favore
un'ampia procura affinch fosse chiaro che Lorenzo, il quale partiva come privato cittadino, fosse
autorizzato ad agire anche in modo ufficiale. In questo modo erano salvi la capra politica e i cavoli
diplomatici: se il Medici avesse fallito, o se gli fosse accaduta qualunque cosa, era un privato cittadino
ad averci rimesso le penne; se tutto fosse andato bene, a guadagnarci sarebbe stata la repubblica.
Lorenzo giunse a Napoli il 18 dicembre. Non era certo un ostaggio, bens un ospite di gran
riguardo alloggiato nel palazzo di don Pasquale Diaz Garlon, conte di Alife; riceveva la nobilt
partenopea che aveva conosciuto in precedenti viaggi, o con la quale aveva scambiato doni preziosi e
anche poesie; ma nonostante il clima di viva cordialit, le settimane passavano senza che nulla di
veramente utile per l'interesse fiorentino venisse concluso. Com'egli scriveva ai Dieci il giorno 22, il re
aveva preparato una
"scriptura" dallo spirito della quale non voleva recedere, e che era articolata in due punti:
primo, egli desiderava sul serio giungere alla pace; secondo, non aveva intenzione alcuna di venir meno
n ai patti che aveva stabilito col papa n agli impegni che, anche tramite suo figlio Alfonso di
Calabria, aveva contratto con i senesi. Ci significava che qualche area toscana contesa tra Siena e
Firenze avrebbe potuto non tornare a quest'ultima.
Le buone prospettive iniziali, insomma, cominciavano a venir meno: tanto pi che il papa e Girolamo Riario, ormai a conoscenza dell'avviato abboccamento diplomatico che sembrava escluderli,
facevano di tutto per ostacolare le trattative.
Una pace disonorevole,
con "coup de thtre" ottomano
Il 24 febbraio 1480 l'inviato pontificio Lorenzo Giustini comunic al
Magnifico che Sisto quarto era intenzionato a perdonarlo, purch beninteso lui ammettesse i propri
errori e fosse disposto a farne ammenda; molto di malavoglia, questi fece capire che era propenso ad
accettare. In realt, gli giungevano da Firenze notizie allarmanti, e aveva fretta di rientrare in patria
prima che la situazione diventasse irrecuperabile: infatti l'ambasciatore di Venezia Bernardo Bembo,
fine umanista con cui Lorenzo aveva intrattenuto da anni ottimi rapporti, stava facendo propaganda per
l'elezione di una Signoria pi favorevole agli interessi veneziani. Il Bembo aveva ricevuto precise
direttive di approfittare dell'assenza di Lorenzo: ma poich la Serenissima lo aveva trovato poco ligio
ai suoi ordini, essa aveva inviato a Firenze un ambasciatore straordinario nella persona di Antonio
Don, perch proseguisse il lavoro di sobillatore al posto suo. D'altronde il governo milanese si
mostrava intransigente pi di quello fiorentino, minacciava di allargare le trattative alla questione dei
suoi diritti su Genova e insomma sembrava voler di nuovo spedir le cose in alto mare.
Messo alle strette da quell'emergenza, Lorenzo part da Napoli il 27
febbraio, lasciando per alla nuora del re, la duchessa di Calabria Ippolita Maria Sforza con la
quale intratteneva stretti rapporti di amicizia, il suo segretario Niccol Michelozzi affinch proseguisse la trattative.
Il 13 marzo 1480 Sisto quarto ratific la pace, di cui giunse lieta notizia a Firenze gi il 16 per
essere poi pubblicamente annunciata il giorno 25, ricorrenza dell'Annunciazione e capodanno
fiorentino, in un clima di festa e con una solenne processione per la quale fu portata in citt l'immagine miracolosa della Vergine dell'Impruneta, prestigioso palladio cittadino.
Ma il successivo 3 aprile, quando arriv il testo effettivo dei trattati, chi aveva diffidato delle
intenzioni di Sisto quarto vide confermati i propri sospetti.
La pace appena conclusa infatti metteva unicamente fine alle operazioni militari: ma riguardo
alle censure canoniche su Firenze, che i cittadini avevano tanto a cuore, non c'erano stati progressi. Il
pontefice non aveva revocato la scomunica a Lorenzo e la citt restava soggetta all'interdetto: i
fiorentini dovettero affrontare la Pasqua in un clima di grande scontentezza, senza poter ricevere il
conforto dei sacramenti. Inoltre, nemmeno i termini della pace in s erano soddisfacenti, anzi
somigliavano molto per Firenze all'accettazione di una resa. Il Guicciardini, pi tardi, l'avrebbe
definita simile a una pace da vinti. Per la restituzione a Firenze
delle terre toscane perdute durante le vicende militari in Valdelsa, ci si rimetteva alla
discrezione del re di Napoli; per la stabilit dei signori di Romagna, che Firenze aveva cercato in ogni
modo di tutelare, la parola andava invece al papa; la repubblica di Siena avrebbe dovuto vedere
reintegrati tutti i suoi possessi; il conte Riario si vedeva riconoscere un ruolo ufficiale nel trattato di
pace; i Pazzi detenuti a Volterra dovevano essere liberati.
Non c'era insomma molto da stare allegri: e i mugugni a Firenze riprendevano. Il beau geste di
Lorenzo, andarsi a consegnare personalmente al re di Napoli, si era tradotto in un rafforzamento della
tutela de facto su Firenze e sul suo stato regionale da parte dell'Aragonese. Era del resto, quella degli
antimedicei, esattamente la prospettiva adottata dal papa, che il 16 aprile aveva stipulato un'alleanza
con la tradizionale avversaria dei Medici, la repubblica di Venezia: in funzione peraltro antifiorentina
certo, ma anche antiaragonese. Ormai, papa Sisto aveva capito che le mire del re di Napoli sull'Italia
centrale erano per lui e per gli stati della Chiesa non meno pericolose di quanto non lo fossero per
Firenze, che alla fine aveva accettato l'egemonia aragonese sulla Toscana meridionale.
A questo punto, per, un fatto che si volle ad ogni costo far passare come inatteso - nonostante
ve ne fossero state avvisaglie diplomatiche di vario genere - intervenne a sconvolgere l'assetto della
penisola italica e del Mediterraneo orientale. Nel 1479 la Serenissima aveva finalmente siglato con il
sultano Mehmet secondo una tregua che poneva fine al conflitto scoppiato quasi dieci anni prima, nel luglio
del 1470, con la presa ottomana di Negroponte. Il 23 agosto il governo veneziano aveva con prudenza e
cortesia declinato un invito del sultano a un'azione comune contro il papa e il re di Napoli. Ma nel
settembre il bailo della repubblica a Istanbul, l'abile settantacinquenne Battista Gritti, amatissimo dal
Turco come tutti i membri della sua famiglia, era in grado di segnalare al suo governo come stessero
fervendo nei cantieri del Bosforo e del Corno d'Oro grandi preparativi navali. L'11 febbraio
successivo, da Istanbul era partita una richiesta se non altro d'appoggio per le campagne militari che si
stavano preparando: e, anche se non ufficialmente, il governo della Serenissima aveva informato di ci
in vari modi le potenze cristiane.
Alla fine del marzo 1480 il doge Giovanni Mocenigo metteva in guardia il capitano generale
della flotta veneta: un'immensa flotta ottomana era in
mare, e si trattava di vedere dove fosse diretta. Solo nel caso ch'essa avesse dato segno di
minacciare i porti della Serenissima, si doveva agire; se le galee infedeli avessero invece puntato verso
altri obiettivi cristiani, non avrebbero dovuto essere disturbate.
In effetti, la grande armata proveniente da Istanbul ma anche da Valona, dove da tempo - e a
Napoli questo lo si sapeva - il sanakbey Gedik Ahmet Pasha stava facendo grandi preparativi, si era in
primavera scissa in due squadre, la prima delle quali si era rivolta a sud, l'altra a nord-ovest: nessuna
delle due puntava su terre o isole di San Marco. La prima colonna si sarebbe abbattuta tra il maggio e
l'agosto su Rodi, dove per i cavalieri di San Giovanni avrebbero opposto una fiera ed eroica resistenza
all'assedio obbligando gli infedeli a recedere, bench la loro forza fosse preponderante; la seconda
puntava sulle coste pugliesi. Tra il 27 e il 28
luglio le navi ottomane comparvero dinanzi a Otranto e, dopo un breve assedio,
s'impadronirono l'11 agosto della citt che sottoposero a un crudele saccheggio; immolarono anche, si
disse, oltre ottocento cittadini che avevano rifiutato di convertirsi all'Islam. Gli ottomani dettero la
netta impressione di voler fare di quel porto una testa di ponte per un possibile, forse immediato sbarco
in pi consistenti forze, capace di minacciare il regno di Napoli e, come molti subito presero a temere, la stessa Roma.
Re Ferdinando richiam immediatamente da Siena Alfonso di Calabria, che era ormai vicino a insignorirsi della citt o cos dava a credere; chiam quindi a raccolta i reggenti e i popoli cristiani della
penisola contro la nuova minaccia. Ovviamente, il pericolo che il regno di Napoli sembrava correre non dispiacque troppo a molti: n al papa, che da Ferdinando si sentiva tradito per l'esito della guerra in
Toscana; n ai fiorentini, Lorenzo stesso in prima linea, che temevano ormai una troppo stretta e pesante cappa egemonica napoletana; n ai senesi, che nella presenza del duca di Calabria avevano temuto l'imminente fine delle loro secolari libert repubblicane. Ma, in questi casi, l'appello alla crociata - anzi, ormai, alla Defensio Christianitatis - era una parola d'ordine troppo potente per non
obbligare tutti i fedeli ad accantonare immediatamente le loro rivalit e a unirsi contro il pericolo ottomano: in ci la crociata era, almeno dal dodicesimo secolo, opus pacis.
Non che ci fosse per facile e immediato; tutt'altro. La nuova lega tra Napoli, Firenze, Milano e Ferrara era gi stata formalizzata alla fine di luglio; pochi giorni dopo, il 9 agosto, le truppe pontificie avevano  risposto occupando Forl, dove qualche mese prima si era estinta la vecchia dinastia degli Ordelaffi e che sarebbe stata affidata di l a poco a Girolamo Riario con la funzione di vicario pontificio. In ogni caso, la necessit di organizzare la difesa contro gli ottomani acceler un processo di pacificazione che lasciava tutti un po' scontenti, ma che appariva l'unica via da battere.
Sono stati in parecchi a sottolineare il "provvidenziale" tempismo dell'aggressione ottomana, la
quale aveva come al solito costituito un eccellente alibi per uscire definitivamente da una guerra che
ormai si trascinava da troppo tempo e che un'ambigua pace non sembrava aver davvero concluso: i
protagonisti erano provati, mentre le loro rispettive alleanze scricchiolavano sinistramente. L'attacco
sferrato contro i Cavalieri di Rodi, un Ordine religioso dipendente in quanto tale dal papa, e contro la
Puglia ch'era parte del regno di Napoli, dava davvero l'impressione di voler colpire con dura precisione
solo uno dei due fronti della guerra italica sostanzialmente ancora in corso: Venezia se n'era senza
dubbio giovata, e invi sul Bosforo uno dei suoi pi geniali artisti, Gentile Bellini, perch ritraesse il
Gran Turco. Un omaggio notevole, e anche molto significativo.
Ma ancor pi era stata favorita la Firenze del Magnifico. Gi alla fine del 1479, mentre
Lorenzo meditava e quindi poneva in atto il suo progetto di viaggio diplomatico a Napoli, dalle rive del
Bosforo era partito verso la Repubblica un insolito carico. Si trattava di Bernardo Bandini Baroncelli, il
pugnalatore di Giuliano de' Medici, che a Istanbul aveva cercato scampo e che il sultano aveva graziosamente impacchettato e rispedito a Firenze.
L'impressionante disegno eseguito all'impronto, a penna, da Leonardo da Vinci, ci mostra lo smagrito Baroncelli, ancor sommariamente abbigliato "alla turca", pendere impiccato: lo avevano spinto gi cos dalle finestre del Bargello, quasi in fretta e furia, il 29 dicembre, mentre Lorenzo era ancora a Napoli immerso nelle trattative di pace con re Ferdinando:
Add 24 di dicembre 1479, alle ore 10 ne venne preso di Turchia Bernardo di Bandini Baroncelli. Venne dal Turco, menato per Antonio di Bernardetto de' Medici, el quale and per lui, come ambasciatore (...). Add 29 detto fu impiccato alle finestre del Capitano detto Bernardo Bandini con una veste alla turchesca indosso azzurra, come ne venne preso in Turchia.
Anzi,  probabile che l'abito "alla turca", pi che lasciarglielo indosso, l'avessero obbligato a
indossarlo affinch fosse ancora pi chiara la sua infamia, pi evidente il suo disonore. Era morto da rinnegato, da apostata: degna fine di una vita scellerata. Cos, appunto, lo aveva visto e fedelmente ritratto Leonardo, esattamente come con pignola freddezza ne descriveva l'abbigliamento:
Berrettino di tan
farsetto di raso nero
cioppa nera foderata
giupba turchina foderata
di ghole di gholpe
e 'l collare della giupba
soppannato di velluto appiccilato nero e rosso
Bernardo di Bandino
Baroncigli
calze nere.

Resta un piccolo mistero: Lorenzo, evidentemente informato della faccenda, poteva disporre che si aspettasse il suo ritorno, e non privarsi cos della vista dell'esecuzione di uno dei due assassini
materiali del fratello, che aveva cercato di uccidere anche lui. Perch? Forse fu una scelta strategica:
aveva gi ordinato lo scorrere di tanto sangue, e di ci i concittadini lo accusavano. Forse era egli
stesso disgustato dal troppo sangue sparso, o forse, pi semplicemente, la sua presenza si richiedeva
altrove. Di sicuro, la guerra non era chiusa. A meno che qualcuno della Signoria non avesse interesse a
chiudere al pi presto la bocca del Bandini, per evitare ch'egli rivelasse qualcosa di scomodo sui
risvolti della congiura: e che quindi Lorenzo si trovasse preso di contropiede, dinanzi al fatto compiuto.
Ad ogni modo, il Magnifico si prese la sua parte di soddisfazione componendo per lo sciagurato una terzina alla dantesca:
Son Bernardo Bandini, un nuovo Giuda
Traditor micidiale in chiesa io fui
Ribel per aspettar morte pi cruda.
A Istanbul il Baroncelli aveva cercato di metter le mani su una parte almeno dei beni dei Pazzi, ed era stata la Signoria a chiedere al governo del sultano che egli fosse arrestato. D'altronde l'artista Bertoldo di Giovanni aveva inciso su commissione del Magnifico una bella medaglia in onore di Mehmet secondo, ora al British Museum di
Londra, che recava sul dritto l'effigie del Gran Signore circondata da una scritta che lo salutava Asie ac Trapezuntis magneque Gretie imperator, mentre sul rovescio compariva uno splendido carro trionfale.
Si tratta del medesimo artista che aveva coniato anche le medaglie bronzee commemorative della
giornata del 26 aprile 1478, con l'immagine dell'aggressione attorno al celebre coro ottagonale di Santa
Maria del Fiore sovrastata, rispettivamente, dall'effigie di Lorenzo (con legenda salus publica) e di
Giuliano ( luctus publicus). Firenze era piena d'orafi e d'incisori di grande qualit: non  cosa da poco
se lo stesso artista eternasse nel bronzo, su richiesta di Lorenzo, i profili dei due oggetti dell'attentato
del 26 aprile 1478 e quello di colui che aveva permesso che uno dei principali attentatori fosse giustiziato.
Va pure ricordato che gi nel marzo del 1480, proprio mentre dai porti ottomani stavano
salpando le navi che avrebbero colpito due punti nevralgici della Cristianit, "ll signore Gran Turco"
mandava suoi fidi emissari a Firenze in cerca di maestri legnaioli e di fonditori: era noto (e molti
suoi sudditi glielo rimproveravano) quanto Mehmet amasse l'arte dei faranj, cio dei "franchi", termine
con cui nel mondo musulmano venivano chiamati ordinariamente gli europei occidentali. E nel maggio
dello stesso anno, mentre le navi del padishah si disponevano ad assalire Rodi, un'ambasceria
fiorentina consegnava ufficialmente al sultano l'agognata medaglia opera di Bertoldo.
Per il resto, si trattava di un gioco delle parti che sulle rive del Bosforo era ben noto e non
preoccupava n scandalizzava. Se e quando il papa bandiva la crociata, nessuno nella Cristianit poteva
esimersi dall'aderirvi formalmente, magari sollevando qualche eccezione o proponendo qualche
deroga: tanto pi che in genere le cose restavano come prima e gli eserciti crociati non partivano,
oppure si rivelavano di dimensioni ben pi modeste di quanto era stato previsto. Le conseguenze della
prescritta pacificazione generale dei cristiani in vista del comune impegno contro l'infedele erano
d'altronde, sul piano della politica interna della Cristianit, inevitabili. Sisto quarto dovette alfine mettere
da parte la sua ira contro Lorenzo, che dal canto suo accett di recarsi a Roma per incontrare il
pontefice e riceverne il
paterno perdono. A settembre cominciarono le trattative per questa riconciliazione, che
prevedevano condizioni durissime per la citt di Firenze e, per Lorenzo, un'umiliazione plateale e
cocente: forse Sisto quarto la immaginava in termini non troppo dissimili dal celebre caso storico del
"viaggio a Canossa" di Enrico quarto in ginocchio dinanzi a papa Gregorio settimo.
E non bastava. I fiorentini si vedevano obbligati a sostenere l'enorme costo necessario per
armare 15 galee da mettere in mare contro gli ottomani: vero  ch'esse furono ridotte a 5, con la
comunque ingente spesa di 15.000 ducati, e solo alla fine del febbraio dell'anno successivo, dopo
estenuanti trattative. Inoltre Raffaele Sansoni Riario, il giovane cardinale coinvolto suo malgrado nella
morte di Giuliano de' Medici, pot finalmente prendere possesso della cattedra arcivescovile di Pisa,
cosa fino ad allora impedita per i sospetti che in ogni caso gravavano su di lui. E la filiale romana del
banco Medici, che Lorenzo aveva chiuso perch i suoi prestiti al clero di Curia che rappresentavano
un'emorragia inarrestabile, dovette riaprire i battenti.
Le trattative si protrassero fino al 3 dicembre, quando Sisto quarto concesse l'assoluzione al
Magnifico e a Firenze durante una solenne cerimonia: la pergamena, scritta dal segretario apostolico
Leonardo Grifo, uno dei maggiori intellettuali di Curia, fu letta come atto di riparazione simbolica
dinanzi alle porte chiuse della basilica di San Pietro, dove due anni prima era stata affissa la bolla di
scomunica Ineffabilis; solo dopo le porte furono riaperte, per consentire ai fiorentini di varcarle.
Lorenzo per non c'era; gli era parso pi saggio inviare al suo posto un'ambasceria composta
da cittadini del rango maggiore, diremmo oggi la
"crema" della societ. L'episodio di Otranto si era insomma rivelato provvidenziale per Firenze,
secondo qualcuno persino troppo: tanto da far supporre ai soliti malevoli che dietro a tutto vi fosse
un'occulta manovra diplomatica ordita tra Istanbul, Venezia e Firenze.
Sia come sia, la guerra era finita. Purtroppo la pace che segu si dimostr poco onorevole per Firenze: e quel ch' peggio, poco duratura.
La vendetta e l'alibi.
Il 3 maggio 1481, dunque appena pochi mesi dopo l'assoluzione pontificia di Lorenzo e di Firenze, venne a morire il sultano Mehmet secondo detto al-Fatih, "il Conquistatore", colui che nell'anno 1453, all'et di soli 21 anni, aveva espugnato Costantinopoli ponendo fine al millenario impero bizantino, e che nutriva una forte ammirazione per l'Italia senza per questo rinunciare all'idea di assoggettarla. La notizia venne appresa immediatamente dal bailo veneziano a
Costantinopoli e trasmessa in Italia, dove ebbe il nefasto effetto di riaccendere le tensioni interne tra i vari stati, ora che la minaccia ottomana sembrava tramontata.
L'aggressione a Otranto fu rapidamente accantonata: dopo tanto rullar di tamburi, agitar di bandiere e convocare con accese prediche alla santa impresa, la Cristianit, come quasi sempre, lasci
che a preoccuparsene fossero solo coloro sui quali era piombato il malanno. Peraltro nella citt pugliese infuriava la peste, come del resto un po' dappertutto in quei mesi di rincrudirsi della pandemia. Il 10 settembre del 1481 le truppe di Alfonso duca di Calabria entrarono nel martirizzato centro dal quale uscivano gli infedeli: e cominci l'elaborazione del lutto sotto forma di raccolta dei resti insepolti delle vittime cadute durante il famoso eccidio sul colle della Minerva. Intanto il nuovo sultano Bayazid secondo, vinto il duello per la successione che lo aveva opposto al fratello Gem, accolse con tutti gli onori l'ambasceria inviatagli dalla repubblica di Firenze per concordare il solito invio di panni di lana:
l'esportazione fiorentina verso il Bosforo era di 5000 pezze annue.
Sisto quarto sapeva benissimo che i fiorentini facevano i soldi con gli infedeli: non diversamente,
del resto, da quanto non facessero i veneziani, i genovesi e molti altri. Ma non era solo per questo che
si sentiva insoddisfatto per essere stato costretto, spinto dall'emergenza per la crociata, ad assolvere
Firenze e Lorenzo. Avrebbe desiderato imporre al Magnifico un'espiazione pi umiliante e a Firenze
pi gravi esazioni riparatorie. Alla manovra diffamatoria necessaria per erodere la credibilit e il
prestigio dei Medici egli aveva lavorato con grande intelligenza e incredibile investimento di risorse,
producendo dossier, libelli e altro materiale propagandistico stampato e diffuso non solo in Italia, ma
soprattutto fuori: gli appariva infatti chiaro che la forza di Lorenzo nel resistergli si doveva non tanto
alle rissose e instabili potenze della Lega, quanto piuttosto al costante appoggio di Luigi undicesimo di Francia nei confronti
del Medici e alla consueta poca voglia dell'imperatore Federico terzo di  spendere risorse per intervenire in cose italiane ove non ve ne fosse per lui la  necessit.
I grandi intellettuali della Curia come Andrea di Trebisonda nipote del celebre Giorgio,
Leonardo Grifo e soprattutto Bartolomeo Sacchi detto il Platina, che Sisto quarto nel 1474 aveva nominato
capo della Biblioteca Apostolica, erano stati arruolati in quest'accanito lavoro di pubblicistica contro Lorenzo. Alla penna del Platina, o quanto meno alla sua supervisione, si deve in particolare
l'opuscolo intitolato Dissentio inter Sanctissimum dominum nostrum Papam et Florentinos suborta, un'opera molto raffinata e pungente, ricca di passi tratti dagli scritti di Giuseppe Flavio.
Risentito contro il Magnifico, il pontefice assecond per l'ennesima volta le aspirazioni
aggressive di suo nipote Girolamo Riario; nell'autunno 1481
quest'ultimo giunse a Venezia in pompa magna allo scopo dichiarato di sfruttare la recente
alleanza stretta tra la Serenissima e il pontefice per animare un'altra guerra che avrebbe dovuto
detronizzare Ferdinando di Napoli. I veneziani accolsero questo piano con freddezza e scetticismo,
pensando forse che il papa ce l'avesse con l'Aragonese per la prontezza con cui egli aveva appoggiato
le profferte di pace di Lorenzo nella guerra appena chiusa; ad ogni modo, i diritti che Venezia vantava
sulla citt di Ferrara e certi presunti abusi commessi dal suo signore, Ercole d'Este, furono usati come
pretesto per una nuova guerra.
Lorenzo fece di tutto per evitare un altro conflitto, perch era stanco del clima insostenibile
sofferto negli anni appena trascorsi, e perch molta parte del popolo fiorentino era ridotta in miseria.
Cerc l'aiuto di colui che pi detestava Girolamo Riario, ovvero il cardinale Giuliano della Rovere,
sperando di trovare nella sua accortezza un potente ed efficace antidoto contro la nefasta influenza che
il prepotente signore romagnolo aveva sull'animo di Sisto quarto. Ma nonostante la buona volont del
cardinale, la guerra scoppi comunque: e Firenze fu costretta a parteciparvi.
Lo scontro consumatosi negli anni 1482-1484 non vide episodi militari significativi, ma fu
accompagnato da un fitto e abile lavoro diplomatico nel quale si distinse in special modo Ludovico il
Moro: egli scelse infatti di venire a patti con Venezia alla quale con la pace di Bagnolo, del 7 agosto
1484, Ercole d'Este cedette Rovigo con buona parte del Polesine, mentre
il re di Napoli pot riavere Gallipoli strappatagli dai veneziani. Sisto quarto non approv i termini
dell'accordo, che giudic un tradimento: ma non ebbe il tempo di organizzare una risposta adeguata
alle sue intenzioni: colto da febbre gi da qualche giorno, mor il 12 agosto 1484. Circolavano da
tempo sul suo conto voci che lo accusavano di essere un inesausto provocatore di guerre, e un poeta
anonimo diffuse a Roma un feroce distico latino che, tradotto, suona cos:
Nessuna forza pot sconfiggere il feroce Sisto,
mor solo dopo aver udito il nome della pace.
Scomparso il pontefice che lo aveva osteggiato cos fieramente, il Magnifico si affrett ad assicurarsi che il successore gli fosse amico: per farlo, accett non senza timori le profferte che gli
venivano dal nuovo papa Innocenzo ottavo riguardo alla prospettiva di stringere un parentado, cio un'alleanza matrimoniale poi concretizzata in seguito con le nozze della sua giovanissima figlia Maddalena con Franceschetto Cybo, figlio naturale del nuovo pontefice. Quel che Innocenzo ottavo disse all'ambasciatore di Firenze Pierfilippo Pandolfini durante la prima udienza non poteva essere di
migliore auspicio, n pi chiaro segnale del nuovo corso di cose: Lorenzo conoscer che non fu mai pontefice che amassi tanto la casa sua, quanto io. Et avendo visto per experientia quanta sia la fede,
integrit et prudentia sua, io far conto governarmi secondo i ricordi et pareri sua.
Ma restava ancora in piedi Girolamo Riario, colui che pi di ogni altro nipote aveva fatto pressioni sulla natura "molle" di Sisto quarto per trarne il maggior vantaggio personale. Egli era il vero
responsabile di tutti i guai che il Magnifico e la sua citt avevano sofferto da quel drammatico aprile 1478.
Dopo la morte dello zio, le fortune del Riario in Curia e la sua posizione erano naturalmente
state molto ridimensionate; il suo primo antagonista, Giuliano della Rovere, aveva infatti su di lui il
doppio, enorme vantaggio di essere un membro del Sacro Collegio e di godere la stima del nuovo
pontefice. Anche Leonardo della Rovere, cugino di Giuliano e prefetto di Roma nel 1472, odiava
Girolamo per l'insaziabile rapacit esercitata sui beni della Chiesa: se dobbiamo credere a una lettera
scritta dal Sacramoro al duca milanese, Leonardo lo avrebbe volentieri tagliato in pezzi, per
vederlo sparire cos com'era sparito suo fratello, il cardinale Pietro Riario.
Giovanni della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, dava manforte al fronte dei nemici di
Girolamo; dopo la morte di Pietro Riario, nel gennaio 1474, l'ambto incarico di prefetto dell'Urbe era
stato assegnato a lui, e una volta morto lo zio Sisto quarto, Giovanni aveva dato prova di accortezza
istaurando subito ottimi rapporti con Innocenzo ottavo. 
L'odio di questi potenti, resi ancor pi forti dal fatto di essere imparentati e coesi tra di loro,
rendeva il clima politico di Roma molto malsano per Girolamo.
A Roma, del resto, il Riario era molto odiato per le sue malefatte. Nel giugno 1484, dunque
poche settimane prima che Sisto quarto morisse, era stato l'anima di un  complotto mirante a uccidere uno
degli uomini pi in vista della citt, il protonotaio apostolico Lorenzo Oddone Colonna, allo scopo di
farsi assegnare tutti i suoi feudi.
Catturato con un pretesto e rinchiuso in Castel Sant'Angelo il 20 giugno, il Colonna fu torturato
in modo cos feroce che, a detta dei medici chiamati a visitarlo, era ridotto da "non poter campare da
morte infra poco spatio"; cinque giorni dopo, con l'aggravante di aver avallato un processo fittizio,
Sisto quarto si lasci convincere da Girolamo a condannarlo a morte per decapitazione. L'intrigo era stato
cos spregevole che il cardinal Raffaele Riario non volle restarvi coinvolto: e, rischiando l'ira del papa e di suo cugino Girolamo, fece in modo di avvertire la vittima che si stava tramando contro di lui.
L'ingiustizia ignobile perpetrata nei confronti di un membro della pi antica nobilt romana scaten nell'Urbe una guerra rovinosa, perch la famiglia Colonna vi lesse, e a ragione, il primo segno di un attacco ai suoi possessi su larga scala: ma gli Orsini, suoi rivali da sempre, furono mobilitati dal pontefice. La citt ospitava tanti immigrati ed era gi molto turbolenta in condizioni normali, agitata da
frequenti risse che scoppiavano nei luoghi di raccolta della gente, come i mercati; in quelle settimane, si assist a uno scenario da incubo.
Stefano Guidotti, scrivendo a Federico Gonzaga, raccontava che i Colonna e gli Orsini "se amazano come cani tra loro ogni notte" e descriveva una situazione di guerriglia urbana:
Questa benedetta terra al presente  tutta in arme per questi brigosi e partiali adherenti di Colonesi e de Ursini; ognuno di loro sono continui in arme d e notte per la terra e non si po' andar per via al mondo che non sia piena de zente d'arme a cavallo e fanti a piede, per la casone de le antiche loro inimicitie et per le inzurie di recenti ricevute (...).
Divenuta l'Urbe pericolosa per lui, il Riario si ritir nelle sue terre di Romagna. Il venir meno
dei lucrosi profitti che lo zio papa gli garantiva lo spinse a inasprire le tasse sulla popolazione di Imola
e delle altre citt di cui era riuscito a impadronirsi sfruttando la debolezza di Sisto quarto; rimase cos
isolato, e attorniato da un crescente malcontento.
Il 14 aprile 1488 il nipote di Sisto quarto fu assassinato a Forl da una congiura ordita, a quanto
pare, dai suoi sudditi che ormai non sopportavano pi le vessazioni cui erano sottoposti. Gli assassini
si affrettarono a notificare la sua morte a Lorenzo; e le turbolenze scoppiate dopo l'omicidio permisero
a Firenze di riprendere con un rapido intervento militare il castello di Piancaldoli che il Riario aveva
occupato dieci anni prima, al tempo della congiura dei Pazzi. Non occorre un intuito speciale per
sospettare che Lorenzo fosse il regista delle vicende che avevano condotto il Riario alla rovina, per
vendicarsi una volta per tutte dell'avversario che gli aveva portato via il fratello Giuliano e per molti
versi devastato la vita.
Il Magnifico non aveva mai dimenticato quel 26 aprile 1478. La sua ultima vendetta esplicita,
come atto di pubblica giustizia, era stata l'impiccagione del Baroncelli alla fine del 1479; ma in quanto
fiorentino del Quattrocento - qualcuno sarebbe tentato di definirlo "uomo ancora medievale", se tali
etichette avessero un senso - Lorenzo considerava la vendetta un sacro dovere d'onore. Tra il febbraio
e il marzo del 1482 era perfino riuscito a mettere le mani sull'umanista Cola Montano, a torto o a
ragione considerato l'ispiratore ideologico della congiura dei Pazzi. In realt il Montano, inesausto
lodatore delle antiche virt repubblicane, era stato piuttosto all'origine del "tirannicidio" di Galeazzo
Maria Sforza, del resto despota feroce oltre che fedele amico del Magnifico; a ogni buon conto, era al
servizio dell'odiato Girolamo Riario. Ce n'era abbastanza per farlo impiccare alle solite finestre del Bargello, il che appunto accadde.
Con l'assassinio del Riario un cerchio si chiudeva: Lorenzo aveva veduto cadere uno ad uno
tutti i suoi nemici. In quel momento, il prestigio di cui
godeva in Italia e non solo era ormai talmente grande da far temere ai fiorentini che la sua
caduta avrebbe comportato la fine dell'indipendenza della citt. Era divenuto consigliere del papa; e la
sua posizione appariva tanto solida che il Guicciardini, in una celebre pagina, lo giudic l'ago della
bilancia nella politica italiana.
Intanto, egli era diventato in modo ancora pi netto l'arbitro e il padrone dello stato fiorentino.
Il 19 aprile del 1480, mentre l'Italia seguiva preoccupata i movimenti della flotta ottomana, il governo
cittadino che egli controllava pose mano alla costituzione di una nuova Bala, con il compito di mettere
ordine nel sistema finanziario e fiscale ormai da tempo sottosopra riformando il Monte, e quindi tutto il
sistema del debito pubblico e della percezione delle imposte. I componenti della Bala erano trenta
cittadini tra i quali il Magnifico stesso: nessuno aveva dubbi su quale fosse la fazione cui
appartenevano gli altri. Dietro loro proposta si costitu, con l'aggiunta di altri quaranta membri da loro
cooptati, un "Consiglio dei Settanta" che avrebbe dovuto restare in carica ben cinque anni: un periodo
di lunghezza, pi che eccezionale, inaudita nel sistema istituzionale della Firenze del tempo (per tacer
di quella di prima). I Settanta avevano la prerogativa di legittimare i membri delle magistrature
cittadine sostituendosi agli accoppiatori e di legittimare in genere tutte le scelte legislative: dall'interno
del loro sodalizio si traevano inoltre i membri della magistratura degli "Otto di Pratica" incaricati della
politica estera e dei
"Dodici Procuratori" responsabili di quella interna, vale a dire dell'ordine pubblico.
Lorenzo avrebbe voluto addirittura che ai Settanta fossero demandati in blocco tutti i poteri fino
ad allora appartenuti ai precedenti organi di governo nel loro complesso: ma perfino i filomedicei pi
decisi non se la sentirono di portare avanti un progetto tanto vistosamente dirigistico. Il modello cui
Lorenzo guardava era senza dubbio quello veneziano: ma in riva d'Arno non si ragionava come sulla
laguna, e le famiglie escluse dal gioco mordevano il freno. Lo si vide subito e in modo ancor pi duro
all'atto del rinnovo del Consiglio, nel 1485 e poi di nuovo nel 1490. Il malumore si tradusse in vari
eventi: vi furono anche un paio di altre oscure congiure volte ad assassinare il Magnifico; in risposta ad
esse il boia lavor immediatamente, sulla base di sentenze che, come si esprimeva il Consiglio dei
Settanta, tendevano a tutelare lo stato "il quale si governava
per il mezo di Lorencio" . Si era in altri termini sull'orlo di un'identificazione tra l'identit
della repubblica e quella del Magnifico, quindi quasi al punto che un attentato contro di lui sarebbe
equivalso al crimen maiestatis della Lex Iulia.
Lorenzo conosceva abbastanza la societ fiorentina e aveva letto abbastanza Livio, Tacito e
Plutarco da sapere che un potere che vuol farsi assoluto, se e nella misura in cui si discosta pi o meno
evidentemente dai lidi della libertas, deve accostarsi a quelli della pax.  Tali erano stati, un po'
meno di un secolo prima - ai tempi della lotta tra Firenze e Giangaleazzo Visconti - i termini
della polemica tra il Loschi e il Salutati. E la pax comincia dall'interno della citt, dalle famiglie del
ceto dirigente: tanto pi quando esso  stato sconvolto da una feroce guerra civile. Il Medici dette
l'esempio, concedendo la mano della figlia maggiore a un membro del casato dei Salviati, quello cui
era appartenuto uno dei principali promotori della congiura del 1478.
Anche il divieto per le ragazze della famiglia de' Pazzi di sposare cittadini fiorentini fu
annullato. Ma questa politica di aperture poggiava su un presupposto inaggirabile: da allora in poi
nessun contratto matrimoniale importante si sarebbe stipulato senza l'assenso del capo di casa Medici,
che in molti casi ne sarebbe stato anzi mediatore e garante. L'oligarchia fondata sull'accordo tra le
grandi famiglie si andava trasformando in un vero e proprio regime. E l'uso della giustizia da rifondare
dopo il delitto sacrilego dell'aprile del 1478 si era tradotto non tanto e non solo nel sistematico
esercizio della vendetta che aveva colpito uno per uno tutti i congiurati, da Francesco de' Pazzi a
Girolamo Riario, bens anche e soprattutto nell'alibi politico che aveva consentito a Lorenzo di
raggiungere nello stato un potere praticamente assoluto, al quale mancavano solo il nome e gli attributi
del principato. Si era cos conclusa la parabola trionfale che Cosimo aveva immaginato affidandola,
molti anni prima, al pennello di Benozzo Gozzoli e alla leggenda dei Magi. La schiatta dei mercanti
mugellani era quasi divenuta una dinastia regale.
Il Magnifico aveva insomma vinto, alla fine; ma a quale prezzo?
Il prezzo della vittoria.
Durante la "guerra dei Pazzi", a causa delle condizioni di assoluta
emergenza in cui versava la citt soggetta all'interdetto, Lorenzo era uscito dalla posizione
ambigua mantenuta sino ad allora, quella per cui governava di fatto la citt da dietro le quinte della sua
discreta condizione di "privato cittadino". Il nuovo organo creato in tempo di guerra era pieno di suoi
partigiani, e nel comporlo, l'esclusione di personaggi che non risultassero di sicura fedelt verso i
Medici era stata osservata in modo molto pi rigido che in passato.
Il clima che lo circondava era irrespirabile, la qualit della sua vita terribile. Specie nei primi
mesi seguenti la congiura, le sue lettere documentano uno stato di angoscia e di precariet
impressionante. In una di esse egli ricorda al destinatario di aver sopportato una giornata di lavoro
interminabile, tanto che  arrivato alle dieci della sera senza ancora aver mangiato. In un'altra, si scusa
perch  costretto a scrivere anche se ha la febbre, dunque "non  maraviglia se un poco io farnetico".
Il 27 marzo 1479, mentre la minaccia dell'epidemia incombe sulla citt, spiega al suo interlocutore che
lo stato suo, dei suoi e della citt  tale da non potersi concedere il lusso di pensare alla peste:
Pensate di che qualit sono gli altri pericoli che non c' tra noi chi pensi al caso del morbo.
Dopo la congiura, Lorenzo era cos spaventato per la propria incolumit da girare sempre
attorniato da una poderosa scorta di uomini armati; nel 1484 c'erano ben tredici persone che si
muovevano con lui, quattro arcieri e nove staffieri i nomi dei quali (Vangelista, Andrea Malfatto,
Morgante, Margutte, Martino Nero ecc.) sembrano avere un'estrazione sicuramente popolare e fanno
pensare a personaggi simili ai "bravi" di manzoniana memoria.
Il Magnifico non faceva mistero di quanto la situazione finisse per pesargli sul morale come
anche sulla borsa:
io assai sono cresciuto in bocche he ( sic) in salari, et massime da circha 3 anni in qua per sospectione della vita mia et per le persechutioni ho avute che m' bisongnato per la guardia di me pi 
persone in pi e a chavallo (... ).
Forse non era una misura esagerata, considerando la ridda praticamente ininterrotta di congiure,
reali o presunte che fossero, verificatesi in quegli anni per togliere di torno "el tyranno Lorenzo de' Medici", come lo defin Carlo Martelli, che pure era figlio di uno tra i suoi amici pi fedeli.
Nel 1481 tre cittadini di Firenze - Battista Frescobaldi, Amorotto Baldovinetti e Antonio Balducci - vennero decapitati con una sentenza sommaria per aver tramato "contro il presente stato di pace e la libert della citt di Firenze, e contro un certo uomo fra i pi illustri e primi cittadini".
Tre anni dopo, nel 1484, il suo parente Alessandro di Filippo Tornabuoni fu esiliato a vita in Sicilia sulla base del semplice sospetto che stesse complottando contro di lui; secondo Alamanno
Rinuccini la parentela non lo salv dall'essere torturato aspramente, ma la sua colpa consisteva pi che altro nell'aver eseguito o diffuso pitture infamanti contro Lorenzo e in altri atti di denigrazione. Altre persone, anche legate a Lorenzo da stretta amicizia, furono allontanate - sicch spariscono, per cos dire, dai documenti - solo perch ebbero il coraggio o l'imprudenza di criticare il suo operato.
In questo clima di persecuzione, comunque, i veri attentatori - ne abbiamo gi accennato - non mancarono, e Lorenzo scamp numerose volte a tentativi di assassinio all'arma bianca o con il veleno:
a volte questi attentatori si diceva fossero stati pagati da coloro che egli pur annoverava tra i suoi pi solidi alleati esterni, come re Ferdinando di Napoli e suo figlio Alfonso.
Cupo, sospettoso, chiuso in se stesso, il Lorenzo degli anni seguenti la congiura era diventato un
uomo abissalmente diverso da quello che aveva trionfato nella memorabile giostra del 1469: i nemici si
erano coalizzati e si accanivano contro di lui, la sua quotidianit sembrava avvolta da una nube di
tenebra. Non aveva pi una vita privata, perch la situazione lo aveva obbligato a mandare la sua
famiglia lontano da Firenze per offrire maggiori speranze di sicurezza a Clarice e ai figli.
Nell'agosto 1478, pochi mesi dopo la morte di Giuliano, Lorenzo aveva gi dovuto allontanare
la sua famiglia dalla citt anche per scampare alla minaccia della peste: non era una scusa, visto che tra
quell'anno e l' annus horribilis 1480 l'epidemia avrebbe infuriato sul serio, tirandosi dietro anche il
solito carico di profezie. Clarice e i sei bambini trovarono allora ospitalit a Pistoia, in casa della
famiglia amica dei Panciatichi. La dama in quel momento era di nuovo incinta: e un mese dopo, a settembre, si ammal di depressione spaventata dalla possibilit di perdere il figlio che recava in grembo o magari di morire di parto, come era accaduto poco prima a Francesca Pitti, moglie di Giovanni Tornabuoni. Il medico Stefano Della Torre, uno dei pi rinomati, fu mandato di corsa da lei, e Clarice super la crisi: quel piccino, che a causa della forzata separazione fu l'ultimo che la coppia procre, nacque il 12 marzo 1479 e fu chiamato Giuliano, come lo zio caduto sotto il pugnale della congiura.
Solo pochi mesi dopo lo scampato pericolo dell'attentato, cio nel novembre 1478, Lorenzo aveva scoperto un'altra congiura capeggiata da Piero Baldinotti che aveva confessato di volersi impadronire della sposa e dei bambini del Magnifico con l'aiuto di soldati inviati dal re di Napoli.
Furono, quelli, anni tremendi, nei quali i Medici si trovarono costretti a continui spostamenti di
citt in citt, di villa in villa; con Lorenzo era rimasta a Firenze solo la madre, che lo aiutava nel
governo della casa e del banco. Il 25 marzo 1482, proprio nel momento in cui il Magnifico vedeva
delinearsi il nuovo conflitto per la "guerra del sale", Lucrezia mor. La prostrazione in cui lo gett
questa perdita risuona atroce nella lettera da lui scritta al duca e alla duchessa di Ferrara:
Anchora che con lachrime et afanno, non posso per fare che io non communichi con la
Excellentia Vostra il sinistro caso della morte di Madonna Lucretia, mia madre carissima, la quale
hoggi  passata di questa vita. Il perch io mi trovo tanto male contento, quanto pi se possa dire,
perch oltra a l'havere perduta la madre, che solo a ricordarla me crepa il core, io anchora ho perduto
uno strumento che mi levava di molte fatiche.
Il 30 luglio 1488 a questo dolore si aggiunse anche la morte di Clarice Orsini. Era malata da
tempo di tubercolosi, come si crede in base alle fonti, e forse aveva sofferto un eccessivo affaticamento
durante il viaggio compiuto a Roma per accompagnare sua figlia Maddalena, che il 20 gennaio aveva sposato il figlio del papa nel Palazzo Orsini di Montegiordano.
Quando Clarice mor, Lorenzo non era in citt: e non venne nemmeno per i funerali. Il fatto gener molte critiche e naturalmente ha poi alimentato le congetture degli studiosi che vedono in ci la
fine di un matrimonio senza amore.
In realt sappiamo con certezza che Lorenzo aveva scelto e voluto la sua consorte: e supporre che non ci fosse tra loro un forte legame basandosi sul fatto che egli non le dedic nemmeno un verso della sua abbondante produzione poetica  argomento insicuro, anzi
superficiale. Quando mai nella lunga tradizione della poesia cortese un uomo dedic versi infiammati di passione alla propria moglie? Oggi pu sembrare naturale, ma nella mentalit di quel tempo sarebbe
apparso inconsueto, irrispettoso e anche di cattivo gusto. La lirica amorosa di Lorenzo si muove fedelmente lungo il solco di Petrarca, il quale a sua volta attinge alla scuola trobadorica e alla
teorizzazione di Andrea Cappellano per il quale l'amore-passione pu soltanto essere adulterino.
Se entriamo nel vivo delle fonti per esaminare le loro lettere, ci rendiamo conto che il tono 
intimo, delicato, affettuoso; sta di fatto che la coppia procre ben dieci figli in nove anni di convivenza
(giugno 1469-agosto 1478), che non si conoscono relazioni di Lorenzo con altre donne dopo le nozze, n alcun figlio naturale, mentre invece suo padre Piero e suo nonno Cosimo ne avevano avuti.
Lorenzo sapeva bene che sua moglie era malata, e gi il 4 luglio ne scriveva al Lanfredini in
tono preoccupato; neanche la sua salute era buona, a causa della gotta ereditaria ma anche delle prove
affrontate in quegli ultimi dieci anni della sua vita. Quando Clarice mor, egli si trovava in una localit
termale per una cura a base di acque depuranti, e se dobbiamo credere a una lettera datata al primo agosto i
medici "scripsono a Lorenzo che non partissi, perch non passerebbe sanza gravissimo pericolo suo".
Le sommarie descrizioni del deperimento fisico che Clarice sub non ci permettono conclusioni troppo
nette; in ogni caso va ricordato che la tubercolosi  una malattia dai sintomi generici ma dall'altissima
insidiosit, almeno in quei tempi.
Il 31 luglio, ricevuta la notizia, Lorenzo scrisse al papa palesandogli il suo dolore. Avendone
passate cos tante, in quegli anni, credeva di essere diventato resistente ai colpi della sorte e capace di
sopportare qualunque cosa; ma quella pena, l'"essere privato di tanto dolce consuetudine e
compagnia", l'aveva gettato in uno stato di prostrazione dal quale non riusciva a sollevarsi.
Un momento di gioia e conforto gli giunse mesi dopo con la notizia che suo figlio Giovanni,
bench ancora giovanissimo, era stato fatto cardinale
nel concistoro del 9 marzo. In realt Lorenzo non aveva mai smesso di lavorare a quel progetto,
naturale prosecuzione dei falliti piani suoi e dell'amico Jacopo Ammannati Piccolomini per collocare
un membro della famiglia Medici nel Sacro Collegio, e ora lo vedeva finalmente realizzato nonostante
l'insistenza di suo cognato Rinaldo Orsini, arcivescovo di Firenze, che cercava di usare l'influenza di
Lorenzo e il peso della sua famiglia in ambito curiale al fine di guadagnare per s quel cappello.
La notizia ovviamente era nell'aria da tempo. Di l a poco, durante il Carnevale del 1490,
Lorenzo avrebbe composto l'opera per la quale  divenuto famoso anche presso i posteri: la celebre
Canzona di Bacco, che insieme con l'altra dedicata ai Sette pianeti fu composta per essere cantata in
pubblico durante la sfilata dei carri allegorici.
Chi conosce poco Lorenzo e poco sa della sua vita, pu forse credere che quella lirica, considerata l'icona del neoplatonismo fiorentino, volesse essere un inno di gioia alla vita e alla giovent. A chi ha avuto invece la ventura di seguire il Magnifico immerso nel suo mondo, che ha passato al vaglio le sue lettere vivendone i drammi e un poco soffrendo con lui, non resta molto spazio per le illusioni o gli stereotipi. Quel canto, scritto non molto prima della sua morte, ha per Lorenzo il sapore di un commiato dalla vita.  una specie di testamento spirituale in cui vibrano, con la passione, i toni profondi della tristezza, dell'amarezza, del rimpianto per ci che non pu pi tornare.
E forse la mesta, consapevole memoria di tutti gli errori e di tutti i mali commessi.
Quant' bella giovinezza
che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c' certezza.
...
.
...
FINE.
...
.
...
NOTE al testo suddivise per capitolo.
...
.
...
NOTE AL CAPITOLO PRIMO.
...
1 Per la vita di questo personaggio e la bibliografia essenziale si rimanda al "classico"
contributo di A. Menniti Ippolito, Francesco I Sforza, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma
1960- (da qui in poi DBI), vol. 50 (1998), pp. 1-15; per il suo ruolo, D. Hay - J. Law, L'Italia del
Rinascimento, trad. it., Roma-Bari 1989, ad indicem.
2 Cfr. F. Cardini, La repubblica di Firenze e la crociata di Pio secondo, in "Rivista di Storia della
Chiesa in Italia", 23 (1979), pp. 455-482, ora in Idem, Studi sulla storia e l'idea di crociata, Roma
1993; in analoga prospettiva B. Baldi, Pio secondo e le trasformazioni dell'Europa cristiana (1457-1464),
Milano 2006.
3 Un quadro generale degli eventi che avevano condotto alla conquista ottomana e delle
reazioni al suo progredire in Occidente  in M. Pellegrini, La crociata dopo le crociate. Da Nicopoli e
Belgrado (1396-1456), Bologna 2013 e, per gli ultimi anni di tale periodo, nell' Introduzione a Lo
"Strategicon adversus Turcos"  di Lampugnino Birago, a cura di I.M. Damian, Roma 2017,
pp. VII-CXXIII; pi in generale su crociata e Rinascimento, M. Pellegrini, La crociata nel
Rinascimento.
Mutazioni di un mito, 1400-1600, Firenze 2014.
4 C. Vasoli, La cultura laurenziana. Tendenze e ambienti intellettuali, in Lorenzo il Magnifico e
il suo mondo, a cura di G.C. Garfagnini, Firenze 1994, pp. 153-175, la citazione a p. 153. La vastit e la
complessit degli orientamenti culturali vivi a Firenze nel Quattrocento sarebbe ardua a compiutamente
esporsi: si rimanda quindi all'efficace sintesi storico-storiografica proposta da M. Fantoni, Il
Rinascimento fiorentino, in Il Rinascimento italiano e l'Europa. Storia e storiografia, a cura di M.
Fantoni, dir. gen. G.L. Fontana e L. Fontana, s.l. 2005, pp. 265-284, e, per lo specifico
politico-diplomatico, ai due magistrali studi di R. Fubini, Italia quattrocentesca. Politica e diplomazia
nell'et di Lorenzo il Magnifico, Milano 1994, e Idem, Quattrocento fiorentino: politica, diplomazia,
cultura, Pisa 1996. Una lineare, preziosa sintesi-guida in S. Diacciati - E. Faini - L.
Tanzini - S. Tognetti, Come albero fiorito. Firenze fra medioevo e Rinascimento, Firenze 2016.
Per una visione generale della Firenze sotto i Medici sono imprescindibili i contributi pubblicati nel
volume The Medici. Citizens and Masters, a cura di R. Black e J.E. Law, Villa I Tatti (The Harvard
University Center) 2015.
5 Il resoconto ufficiale della visita, compresi i costi, si trova in F. Filarete - A. Manfidi, The
Libro Cerimoniale of the Florentine Republic, a cura di R.C. Trexler, Genve 1978, pp. 74-78; cfr.
anche L. Ricciardi, Col senno, col tesoro e colla lancia. Riti e giochi cavallereschi nella Firenze del
Magnifico Lorenzo, Firenze 1992, specie pp. 129-159.
6 Il passo  qui proposto in sezioni successive, per agevolarne la discussione: cfr. Giusto
d'Anghiari, Memorie 1437-1482, Biblioteca Nazionale di Firenze, manoscritto II.II.127, ff. 75v-76r, in
I Giornali di ser Giusto d'Anghiari (1437-1482), a cura di N. Newbigin, in "Letteratura Italiana
antica", 3 (2002), pp. 41-246, citazione alle pp. 120-121; cfr. anche N. Carew Reid, Les ftes
florentines au temps de Lorenzo il Magnific o, Firenze 1995; S. Mantini, Lo spazio sacro della Firenze
medicea, Firenze 1995; P. Ventrone, Teatro civile e sacra rappresentazione a Firenze nel
Rinascimento, Firenze 2016, pp. 214-219 e 221-272.
7 I. Walter, Lorenzo il Magnifico e il suo tempo, trad. it., Roma 2005, p. 30.
8 L'assetto istituzionale della Firenze del tempo dell'oligarchia e quindi della "criptosignoria
medicea"  stato studiato da G. Guidi, Il governo della citt-repubblica di Firenze del primo
Quattrocento, voll. 3, Firenze 1981, e N. Rubinstein, Il governo di Firenze sotto i Medici, 1434-1494,
trad. it., nuova ed. a cura di G. Ciappelli, Firenze 1999. Da non trascurare nemmeno il pi vetusto
studio di V. Ricchioni, La costituzione politica di Firenze ai tempi di Lorenzo il Magnifico, Siena 1913.
9 Per il nuovo Palazzo Medici, cfr. R.A. Goldthwaite, La costruzione della Firenze
rinascimentale, trad. it., Firenze 1984.
10 N. Newbigin, Piety and Politics in the Feste of Lorenzo's Florence, in Lorenzo il Magnifico
e il suo mondo, cit., pp. 29-30.
11 Si ricordano qui Sigismondo Malatesta signore di Rimini (per il quale cfr. Il potere, le arti,
la guerra. Lo splendore dei Malatesta, a cura di A. Donati, Milano 2001) e Astorre Manfredi, che la
nostra fonte chiama 'Antorre', il principale alleato di Firenze nella cosiddetta "Romagna toscana"
(l'area estesa tra Citt del Sole presso Castrocaro, Brisighella e Faenza), per il quale cfr.
I. Lazzarini, Manfredi, Astorgio, in DBI, vol. 68 (2007), pp. 653-656. I signori di Rimini e di
Faenza accompagnavano il papa in quanto vassalli della Santa Sede.
12 Giusto d'Anghiari, cit. in Newbigin, Piety and Politics, cit., p. 31, nota 45.
13 Per il viaggio del papa e il congresso di Mantova, cfr. Cardini, La repubblica di Firenze, cit.,
pp. 142-148.
14 "Quando Pio si ferm a Firenze, Cosimo era malato: oppure, come molti pensarono, egli, per
evitare di far visita al papa, si finse malato" (Enea Silvio Piccolomini, I commentarii, ed. con testo
latino a fronte, note e indici a cura di L. Totaro, vol. I, Milano 1984, pp. 354-355).
15 I Giornali di ser Giusto d'Anghiari, cit., p. 121.
16 Ibid.
17 Ne parla anche il Boccaccio descrivendo le abitudini ludiche della corte napoletana: Elegia
di
Madonna Fiammetta, a cura di V. Pernicone, Bari 1939, pp. 94, 96; cfr. inoltre Documenti
d'amore di Francesco da Barberino, a cura di F. Egidi, 4 voll., Roma 1905-1927, vol. I, pp. 336 sgg.,
specie il documento XXV, e le altre fonti discusse in R.C. Trexler, Public Life in Renaissance
Florence, New York 1980, pp. 225-235, e in G. Ciappelli, Carnevale e Quaresima. Comportamenti
sociali e cultura a Firenze nel Rinascimento, Roma 1997, pp. 138-139, 145-146. Interessante anche
l'analisi di M. Scalini, Il "ludus" equestre nell'et laurenziana, in Le tems revient - 'l tempo si
rinuova. Feste e spettacoli nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, a cura di P. Ventrone, Milano 1992,
pp. 75-102.
18 Cfr. A. Brown, The Guelf Party in 15th Florence. The Transition from Comune to Medicean
State, in "Rinascimento", 20 (1980), pp. 41-86, e F. Cardini, Simboli e rituali a Firenze, in "Quaderni
Medievali", 14 (1989), n. 27, pp. 78-92, part. p. 82.
19 Si tratta dei colori simbolici delle tre virt teologali: fede (bianco), speranza (verde), carit
(rosso); ma, a seconda del loro contesto simbolico, essi rivestono anche molti altri significati.
Nella Divina Commedia sono i tre colori delle vesti e dell'apparato con cui Beatrice si presenta
a Dante ( Purg. , XXX, 31-33). Negli abiti da parata della Compagnia dei Magi, protagonista d'una
celebre festa fiorentina nel giorno dell'Epifania e a capo della quale c'erano appunto i Medici, erano i
colori degli abiti dei tre "Re" che recavano i doni al Cristo Bambino secondo il racconto del Vangelo di
Matteo, arricchito per da quello di alcune Scritture apocrife (cfr. F.
Cardini, I Re Magi. Storia e leggende, Venezia 2000). Per le insegne di Lorenzo in questa e
altre occasioni cfr. F. Cardini, Le insegne laurenziane, in Le tems revient, cit., pp. 55-74.
20 I Giornali di ser Giusto d'Anghiari, cit., pp. 121-122.
21 Sul celebre affresco e la sua interpretazione: Benozzo Gozzoli. La Cappella dei Magi, a cura
di C. Acidini Luchinat, Milano 1993; C. Mrtl, Papst Pius II. (1458-1464) in der Kapelle des Palazzo
Medici Riccardi in Florenz, in "Concilium Medii Aevi", 3 (2000), pp. 155-183; Cardini, I Re Magi,
cit., pp. 134-140.
22 Giovanni di Pagolo Rucellai, Zibaldone, a cura di G. Battista, Firenze 2015, p. 106.
23 A. Cappelli, Lettere di Lorenzo de' Medici... conservate nell'Archivio Palatino di Modena,
in "Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi
(sezione di Modena)", 1 (1863), VI, p. 100; Lorenzo de' Medici, Scritti scelti, a cura di E. Bigi, Torino
1977, p. 637, lettera del novembre 1484. Cfr. F.W. Kent, "Lorenzo..., amico degli uomini da bene".
Lorenzo de' Medici and Oligarchy, in Lorenzo il Magnifico e il suo mondo, cit., pp. 43-60, alle pp. 50,
52. Eccellente punto di partenza per qualunque studio su Lorenzo rimane G.C.
Garfagnini, Lorenzo de' Medici. Studi, Firenze 1992.
24 Sull'attivit bancaria della famiglia, si rinvia anzitutto al "classico" R. De Roover, Il Banco
Medici dalle origini al declino, 1397-1494, trad. it., Firenze 1970 (nuova ed. 1988) e, inoltre, a B.
Dini, Saggi su un'economia-mondo. Firenze e l'Italia fra Mediterraneo ed Europa (secc.
XIII-XVI), Pisa 1995, nonch al corposo R.A. Goldthwaite, L'economia della Firenze rinascimentale,
trad. it., Bologna 2013.
25 Fucecchio, Archivio Storico del Comune, Riformanze e Deliberazioni, 185, f. 24r, edita e
discussa con altre fonti da W.J. Connell, Changing Patterns of Medicean Patronage. The Florentine
Dominion during the Fiftheenth Century, in Lorenzo il Magnifico e il suo mondo, cit., pp. 87-107, part.
pp. 89-90 e nota 5.
26 Archivio di stato di Firenze (da qui in poi ASF), Corporazioni Religiose, 78, 325, f. 334,
citato e discusso in Kent, "Lorenzo..., amico" , cit., p. 57, nota 57.
27 Two Memoirs of Renaissance Florence: the Diaries of Buonaccorso Pitti and Gregorio Dati,
a cura di G. Brucker, trad. di J. Martines, New York 1967, p. 46; D. Kent, The Dynamic of Power in
Cosimo de' Medici's Florence, in Patronage, Art and Society in Renaissance Italy, a cura di F.W. Kent
e P. Simons, Oxford 1987, pp. 63-77; A. Molho, Cosimo de' Medici: "Pater Patriae" or "Padrino"? ,
in "Stanford Italian Review", 1 (1979), pp. 5-33.
28 N. Rubinstein, Cosimo "Optimus civis" , in Cosimo "il Vecchio" de' Medici, 1389-1464.
Essays in Commemoration of the 600th Anniversary of Cosimo de' Medici's Birth, a cura di F.
Ames-Lewis, Oxford 1992, pp. 5-20.
29 La lettera di Smeralda (del 28 settembre 1466)  in ASF, Mediceo avanti il principato (da
qui in poi MAP), XVII, 504; quella del Dei in P. Orvieto, Un esperto orientalista del '400: Benedetto
Dei, in "Rinascimento", 2a s., 9 (1969), pp. 205-275, pp. 223, 246; si veda inoltre Kent,
"Lorenzo..., amico" , cit., pp. 56-58.
30 Per questo componimento in rima cfr. Ricordi di Firenze dell'anno MCCCCLIX di Autore
anonimo (BNF, MS Magl. XXV. 24), a cura di G. Volpi ("Rerum Italicarum Scriptores", 2a ed.,
XXVII), Citt di Castello 1907, vv. 1128-1461.
31 Preferiamo la versione del cognome Albizzi a quella (pi moderna e pretesa pi eufonica)
Albizi (cos le testimonianze rilevate da M. Popoff, Rpertoire d'hraldique italienne. I - Florence
(1302-1700), Milano 2009, ad indicem).
32 Cfr. per questo: F. Cardini, Quell'antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal
Medioevo alla Rivoluzione francese, Bologna 2013; G. Duby, Guglielmo il Maresciallo. L'avventura
del cavaliere, trad. it., Roma-Bari 1985; B. Frale, La guerra di Francesco. Giovent di un santo ribelle,
Novara 2014.
33 A posteriori, divenuta la casa Sforza una delle pi potenti nel quadro italiano, se ne andarono
a ricercare le origini, che non erano particolarmente illustri. Cfr. L. Crivelli, De vita rebusque gentis
Sfortiacae commentarius, in "Rerum Italicarum Scriptores", XIX, Mediolani 1731, coll. 631, 656, 662,
666, 669, 685; P. Giovio, Vita di Sforza Attendolo, in Biblioteca storica italiana, vol. II, Milano 1853,
pp. 20, 57 sg.; A. Minuti, Vita di Muzio Attendolo Sforza, a cura di G. Porro Lambertenghi, in
Miscellanea di storia italiana, vol. VII, Torino 1869; L. Osio, Documenti diplomatici tratti dagli
archivi milanesi, vol. III, Milano 1882, pp. 125, 266; N. Ratti, Della famiglia Sforza, vol. I, Roma
1794, pp. 36 nota 4, 137 nota 11, 367; G. Benadduci, Della signoria di Francesco Sforza nella
Marca..., Tolentino 1892, p. 14; G. Solieri, Le origini e la dominazione degli Sforza a Cotignola,
Bologna 1897; N. Faraglia, Storia della regina Giovanna II d'Angi, Lanciano 1904, passim; C.
Argegni, Condottieri, Capitani, Tribuni, vol. I, Milano 1936, p. 55; S. Fermi, Un ignoto biografo
piacentino di M. A. Sforza: A. de' Minuti, in "Bollettino Storico Piacentino", XXXIX (1944), pp. 3-18;
E. Pontieri, Muzio Attendolo e Francesco Sforza nei conflitti dinastico- civili nel Regno di Napoli, in
Idem, Divagazioni storiche e storiografiche, Napoli 1960, pp. 73-199, discussi con altre fonti da P.
Pieri, Attendolo, Muzio, detto Sforza, e R. Capasso, Attendolo, Lorenzo, entrambi in DBI, vol. 4 (1962),
rispettivamente alle pp. 543-545 e 540-541.
34 Cfr. per questo il volume Industria tessile e commercio internazionale nella Firenze del
tardo medioevo, a cura di H. Hoshino, F. Franceschi e S. Tognetti, Firenze 2001, e la bella monografia
di S. Tognetti, Un'industria di lusso al servizio del grande commercio. Il mercato dei drappi serici e
della seta nella Firenze del Rinascimento, Firenze 2001. Per il contesto delle dinamiche commerciali
del tempo,  importante la messa a punto di G. Ciccaglioni, Il mare a Firenze. Interazioni tra
mutamenti geografici, cambiamenti istituzionali e trasformazioni economiche nella Toscana
fiorentina del
'400, in "Archivio Storico Italiano", 167 (2009), pp. 91-125.
35 Dante, Convivio, IV, III; il poeta tuttavia riconosce un'eccellenza alla nobilt di sangue,
almeno per certe dinastie: dei Malaspina loda il "pregio della borsa e della spada", degli
Aldobrandeschi "l'antico sangue e l'opere leggiadre" ( Purg. , VIII, vv. 121-132, XI, vv. 58-72); cfr. S.
Gasparri, Milites cittadini. Studi sulla cavalleria in Italia, Roma 1992, pp. 85, 112, 123.
36 G. Arnaldi, La maledizione del sangue e la virt delle stelle. Angioini e Capetingi nella
"Commedia"
di Dante, in "La Cultura", 30/1, 2 (1992), pp. 47-74, 185-216.
37 Par. , XV, vv. 139-141.
38 E. Boutaric, La France sous Philippe le Bel, Parigi 1861, p. 55, e nota 7. Il primo caso di
nobilitazione in questo senso fu compiuta da Filippo III l'Ardito per il suo orefice; nel 1295
Filippo quarto concesse a Jean de Taillefontaine di tenere un feudo riservato ai nobili e indossare il
cinturone dei cavalieri, scatenando da parte dei nobili non solo denunce, ma anche la richiesta di
condurre inchieste per limitare le possibili usurpazioni. In seguito, lo stesso Filippo il Bello avrebbe
nobilitato i due banchieri fiorentini Albizzo e Musciatto (detti "Franzesi"), che lo servivano facendo
per lui da tesorieri, e anche Guillaume de Nogaret, coinvolto nel celebre
"schiaffo di Anagni" (Cfr. J. Favier, L'enigma di Filippo il Bello, trad. it., Roma 1982, pp.
32-33, 44-49; M.C. Barber, The Trial of the Templars, Cambridge 20062, pp. 52-53). Sulla cavalleria
come gruppo sociale fornito di un suo orizzonte etico e di una specifica mentalit si vedano F.
Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Firenze 1981 (rist. Bologna 2014), e J. Flori,
L'idologie du glaive. Prhistoire de la chevalerie, Genve 1983; per il contesto urbano, cfr. Gasparri,
Milites cittadini, cit., e J.C. Maire Vigueur, Cavalieri e cittadini. Guerra, conflitti e societ nell'Italia
comunale, Bologna 2010.
39 Purg. , VIII, v. 80.
40 Cfr. G. Salvemini, La dignit cavalleresca nel Comune di Firenze, in Idem, La dignit
cavalleresca nel Comune di Firenze e altri scritti, a cura di E. Sestan, Milano 1972, pp. 99-203.
41 Gasparri, Milites cittadini, cit., p. 120,
42 Sul ruolo della cavalleria e delle sue istituzioni nel mondo comunale italiano, cfr. Maire
Vigueur, Cavalieri e cittadini, cit.; per i rapporti tra dignit cavalleresca con relativi esiti propriamente
civili e istituzioni militari, P. Grillo, Cavalieri e popoli in armi. Le istituzioni militari nell'Italia
medievale, Roma-Bari 2008.
43 Un buon esempio degli episodi che solo superficialmente possono essere indicati come
modello di satira marginale degli usi cavallereschi  quello, riferito dalle Propriet di Mercato Vecchio
di Antonio Pucci, delle parodie delle armeggerie e degli addobbamenti da parte dei
"ribaldi" di Mercato Vecchio tra dicembre e gennaio: cfr. Ricciardi, Col senno, cit., pp. 51-52.
44 Sul ruolo politico di queste feste, e sul rapporto tra propaganda e armi, insiste J. Heers,
L'esilio, la vita politica e la societ nel medioevo, trad. it., Napoli 1997, pp. 132-138.
45 Bartolomeo di Michele del Corazza, Diario fiorentino (1405-1439), a cura di R. Gentile,
Roma 1991, p. 44; altri esempi di questo tipo di feste in Alle bocche della piazza. Diario di anonimo
fiorentino (1382-1401), a cura di A. Molho e F. Sznura, Firenze 1986.
46 Franco Sacchetti, Il Trecentonovelle, CLVII.
47 Si rinvia per questo alle attente e giudiziose considerazioni della Ricciardi, Col senno, cit., p.8.
48 Sulla politica del tempo, essenziale il rimando a Fubini, Quattrocento fiorentino, cit.; pi in
generale, molto utile risulta su vari argomenti Origini dello Stato. Processi di formazione statale in
Italia fra medioevo ed et moderna, a cura di G. Chittolini, A. Molho, P. Schiera, Bologna 1994.
49 Per la strategia del consenso, cfr. R. Ninci, Maso degli Albizzi e la strategia del consenso
(1393-1417), in AA.VV., Scritti in onore di Girolamo Arnaldi, Roma 2001, pp. 355-391.
50 F. Cardini, 1478. La congiura dei Pazzi, in AA.VV., Gli anni di Firenze, Roma-Bari 2009, pp. 19-57, alla p. 21.
51 La polemica sull'interpretazione dell'affresco, e dell'immagine del giovane vestito d'argento
e dalle imperiali calze rosse, non si  mai attenuata: il ritratto realistico del decenne Lorenzo  inserito
tra i personaggi del seguito, mentre il giovane dai tratti perfetti - una maschera? - che incede sul
bianco destriero e al quale una pianta di lauro sembra far da nimbo  stato anche interpretato come il
Genius familiare (sul tema e i suoi usi allegorici, cfr. F. Cardini, La cavalcata d'Oriente. I magi di
Benozzo a palazzo Medici, Roma 1991: ma si tengano presenti anche le obiezioni avanzate da S.
Ronchey, L'enigma di Piero: l'ultimo bizantino e la crociata fantasma nella rivelazione di un grande
quadro, Milano 2010, come pure la lettura di Ventrone, Teatro civile, cit., pp. 208-211).
52 Giovanni Villani, Nuova cronica, VIII, LXXXIX, a cura di G. Porta, Parma 1990, pp.
457-458; sull'importanza di giostre, tornei, armeggerie nella Firenze medievale e primorinascimentale,
e nel pi ampio quadro dello studio storico-antropologico delle feste e dei giochi cittadini, si rinvia al
gi citato lavoro di Ciappelli, Carnevale e Quaresima, cit.
53 Dino Compagni, Cronica, I, XXII, introduzione e commento di D. Cappi, Roma 2013, p.
50; la faida nella sua complessit a livello sociale, politico e istituzionale  esaminata
accuratamente da A. Zorzi, La trasformazione di un quadro politico. Ricerche su politica e giustizia a
Firenze dal comune allo Stato territoriale, Firenze 2008, pp. 93-120.
54 B. Dei, La cronica dall'anno 1400 all'anno 1500, a cura di R. Barducci, prefazione di A.
Molho, Monte Oriolo 1984, pp. 92-93. Benedetto Dei era amico di Luigi Pulci, intellettuale di
spicco nella cerchia del giovane Lorenzo de' Medici; egli sembrava voler proseguire idealmente
l'opera Centiloquio del poeta Antonio Pucci (1310-1388), che aveva messo in terzine la celebre
Cronica di Giovanni Villani; l'ultimo canto, infatti, si intitola Bellezze di Firenze.  Cfr. Delle Poesie di
Antonio Pucci, celebre versificatore fiorentino del MCCC, e prima, della Cronica di Giovanni Villani
ridotta in terza rima, a cura di Ildefonso di San Luigi ("Delizie degli eruditi toscani", tomi III-VI),
Firenze 1722-1725.
55 Al centro del nuovo assetto oligarchico erano gli Albizzi, i Brancacci, i Castellani, gli
Strozzi, i Pazzi, i Capponi, i Lamberteschi, i Peruzzi, i Frescobaldi (famiglie che si erano sostituite a un
gruppo precedente, forte alla fine del secolo XIV, guidato dagli Alberti e dai Ricci). L'esilio (1434), tra
gli altri, di Palla Strozzi, che ne era il ricchissimo e coltissimo leader, ne mut gli equilibri in favore di
Cosimo de' Medici, suo oppositore: cfr. G.A. Brucker, Dal Comune alla Signoria. La vita pubblica a
Firenze nel primo Rinascimento, trad. it., Bologna 1981; L.
De Angelis, La Repubblica di Firenze fra XIV e XV secolo. Istituzioni e lotte politiche nel
nascente stato territoriale fiorentino, Firenze 2009, pp. 11-27; A. Zorzi, L'identit politica di Firenze,
in Dal Giglio al David. Arte civica a Firenze fra medioevo e Rinascimento, catalogo della mostra,
Firenze, Galleria
dell'Accademia (14 maggio-8 dicembre 2013), a cura di M.M. Donato e D. Parenti, Firenze
2013, pp. 34-45.
56 Ventrone, Teatro civile, cit., p. 39.
57 Cfr. A. De La Mare, Cosimo and his Books, in Cosimo "il Vecchio" de' Medici, 1389-1464,
cit.
pp. 115-156.
58 Importante l'incarico nello Studium fiorentino a Giovanni Argiropulo, incaricato di leggere
Aristotele, e la sollecitazione da parte di Cosimo a farne traduzioni e commenti, come anche il ruolo di
Marsilio Ficino in quegli anni e successivamente, durante la maturit di Lorenzo. Cfr.
Vasoli, La cultura laurenziana, cit., pp. 163-165. Non meno significativo l'impulso alla lettura
di opere a carattere didattico-politologico, quali la Ciropedia di Senofonte, autentico manuale di
abilitazione al saggio governo. Queste letture si proponevano in quel monastero camaldolese di Santa
Maria degli Angeli, tra Santa Maria del Fiore e la Santissima Annunziata, dove il Brunelleschi avrebbe
costruito la sua famosa "Rotonda", forse ispirata a quello che i cristiani occidentali chiamavano il
Templum Domini a Gerusalemme, cio alla "Moschea di Umar" (o
"Cupola della Roccia").

NOTE AL CAPITOLO SECONDO.
1 Sul ruolo di Venezia nell'aver copertamente fomentato la cospirazione, servendosi fra l'altro
del condottiero Bartolomeo Colleoni, si veda Ventrone, Teatro civile, cit.
2 Un'ottima panoramica generale in P. Ventrone, Feste e spettacoli nella Firenze di Lorenzo il
Magnifico, in Le tems revient, cit., pp. 21-53, e in R. Pacciani, Immagini, arti e architetture nelle feste
di et laurenziana, ivi, pp. 119-137.
3 Che non era beninteso quello, celebre, che sarebbe stato costruito pi tardi, ma forse lo
"Strozzino" a sud-est di esso: l'edificio, molto liberamente restaurato, ospita oggi il cinema
Odeon. Sul famoso Palazzo Strozzi, voluto da Filippo e avviato nel 1489 su disegno di Giuliano da
Sangallo (o di Benedetto da Maiano) ma sotto la direzione del Cronaca, cfr. R.A.
Goldthwaite, La costruzione della Firenze rinascimentale, cit.
4 Dal punto di vista delle fonti, l'armeggeria del Benci  un caso raramente fortunato: essa ci 
rimasta difatti documentata sia in una memoria in prosa poi pi volte studiata e ristampata, sia in un
poemetto di cinque capitoli in terzine composto dal prete Filippo di Lorenzo Lapaccini, un personaggio
"minore" della cerchia clientelare del Magnifico. Cfr. ASF, Carte Strozziane, 16; edizione in Ricordo
di una giostra fatta in Firenze a d 7 febbraio del 1468 sulla Piazza di S. Croce.
Aggiuntovi la notizia della festa fatta in Firenze la notte di Carnevale da Bartolomeo Benci in
onore della Marietta di Lorenzo Strozzi, a cura di P. Fanfani, Firenze 1964 (cfr. "Il Borghini. Giornale
di filologia e di lettere italiane", II (1864), pp. 475-483, 530-542), ristampata come Nota
dell'armeggeria fatta da Bartolomeo Benci alla Marietta Strozzi, a cura di A. Gherardi per le nozze G.
Paoli, s.n.t., e quindi da P. Gori ne "I centenari del 1898"; questa fonte  ampiamente
sunteggiata in P. Gori, Le feste fiorentine attraverso i secoli, nuova ed., Firenze 1987, pp. 40-41, e
richiamata con finezza da C. Molinari, Spettacoli fiorentini del Quattrocento, Venezia 1961, pp. 17-55.
Il poemetto del Lapaccini  edito sotto il titolo L'armeggeria di Tommaso Benci, in Lirici toscani del
'400, a cura di A. Lanza, vol. II, Firenze 1975, pp. 1-16.
5 Cit. in Gori, Le feste, cit., pp. 40-41.
6 Per tale tema cfr. La notte. Ordine, sicurezza e disciplinamento in et moderna, a cura di M.
Sbriccoli, Firenze 1991.
7 Su tali argomenti, ci limitiamo a rinvii essenziali. Sul Carnevale, cfr. Il Carnevale: dalla
tradizione arcaica alla traduzione colta del Rinascimento. Atti del XIII convegno del Centro studi sul
teatro medioevale e rinascimentale, Roma, 31 maggio-4 giugno 1989, a cura di M. Chiab e E. Doglio,
Viterbo 1990, e C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria a Firenze da 1281 al 1384, in
"Archivio Storico Italiano", 150 (1992), pp. 57-81; Ciappelli, Carnevale e Quaresima, cit.
8 La lettera che narra l'evento, ricordata in I. Del Lungo, La donna fiorentina del buon tempo antico,
Firenze 1906, pp. 200 e 237 sgg.,  stata richiamata da Trexler, Public Life, cit., p. 230.
9 Per Marietta, cfr. L. Fabbri, Alleanza matrimoniale e patriziato nella Firenze del '400. Studio
sulla famiglia Strozzi, Firenze 1991, ad indicem.
10 Trexler, Public life, cit., p. 231.
11 M. Martelli, Nota a Naldo Naldi, Elegiarum, 126 54, in "Interpres", III (1980), pp. 245-254,
la citazione a p. 253.
12 Molto utile in proposito, con preciso riferimento anche all'armeggeria del Benci, l'analisi di
P. Ventrone, Cerimonialit e spettacolo nella festa cavalleresca fiorentina del Quattrocento, in La
civilt del torneo (sec. XII-XVII). Giostre e tornei tra medioevo ed et moderna, a cura di M.V. Baruti
Ceccopieri, Roma 1990, pp. 35-53.
13 L'appartenenza del personaggio a una di queste compagnie si evince dal tipo di costume che
indossa; cfr. E. Garbero Zorzi, Lo spettacolo nel segno dei Medici, in Il Palazzo Medici Riccardi di
Firenze, a cura di G. Cherubini e G. Fanelli, Firenze 1990, p. 201; L. Zorzi, Carpaccio e la rappresentazione di sant'Orsola, Torino 1988, in particolare pp. 56-58.
14 Secondo un sistema di cmputo delle ore del giorno fondato sulle 24 ore, numerate a partire
da quella delle 6 pomeridiane: cio dell'ora d'inizio delle quattro vigiliae, turni di guardia di tre ore
ciascuno, nelle quali si divideva nell'antica Roma il convenzionale tempo delle 12 ore notturne: le 6 del
pomeriggio erano considerate l'ora equinoziale del tramonto. Nella liturgia ecclesiastica delle ore, al
tramonto corrispondeva il "vespro", momento d'inizio del nuovo giorno secondo la tradizione di
origine biblica.
15 Le lance "buse", cio forate, cave all'interno, erano leggere e fragili, adatte per spezzarsi con
grande effetto scenografico durante i tornei e le altre manifestazioni ludiche. Giubbe o corazze fornite
di ali di piume o di cartapesta figuravano sovente nell'abbigliamento cavalleresco di giostre o tornei,
con riferimento angelico e al tempo stesso erotico (gli "eroti" o, appunto,
"amorini"): ne abbiamo testimonianza in certe pitture d'apparato (ad esempio sui cassoni
nuziali). A tale tradizione si riferivano in Polonia, ancora fino al secolo XVIII, le ali sulle spalle delle
corazze del corpo di quelli che, appunto, erano denominati "ussari alati" e che furono protagonisti della
battaglia di Vienna contro gli ottomani il 12 settembre 1683.
16 Si  seguita, seppur con qualche taglio per esigenze di brevit, la trascrizione fornita dal
Gori, Le feste, cit., pp. 42-44: "si partirono dalle loro chase (...) e molto magnificamente, chon tutti e'
fornimenti de' cavagli di seta e tutti i giubboni di brochato d'ariento e chremisi, e ciaschuno
aveva intorno 30 torchi accesi; e chi portava detti torchi erano 30 giovani per ciaschuno giovane, e
ciaschuno de' 30 giovani (...) avevano tutti le chalze a la divisa e' gonnellini della divisa del giovane
che accompagniavano. E ciaschuno di detti giovani aveva anchora attorno alla briglia otto giovani chol
gonnellino di seta della divisa di quello che accompagnavano (...) e cenato a ore tre di notte si partirono
(...) ciaschuno cholla chompagnia che si  detto sopra e tutti insieme; e andarono alla chasa della detta
dama. E cho loro andava un trionfo d'amore portato da pi uomini, alto braccia venti, chomposto detto
trionfo d'aloro, mortina, arcipresso, abeto e schope, chose tutte verdi e chalde, appropriate all'amore.
E, per abreviare, in sulla cima di detto trionfo era un gran quore sanguinante, acieso in fiamme di
fuocho, che del chontinovo ardevano (...). Appresso a questo trionfo (...) erano e' piffari; appresso a
loro due magni cavagli covertati di seta verde; suvi due paggi vestiti a verde a segno di speranza (...).
Apresso a questo era el Signore e Chapitano B. B. (...) chon uno giubone di perle richamato e gioie,
chon due alie alle spalle d'oro e pi altri colori. E intorno a detto Signore erano 15 gentili giovani a pi,
tutti con gonnellini di raso chremisi foderati di ermellino, chon calze pagonaze (...) e oltre a
questo aveva detto signore 150 giovani, tutti vestiti a una sua divisa, cio ghonellini e chalze verdi,
chon Falconi nel petto e drieto d'ariento, che gittavano penne per tutto el ghonellino e'quali 150
giovani ciaschuno aveva un torchio acieso in mano.
E giunti a chasa della dama feciono la mostra. E apresso ciaschuno chorse ritto in sulla sella
secondo uso di armeggieria (...) e ruppono a pi della finestra dov'era detta dama, la quale si mostrava
in mezo a quattro torchi acciesi (...). E fatto questo el trionfo era fermo in sulla piaza
(...). E al signiore fu ispiccate l'alie e gittate in sul trionfo. E in su quel punto era ordinato che al
trionfo si apicasse fuocho (...). E i razi che v'erano su artificiati in modo che pareva che quegli
ispiritegli d'amore (...) gli saetassero".
17 Molti casi di tale iconografia sono citati nel gi citato volume Le tems revient, dove si
troveranno anche esempi di cavalieri in vesti da giostra o d'armeggeria che, a simbolo della loro
condizione di innamorati e quindi della loro immedesimazione nel dio alato Amore, portano ali sul
dorso (si veda in special modo P. Ventrone, I caratteri della cerimonialit cortese, ivi, pp. 147-165).
18 Cfr. Molinari, Spettacoli fiorentini, cit., pp. 16-17.
19 Molte le fonti che indicano il verde come il colore dell'abito portato dai cavalieri novelli (ma
il fatto che si diceva fosse uno dei colori preferiti da Federico II ne faceva anche un "colore
ghibellino", controindicato a Firenze dove appunto verde  il colore del drago demoniaco artigliato
dall'aquila vermiglia nell'insegna di Parte Guelfa). La simbolica dei colori  sempre complessa, come
lo  la valenza simbolica degli alberi sempreverdi nel "trionfo d'amore" del Benci: nella tradizione
pagana il cipresso era sacro ad Attis, il lauro ad Apollo, il mirto a Venere; in quella cristiana il cipresso
era simbolo di continenza, l'abete di fortezza, il lauro di castit, il mirto di umilt (cfr. M. Levi
D'Ancona, The Garden of the Renaissance, Firenze 1978, ad indicem).
20 Per il caso forse pi celebre, cfr. Il Castello d'Amore. Treviso e la civilt cortese, Treviso 1986.
21 Uno studio d'insieme sull'anomia della brigata dev'essere ancora condotto; un eccellente
inquadramento resta comunque l'analisi condotta da A. Zorzi, Rituali di violenza giovanile nelle
societ urbane del tardo Medioevo, in Infanzie. Funzioni del gruppo liminale dal mondo classico
all'et moderna, a cura di O. Niccoli, Firenze 1993, pp. 185-209. Fra le linee di ricerca possibile,
dovrebbero trovar posto anche i comportamenti omosessuali: cfr. per alcuni suggerimenti in tal senso
L. Marcello, Societ maschile e sodomia. Dal declino della "polis" al Principato, in "Archivio Storico
Italiano", 150 (1992), pp. 115-138. Da non dimenticare - last, but not least - il sempre sottinteso
carattere demonico delle cavalcate armate durante la notte, riconducibile al tema del feralis exercitus
(cfr. K. Meisen, La leggenda del cacciatore furioso e della caccia selvaggia, trad. it., Alessandria
2001).
22 Francesco Guicciardini, Storie fiorentine, in Idem, Opere, a cura di V. de Caprariis,
Milano-Napoli 1953, p. 170; A. Rochon, La jeunesse de Laurent de Mdicis (1449-1478), Paris 1963,p.105.
23 Lettere di Piero de' Medici dell'11 e 15 marzo 1466, in ASF, MAP, XX, 138 e 143, in
Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 77-78, 105-106.
24 Guicciardini, Storie fiorentine, cit., p. 170.
25 La lettera  in ASF, MAP, XX, 205. Le trattative dei congiurati si svolsero probabilmente
approfittando del fatto che Lorenzo, tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera di
quell'anno, era lontano da Firenze. Accompagnato dal fedele precettore, l'urbinate Gentile
Becchi, si rec infatti a Roma presso papa Paolo II, dove lo sorprese tra l'altro la notizia della morte di
Francesco Sforza. La cronologia del viaggio  richiamata in Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I
(1460-1474), a cura di R. Fubini, Firenze 1977, p. 18; il 1 aprile Lorenzo era comunque presente
presso la Camera Apostolica per la firma del contratto di concessione esclusiva dell'allume di Tolfa al
banco Medici; cfr. De Roover, Il Banco Medici dalle origini al declino, cit., pp. 218-239, 1988), J.
Delumeau, L'alun de Rome, XVe-XIXe sicles, Paris 1962, pp.
82-84, J. Ait, Dal governo signorile al governo del capitale mercantile: i Monti della Tolfa e 'le
lumere' del papa, in Le monopole de l'alun pontifical  la fin du Moyen ge, in "Mlanges de l'cole
franaise de Rome. Moyen ge", 126/1 (2014), pp. 187-200. Da Roma Lorenzo sarebbe passato a
Napoli per conferire con re Ferdinando.
26 F. Fossati, Spigolature d'archivio, in "Archivio Storico Lombardo", 81/82 (1954-1955), pp.
404-405. I retroscena finanziari e creditizi delle vicende del 1466, che qui sono solo accennati,
varrebbero la pena di approfondite ricerche.
27 Per il viaggio che nel 1465 condusse Lorenzo a Milano, e del quale parleremo tra poco, cfr.
Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 74-77.
28 ASF, MAP, XXIII, 34; Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 106, note 80, 87.
29 Ci accostiamo a chi, per esempio Riccardo Fubini, preferisce per questo nome la lezione
Dietisalvi, altri optano per la forma Diotisalvi.
30 A. D'Addario, Acciaiuoli, Angelo, in DBI, vol. 1 (1960), p. 77, e nello stesso DBI, anche V.
Arrighi, Diotisalvi, Diotisalvi, vol. 40 (1991), pp. 231-234, e L. Bninger, Pitti, Luca di
Buonaccorso, vol. 84 (2015), pp. 309-310. Per la presentazione prosopografica dei congiurati nel loro
complesso, si pu ancora ricorrere alla pur vetusta ricerca di A. Municchi, La fazione antimedicea detta
"del Poggio" , Firenze 1911.
31 La lettera di Jacopo  in ASF, MAP, LXVIII, 72; il biglietto di re Ferdinando  pubblicato in
E. Pontieri, La dinastia aragonese di Napoli e la casa de' Medici di Firenze (dal carteggio familiare), in
"Archivio Storico per le Province Napoletane", 26 (1940), pp. 274-341; ma cfr. anche ivi, 27
(1941), pp. 217-45 e 287, il richiamo in Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., p. 19).
L'argomento  seguito con attenzione nell'ariosa, divertente biografia laurenziana proposta da
G. Busi, Lorenzo de' Medici. Una vita da Magnifico, Milano 2016.
32 Sull'abboccamento tra Ferdinando e Lorenzo cfr. la lettera che quest'ultimo puntualmente
scrisse al padre il giorno dopo, da Capua (Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., 19.4.1466, n.
9, pp. 18-20).
33 Il Pontieri avrebbe rifuso i suoi dati relativi al rapporto tra il re e i Medici nella sua nota,
fortunata raccolta di studi ferdinandei: E. Pontieri, Per la storia del regno di Ferrante I d'Aragona re
di Napoli. Studi e ricerche, Napoli 19692. All'incontro tra Ferdinando e Lorenzo a Nola era presente
anche Gentile Becchi, che del viaggio di Lorenzo tra Roma e Napoli riferisce in due lettere spedite a
Piero l'11 e il 14 aprile (ASF, MAP, XVI, rispettivamente 194 e 191).
34 Lo conferma la lettera del 9 giugno 1466 (Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., n. 10, pp.
21-22), nella quale Lorenzo assicura i duchi di Milano che una "giorna" (sopraveste militare)
adorna della divisa sforzesca del cane sotto il pino era regolarmente arrivata a Firenze, in tempo per le
nozze, celebrate l'8 giugno, tra sua sorella Lucrezia ("Nannina") e Bernardo Rucellai.
35 Sul ruolo di Lorenzo in quel frangente cfr. la cronaca di Marco Parenti, Ricordi storici
1464-1467, a cura di M. Doni Garfagnini, Roma 2001; ma cfr. anche F.W. Kent, The Young Lorenzo,
1449-1469, in Lorenzo the Magnificent. Culture and Politics, a cura di M.Mallett e N. Mann, London
1996, pp. 1-22.
36 Archivio di stato di Milano (da qui in poi ASM), Firenze, 272, cit. da Rochon, La jeunesse
de Laurent, cit., p. 85, e da Ventrone, Teatro civile, cit., p. 216, nota 430.
37 Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini dal 1282 al 1460, con la continuazione di
Alamanno e Neri suoi figli fino al 1506, a cura di G. Aiazzi, Firenze 1840, p. CIV; Guicciardini, Storie
fiorentine, cit., p. 171.
38 Hyeronimus de Bursellis, Cronica gestorum ac factorum memorabilium civitatis Bononiae
ab urbe condita ad a. 1497 ("Rerum Italicarum Scriptores", 2a ed., XXIII, 2), a cura di A. Sorbelli,
Bologna 1911-1929, p. 99.
39 L. Landucci, Diario fiorentino dal 1450 al 1516, continuato da un anonimo fino al 1542, a
cura di J. Del Badia, prefazione di A. Lanza, Firenze 1883, p. 9.
40 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 111, nota 153. Il duca di Modena  Borso d'Este,
marchese di Ferrara, che nel 1452 aveva ottenuto dall'imperatore Federico III quello ducale su Modena
e Reggio Emilia; avrebbe assunto anche il titolo ducale di Ferrara solo nel 1471.
41 ASM, Firenze, 272, citato e discusso in Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 111, nota
142.
42 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 82-84; Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp.
52-54.
43 Benedetto Dei attesta che a Istanbul il sultano Mehmet II convoc quattro mercanti fiorentini
per avere pi chiare informazioni a proposito della guerra che i fuorusciti appoggiati dal Colleoni
intendevano muovere contro i Medici; fra questi mercanti c'era anche Niccol Ardinghelli, marito di
Lucrezia Donati, che aveva con il sultano una discreta frequentazione (cfr. Dei, La cronica, cit., p.
164).
44 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., n. 11, 19.9.1467, pp. 23-24; Y. Maguire, The
Women of the Medici, trad. ingl., London 1927, p. 27.
45 ASF, MAP, XXI, 100; Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 114, nota 181.

NOTE AL CAPITOLO TERZO.
1 Dino Compagni, Cronica, I, XXII, cit., p. 50. Sulla complessa vicenda della faida e le sue
profonde conseguenze per la storia fiorentina, oltre al gi citato contributo di Zorzi, La trasformazione
di un quadro politico, cit., pp. 57-144, passim, rimandiamo al bel libro di F. Bruni, La citt divisa. Le
parti e il bene comune da Dante a Guicciardini, Bologna 2003. Per un inquadramento generale del
fenomeno  utile anche Heers, L'esilio, la vita politica, cit., per quanto la sua trattazione si arresti alla
vigilia del periodo che qui c'interessa.
2 Alessandra intratteneva rapporti cordiali con persone ostili ai Medici, ma si rendeva conto che
era prudente mantenere nascosto qualunque sentimento contro la famiglia egemone perch, come
scriveva al figlio, "chi sta co' Medici sempre ha fatto bene"; cfr. Alessandra Macinghi degli Strozzi,
Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli, a cura di C. Guasti, Firenze 1977,
pp. 255, 256. Usiamo questa edizione per nostra comodit, ma ne esiste una pi recente anche in
Tempo di affetti e di mercanti, a cura di A. Bianchini, Milano 1987.
3 "Pure Giovanni Rucellai fu il chieditore a Piero; e forse Lorenzo suo vi s'adoper per fare
quello a piacere alla suo' dama e donna di Niccol, perch ne facci a lui; che ispesso la vede!
Hanno isperanza che ancora aranno grazia, e non passer molto tempo (...)" (Macinghi Strozzi,
Lettere, cit., n. 44, 29.3.1465, p. 386). Il Guasti nel suo commento, p. 388, parla di una Lucrezia non
gi Donati bens Gondi come moglie dell'Ardinghelli, sulla base di "un albero genealogico da me
veduto": ma ammette "non trovo in altri memoria".
4 "Niccol Ardinghelli mena domani la donna, ch' gran festa. Ma dipoi mi penso sar il
contradio, ch n'andr in Levante (...)" (ivi, n. 45, 20.4.1465, p. 396); e ancora (n. 46, 26.5.1465, p.
408): "Di Niccol Ardinghelli non  da ragionare, ch' tirato in Levante, e la moglie  rimasa qua,
molto bella (...)".
5 Ivi, n. 68, 7.2.1465, p. 575 (ma vige il computo fiorentino, stile dell'Annunciazione con inizio
dell'anno il giorno 25 marzo: dunque secondo il nostro sistema la data indicata appartiene al 1466). Per
tutto il bouquet di queste preziose lettere di madonna Alessandra - un mixage d'interessanti
osservazioni politiche, di cronaca mondana, di faccende domestiche e di maliziose insinuazioni da far
invidia a Madame la Marquise de Sevign -, cfr. anche Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 129,
nota 355 e p. 131, nota 379; Ch. Dempsey, Lorenzo's ombra, in Lorenzo il Magnifico e il suo mondo,
cit., pp. 341-355, alla p. 342. Per Lucrezia, che alla "portata"
d'imposta di Manno Donati del 1458, quartiere di San Giovanni, gonfalone Vaio, figura
undicenne (dovrebbe perci essere nata nel 1447: ASF, Catasto, 893, c.137r), cfr. le circostanze del
primo incontro in M. Martelli, Letteratura fiorentina del Quattrocento. Il filtro degli Anni Sessanta,
Firenze 1996, pp. 72-76. Sulla data delle sue nozze con l'Ardinghelli, cfr. Macinghi degli Strozzi,
Lettere, cit., n. 45, 20.4.1465, p. 396, richiamata supra.
6 "Potes iure istos pauculos dies quos a curis vacuos agis lucro apponere", in A. Campana, Per
il carteggio del Poliziano, in "La Rinascita", VI, 34 (1943), pp. 467-469, in Rochon, La jeunesse de
Laurent, cit., p. 133, nota 391.
7 Cfr. le rapsodiche, ma fini osservazioni di P. Boitani, Letteratura europea e Medioevo
volgare, Bologna 2007, ad indicem, s.v.  Petrarca, Francesco, che tuttavia si arresta praticamente al
Trecento pur contenendo stimoli e spunti fino all'attualit (Borges, Eliot, Pound ecc.).
8 La lettera del Ventura (ASF, MAP, XXI, 139)  del 27 agosto 1468, in Rochon, La jeunesse
de Laurent, cit., pp. 96, 132, nota 386, e cfr. anche Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 72. Il mercante
Giovanfrancesco, personaggio estroverso e intraprendente con l'altro sesso, era uno dei pi intimi
amici di Lorenzo, il che spiega bene il tono di questa missiva; nel 1462 aveva sposato Antonia di
Antonio de' Pazzi; pi tardi il Magnifico gli avrebbe indirizzato uno scritto poetico per consolarlo per
la morte di una sua figlia (Lorenzo de' Medici, Rime spirituali. La rappresentazione di san Giovanni e
Paulo, a cura di B. Toscani, Roma 2000, pp. 27-34).
9 Ippolita (1445-1484), sorella di Galeazzo Maria, spos il 19 maggio Alfonso d'Aragona duca
di Calabria (1448-1495), figlio e principe ereditario di Ferdinando re di Napoli: le nozze, che sancivano
l'alleanza tra due grandi potenze politiche e militari italiane, erano un avvenimento diplomatico della
massima importanza. Alla cerimonia, Lorenzo partecip in compagnia di suo cognato Guglielmo Pazzi
(1437-1516), marito della sorella Bianca. Il viaggio di Lorenzo tocc Bologna e Ferrara da dove - per
la via del Po e quindi del mare - egli giunse il 4 maggio a Venezia, accolto con comprensibile
freddezza dal doge Cristoforo Moro (la Serenissima non perdonava ai fiorentini, cio in sostanza a casa
Medici, il "rovesciamento delle alleanze" che li aveva condotti ad abbandonare la sua amicizia per
scegliere quella milanese); quindi pass a Verona per arrivare a Milano tra 8 e 9 maggio. Per questo
viaggio e le connesse questioni sia cronologiche, sia politiche, cfr. Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., n. 7, 17.5.1465, pp. 14-
16.
10 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 132, nota 380.
11 Caritatevole decifrazione per i pi pigri: "ha uno cazzo che pare uno corno di bue".
12 Si veda per esempio la lettera scritta dal Becchi il 26 settembre 1466, ASF, MAP, XXX, 339,
discussa e riportata (con alcuni errori) in Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 128, nota 346, e con
maggior esattezza da M. Martelli, Il "Giacoppo" di Lorenzo, in "Interpres", 7 (1987), pp. 103-124. Per
il Becchi: N. Marcelli, Il poeta, il vescovo, l'uomo, Firenze 2015.
13 De Roover, Il Banco Medici dalle origini al declino, cit.; Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I,
cit., pp. 184-185, discusso in M.M. Bullard, In Pursuit of "honore et utile" , in Lorenzo il Magnifico e
il suo mondo, cit., pp. 125-126.
14 ASF, MAP, XVI, 194.
15 Queste opere d'arte formarono il secondo nucleo della collezione Medici, quello presente nel
giardino di San Marco che sembra dovuto a un'idea di Lorenzo; scrive il Vasari che il giardino voleva
essere una scuola e un'officina di giovani artisti dalla quale, anni dopo, sarebbe passato anche
Michelangelo. Cfr. L. Beschi, Le sculture antiche di Lorenzo il Magnifico, in Lorenzo il Magnifico e il
suo mondo, cit., pp. 291-317. La letteratura sull'argomento  sterminata: non potendone fornire un
ragguaglio analitico adeguato, rimandiamo a "Per bellezza, per studio, per piacere". Lorenzo il
Magnifico e gli spazi dell'arte, a cura di F. Borsi, Firenze 1991.
16 Canzoniere di Lorenzo de' Medici, a cura di T. Zanato, Firenze 1991, 24.
17 Luigi Pulci, Opere minori, a cura di P. Orvieto, Milano 1986, pp. 44-50; Ch. Dempsey,
Lorenzo's ombra, cit., pp. 341-344.
18 ASF, MAP, XX, 135.
19 ASF, MAP, XXIII, 19.
20 ASF, MAP, XX, 208.
21 Il duca mor l'8 marzo del 1466, affidando il ducato in reggenza alla moglie Bianca Maria e
al figlio Galeazzo Maria, che per in quel momento si trovava in Francia per appoggiare re Luigi XI
nella guerra contro la cosiddetta "Lega del Bene Pubblico" che faceva capo a Carlo di Charolais, il
futuro Carlo il Temerario duca di Borgogna; il conflitto si era per la verit concluso nell'ottobre, ma lo
Sforza era rimasto in Francia e fu costretto a tornare a marce forzate, affrontando un viaggio ricco di
colpi di scena.
22 Lettera di Piero a Lorenzo del 15 marzo, ASF, MAP, XX, 142, righe 1-2, 11-14; ma si veda
anche quella di Gentile Becchi a Lorenzo dell'11 aprile (ivi, XVI, 194), in Rochon, La jeunesse de
Laurent, cit., p. 105, nota 72, e p. 107, note 93, 94.
23 ASF, MAP, XX, 126; XXII, 16.
24 Ne abbiamo gi parlato ampiamente: cfr. Macinghi degli Strozzi, Lettere, cit., p. 575;
Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 131, nota 379.
25 Da una lettera di Alberto Alberti a Giovanni de' Medici del 1444 sappiamo per che a Roma
le celebrazioni penitenziali durante la Quaresima, dette "perdonanze", erano moltissime e offrivano la
rara possibilit di vedere le donne dell'Urbe, belle quanto occultate agli sguardi maschili; cfr. Rochon,
La jeunesse de Laurent, cit., p. 136, nota 431.
26 ASF, MAP, LXI, 23.
27 Cit. in Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 107, nota 92.
28 S. Simoncini, Guarnieri, Stefano, in DBI, vol. 60 (2003), pp. 440-443.
29 Per la genealogia malatestiana, F. Severi, La dinastia dei Malatesta in 500 anni di storia,
s.l., s.d.
30 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 210-211; il Giovanni qui ricordato  il Tornabuoni.
31 ASF, MAP, XVI, 194.
32 K. Eubel, Hierarchia Catholica Medii Aevi, vol. II, Monasterii 1914, p. 14; E. Psztor,
Ammannati, Iacopo, in DBI, vol. 2 (1960), pp. 802-803; per i testi del suo voluminoso epistolario si
veda Iacopo Ammannati Piccolomini , Lettere (1444-1479), a cura di P. Cherubini, 3 voll., Roma 1997.
33 Sull'Estouteville, Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., p. 8; sul Dati, canonico di
Firenze e umanista devoto ai Medici, cfr.: F. Flamini, Leonardo di Piero Dati, poeta latino del secolo
XV, in
"Giornale Storico della Letteratura Italiana" (1890), XVI, pp. 1-107; L. von Pastor, Storia dei
papi, trad. it., vol. II, Roma 1911, p. 352; Th. Frenz, Die Kanzlei der Ppste der Hochrenaissance
(1471-1527), Tbingen 1986, pp. 220-223, 397; P. Viti, Dati, Leonardo, in DBI, vol. 33 (1987), pp.
44-52.
34 Cfr. W. von Hofmann, Forschungen zur G eschichte der Kurialen Behrden von Schisma
zur Reformation, vol. II, Rom 1914, pp. 122-123; H. Bresslau, Manuale di Diplomatica per la
Germania e l'Italia, trad. it. di A.M. Voci Roth, Roma 1998, pp. 279-286; G. Gualdo, Pietro da Noceto
e l'evoluzione della Segreteria papale al tempo di Niccol V (1447-1455), in Offices et papaut
(XIVe-XVIIe sicle). Charges, hommes, destins, a cura di A. Jamme e O. Poncet, Rome 2005, pp.
793-804; Th. Frenz, I documenti pontifici nel Medioevo e nell'et moderna, 2a ed. it. a cura di S.
Pagano, Citt del Vaticano 1998 (rist. 2008), pp. 65-66. Vedremo infatti che in seguito, durante la
guerra pubblicistica scoppiata tra Sisto IV e Lorenzo dopo la congiura dei Pazzi, alcuni testi cruciali
dell'offensiva pontificia saranno curati dal principale segretario del papa, il potente Leonardo Griffi
(cfr. "Se si salva lui, tutto si salva". La congiura dei Pazzi: i documenti del conflitto fra Lorenzo de'
Medici e Sisto IV. Le bolle di scomunica, la "Florentina Synodus"  e la "Dissensio" insorta tra la
Santit del Papa e i Fiorentini, a cura di T. Daniels, Firenze 2013, ad esempio pp. 28, 84, 101).
35 Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit. pp. 8, 72; L. Labowsky, Bessarione, in DBI, vol. 9
(1967), pp. 686-696.
36 Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., pp. 8, 9, 65, 66, 73.
37 Ivi, pp. 17, 188.
38 D. Hay, Eugenio IV, in Enciclopedia dei papi, vol. II, Roma 2000, pp. 634-640; E. Plebani,
Una fuga programmata. Eugenio IV e Firenze (1433-1434), in "Archivio Storico Italiano", 170
(2012), pp. 285-310; Eadem, La "fuga" da Roma di Eugenio IV e la Repubblica Romana del
1434: questioni economiche, conflitti politici e crisi conciliare, in Congiure e conflitti. L'affermazione
della signoria pontificia su Roma nel Rinascimento. Politica, economia e cultura, a cura di M. Chiab,
Roma 2014, pp. 89-108. Il palazzo di Michelozzo fu iniziato nel 1444 e terminato prima del 1462, per
quanto le opere di completamento si prolungassero fino al 1543 (cfr. Il Palazzo Medici Riccardi di
Firenze, cit.).
39 A. Modigliani, Paolo II, in Enciclopedia dei papi, cit., vol. II, pp. 685-701, alle pp. 686-687.
40 Lettera da Firenze, 21 aprile 1466, ASF, MAP, XX, 208.
41 Specialmente nel Canzoniere, la finzione poetica si fonde cos intensamente con
l'ispirazione personale, derivante dalla vita vissuta, che diventa praticamente impossibile separare i due
temi; per questo vari storici credono che anche la relazione con Lucrezia Donati fosse in realt un topos
letterario motivato dalla celebre bellezza di lei, che ne faceva la donna ideale da cantare, insomma una
novella Laura (cfr. Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 94-97, 139-160).
42 ASF, MAP, CVI, 50, 28.3.1467, edita da F. Pezzarossa, I poemetti sacri di Lucrezia
Tornabuoni, Firenze 1978, pp. 22-23, e quindi in Lucrezia Tornabuoni, Lettere, a cura di P. Salvadori,
Firenze 1993, pp. 62-63; al passo da noi citato segue, nella lettera, una piuttosto lunga enumerazione
dei titoli e dei possessi della famiglia Orsini. Oltre che epistolografa, Lucrezia era anche rimatrice
d'argomento religioso: cfr. Pezzarossa, I poemetti sacri, cit., part. le Note biografiche, pp. 7-19. Sulla
personalit di madonna Lucrezia cfr. E. Micheletti, Le donne dei Medici, Firenze 1983; M.G. Pernis -
L. Schneider Adams, Lucrezia Tornabuoni de' Medici and the Medici Family in the Fifteenth Century,
New York-Bern-Frankfurt a.M. 2006; per i rapporti tra l'energica madre e l'illustre figlio, F.W. Kent,
Sainted Mother, Magnificent Son. Lucrezia Tornabuoni and Lorenzo de' Medici, in Idem, Princely
Citizen. Lorenzo de' Medici and Renaissance Florence, a cura di C. James, Turnhout 2013.
43 C. Guasti, Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero de' Medici ed altre lettere di vari
concernenti al matrimonio di Lorenzo il Magnifico con Clarice Orsini, Firenze 1859, n. II, p. 11;
Lucrezia Tornabuoni, Lettere, cit., p. 64.
44 Guasti, Tre lettere, cit., n. III, p. 11; Lucrezia Tornabuoni, Lettere, cit., p. 65 .
45 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 136, nota 425.
46 Lettera di Filippo de' Medici arcivescovo di Pisa a Piero del 27 novembre 1468, in Guasti,
Tre lettere, cit., p. 13.
47 Il re di Francia concesse graziosamente ai Medici di caricare del suo emblema una delle sei
palle che ormai costituivano il loro stemma. La notizia risale a Lorenzo stesso: Ricordi del Magnifico
Lorenzo di Piero de' Medici, ricavati da due fogli scritti di sua mano, estratti da due codici della
pubblica libreria magliabechiana, in W. Roscoe, Vita di Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, trad.
it., vol. I, Pisa 1816, p. XVII. Cfr. la generosa fatica erudita di R. Brogan, A Signature of Power and
Patronage: the Medici Coat of Arms, 1299-1491, Ann Arbor 1978, e l'agile, aggiornata sintesi di L.
Ricciardi, Simboli medicei: "Palle" e imprese nel Quattrocento, a complemento di Cardini, I
Re magi di Benozzo a Palazzo Medici, Firenze 2001, p. 69 (con bella prefazione di C. Acidini
Luchinat).
Per la simbologia religiosa sottesa all'araldica dei sovrani capetingi si veda M. Pastoureau, Un
fiore per il re. Per una storia medievale del giglio di Francia, in Idem, Medioevo simbolico, trad. it.,
Roma-Bari 2005, pp. 87-98.
48 Inf. , XIX, 70-71.
49 V. Arrighi, Orsini, Clarice, in DBI, vol. 79 (2013), pp. 633-636.
50 Ritratto oggi conservato alla National Gallery of Ireland, Dublino.
51 Guasti, Tre lettere, cit., p. 16.


NOTE AL CAPITOLO QUARTO.

1 Cfr. a livello antropologico, Orsi e sciamani. Bears and Shamans, a cura di M.G. Roselli,
Firenze 2007; a livello storico, l' incontournable M. Pastoureau, L'orso. Storia di un re decaduto, trad.
it., Torino 2007.
2 Per Nicol III Orsini, "figliuol de l'orsa", cfr. A. Paravicini Bagliani, Il bestiario del papa,
Torino 2016, ad indicem. Sugli Orsini fra Quattro e Cinquecento, C. Shaw, The Political Role of the
Orsinis Family from Sixtus IV to Clement VII, Roma 2007.
3 Il "bisante"  in araldica una figura a forma di disco, di solito aureo oppure argenteo: lo si
ritrova come "seme" di "danari" nel gioco dei tarocchi.
4 In realt sembra che anche in quell'illustre caso si tratti di una sorta di "arme parlante", basata
sull'intercambiabilit delle consonanti labiali B/V e sull'analogia Biscia/Bisconti/Visconti.  La
"vipera, che 'l Melanese accampa" sarebbe di fatto il Biscione.
5 Lettera di Piero del 4 maggio 1465, scritta nel contesto della visita di Lorenzo a Milano, al
posto di suo padre, al quale la malattia impediva ormai i lunghi e faticosi viaggi ma che, al tempo
stesso, voleva in tal modo gi presentarlo al principale alleato politico di Firenze, lo Sforza, come
proprio erede ufficiale: cfr. Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 103, nota 47.
6 Cfr. G. Pampaloni, I Tornaquinci, poi Tornabuoni, fino ai primi del Cinquecento, in
"Archivio Storico Italiano", 126 (1968), pp. 331-362.
7 Giovanni era nato l'11 dicembre 1475; Lorenzo aveva avviato le trattative per spianare al suo
secondogenito maschio sopravvissuto - visto che il primo, Piero, avrebbe dovuto succedergli -
la strada della carriera ecclesiastica fin da quando all'ostile Sisto IV era succeduto sul soglio
pontificio, il 12 agosto 1484, il genovese Giovan Battista Cybo, che aveva assunto il nome di
Innocenzo VIII. Le trattative con il nuovo papa si erano interrotte quando, durante la "guerra dei
baroni", la repubblica di Firenze si era schierata contro il pontefice al fianco di re Ferdinando di
Napoli; ma erano riprese con maggior intensit dopo. Pur di assicurar la porpora cardinalizia a
Giovanni, il Magnifico si era acconciato ad accordare al figlio del papa, l'alquanto malfamato
Francesco ("Franceschetto") Cybo - oltretutto ormai quarantenne - la mano della sua giovanissima
figlia Maddalena, non ancora quattordicenne. Dopo la firma del contratto nuziale, siglato a Roma il 25
febbraio 1487, Giovanni - gi protonotaro apostolico - si vide concedere dal papa nientemeno che
l'abbazia di Montecassino; giunse quindi, il 9 marzo 1489, la sua nomina - sia pur solo in pectore - a
cardinale diacono di Santa Maria in Domnica (cfr.
Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., p. 21; si veda la lettera del Pandolfini a Lorenzo il 28
marzo 1487, cfr. ASF, MAP, LIII, 55, in Bullard, In Pursuit of "honore et utile" , cit., p. 131,
nota 27).
8 Com'egli scrisse a Giovanni Lanfredini l'11 marzo 1489, quando il sogno di vedere il figlio
cardinale si era avverato da appena due giorni: ma l'idea era stata gi espressa in favore del fratello
Giuliano fino da un documento del 2 dicembre 1472, a Jacopo Ammannati (cfr.Lorenzo de Medici, Scritti scelti, a cura di E. Bigi, Torino 1977, p. 663, e Idem, Lettere, vol. I,cit., n. 121, 2.12.1472, p. 413; Kent, "Lorenzo..., amico" , cit., p. 44).
9 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 115, nota 198.
10 Lettera del 30 giugno 1469, ivi, p. 115, nota 197 (tra la valutazione di Lorenzo e quella del
Sacramoro c' la sostanziosa differenza di 500 ducati: a meno che Sacramoro non consideri
esclusivamente la collana, che potrebbe ben valere da sola la cifra mancante nella sua valutazione per
arrivare al valore dichiarato da Lorenzo). Anche in quell'occasione Lorenzo, il quale raggiunse Milano
percorrendo la Toscana occidentale (e visitando la vicina Lucca, che non rientrava nel novero delle
citt delle quali Firenze era la dominante) fino a Pontremoli sulla Francigena, era accompagnato dal
fedele Becchi. Nel viaggio a Milano c'era un sottinteso diplomatico: la "guerra di Rimini" che
opponeva papa Paolo II, appoggiato dai suoi concittadini veneziani, a Roberto Malatesta, il quale
contava sui suoi vecchi amici fiorentini e milanesi.
11 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 19-20.
12 Primogenita fu Lucrezia (1470-1553, sposata nel 1486 con Jacopo Salviati); dopo Lucrezia
madonna Clarice ebbe nel 1471 un parto gemellare, ma i piccoli morirono subito; segu Piero
(1472-1503, che lasci Firenze nel 1494); quindi Maddalena (1473-1519, sposa a Franceschetto Cybo);
poi Contessina Beatrice, nata e morta nel 1474; Giovanni (1475-1521, papa Leone X); ancora Luigia o
Luisa (1477-1488: era promessa sposa a Giovanni il Popolano, del ramo mediceo cadetto in quanto
originato da Lorenzo fratello minore di Cosimo il Vecchio); quindi Contessina (1478-1515, sposa a
Piero Ridolfi); infine Giuliano (1479-1516, sposo di Filiberta di Savoia; un suo figlio illegittimo,
Ippolito, sarebbe divenuto cardinale).
13 Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., p. 154. A giudicarne il carattere dalla
corrispondenza, egli sembrerebbe un personaggio ambizioso e intrigante, inadatto quindi alla cura
d'anime; ad ogni modo, gi dal 1473 l'arcidiocesi di Firenze era affidata a titolari non residenti, e
Rinaldo assolse la funzione per cui era stato elevato. Lorenzo lo avrebbe ampiamente utilizzato nei suoi
negoziati con la Santa Sede, specie per l'importante alleanza matrimoniale che vide la figlia Maddalena
andar sposa a Franceschetto Cybo: cfr. Guasti, Tre lettere, cit., pp. 15-16; Bullard, In Pursuit of
"honore et utile" , cit., pp. 127-128, 131, 133-134; Vasoli, La cultura laurenziana, cit., p.156.
14 Lettera del 28 marzo 1467, in ASF, MAP, CVI, 55, in Guasti, Tre lettere, cit., pp. 9-10, e in
Lucrezia Tornabuoni, Lettere, cit., pp. 62-63.
15 V. Arrighi, Orsini, Clarice, in DBI, vol. 79 (2013), p. 633.
16 Le ricerche storiche possono risalire con certezza alla figura di Aldobrandino Orsini, nato da
Bobo Romanus de Ursinis, capo della nobile e potente famiglia dei Boboni vissuta a Roma nella
seconda met del secolo XII; cfr. G. Nicolai, Bobone, in DBI, vol. 10 (1968), pp. 815-816, e nello
stesso DBI, anche P. Silanos, Orsini, Aldobrandino, 79 (2013), pp. 613-615. Per la secolare storia della
famiglia, cfr. S. Carocci, Baroni di Roma: dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e
nel primo Trecento, Roma 1993, e F. Allegrezza, Organizzazione del potere e dinamiche familiari. Gli
Orsini dal Duecento agli inizi del Quattrocento, Roma 1998.
17 B. Pio, Orsini, Giacomo, e C.S. Celenza, Orsini, Giordano, entrambi in DBI, vol. 79 (2013),pp. 656-657 e 657-662.
18 E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, vol. IV, Firenze 1841, p.275.
19 Cos riferiscono Tolomeo da Lucca e Giovanni di Viktrig, coevi: cfr. A. Paravicini Bagliani,
Bonifacio VIII, Torino 2003, pp. 363-364.
20 Latino Orsini, zio di Clarice in quanto fratello di sua madre Maddalena, era cardinale
vescovo dell'importante sede suburbicaria di Albano ma anche arciprete della basilica lateranense e
titolare di svariati altri benefici minori, ognuno dei quali gli arrecava rendite e potere. Si trattava di un
veterano della Curia e del Sacro Collegio, dal momento che aveva ricevuto la porpora da papa Nicol
V gi nel concistoro del 20 dicembre 1448, ottenendo il titolo presbiterale di San Giovanni e Paolo. Gi
da prima, gli Orsini si erano saldamente impadroniti della cattedra arcivescovile di Trani, una delle
maggiori nel regno di Napoli, che rendeva la bellezza di 1000 fiorini annui, e ne avevano fatto per cos
dire un valido "trampolino di lancio" verso il Sacro Collegio. Quel lucroso ufficio ecclesiastico era
caduto in mano loro gi dall'8 giugno 1439, quando Latino era subentrato al napoletano Iacopo Barrili
de' Bianchi, deceduto l'anno precedente: si era trattato di un bel salto di qualit, poich egli veniva
dalla sede vescovile di Conza che gli rendeva appena 200 fiorini. Una volta divenuto cardinale, Latino
aveva conservato comunque anche la cattedra episcopale di Trani per due anni fin quando, il 23
dicembre 1450, gli era succeduto il nipote Giovanni, gi abate di Farfa. Quello stesso giorno,
Latino aveva ottenuto in commenda anche la sede arcivescovile di Urbino, che non gli fruttava molto
(300 fiorini) ma che doveva possedere un certo significato politico e strategico poich solo pochi anni
prima Eugenio IV aveva eretto la citt e il suo territorio in ducato (affidato a Oddantonio da
Montefeltro, gi vicario apostolico in temporalibus) per creare uno stato-cuscinetto che arginasse
possibili tentativi di espansione degli Sforza nelle Marche. Il periodo episcopale di Latino, apertosi
durante il governo di Federico da Montefeltro, sarebbe durato per quasi due anni, fino all'11 settembre
1452. Quando poi Giovanni Orsini era divenuto arcivescovo di Trani l'ufficio di abate di Farfa, da lui
tenuto sino a quel momento, era passato al congiunto Cosma Orsini, il quale sarebbe poi divenuto
cardinale prete di San Sisto nel 1480, mentre un altro parente, quel Giovanni Battista che avrebbe a sua
volta conseguito la porpora nel 1483, aveva invece percorso una prestigiosa carriera interna alla Curia
da protonotaro apostolico al cardinalato. Dottore in legge, canonico del Laterano, referendario,
Giovanni Battista era solo il pi in vista fra gli Orsini impiegati negli uffici della Curia; accanto a lui
troviamo Aldobrandino figlio di Nicola conte di Pitigliano e poi un C. de Ursinis protonotaro, Onofrio
di Giovanni che fu segretario papale, Marino dottore in legge che fu notaio apostolico e poi vescovo di
Canne prima di esser promosso a vescovo di Palermo e di Taranto ma anche referendario e auditor
causaurum contradictarum, cio giudice nel pi strategico e indaffarato dei tribunali di Curia. E va
ancora ricordato Orso, dottore in legge nonch vescovo di Tricarico e poi di Teano, quindi anch'egli
referendario; infine Rinaldo Orsini, il fratello di Clarice. Cfr.
Archivio Segreto Vaticano (da qui in poi ASV), Registri Lateranensi, 1, f. 307, anno X del
pontificato di Martino V; Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., p. 492. Ch. Thomaspoeg, Orsini,
Giovan Battista, in DBI, vol. 79 (2013), pp. 662-664, e ivi anche P. Pavan, Orsini, Latino, pp. 666-667,
e A. Falcioni, Oddantonio da Montefeltro, pp. 105-107.
21 In tale periodo il legame di parentela tra Medici e Orsini avrebbe addirittura potuto
danneggiare i membri della famiglia romana presenti in Curia. Ma le nomine curiali rispondevano a
logiche e a strategie "di lungo corso", e alcune di esse potevano venir accordate
a gente di casa Orsini proprio per allontanare la famiglia da quella di Lorenzo; oppure, pi tardi,
a titolo di riconciliazione.
22 S. Camilli, Orsini d'Aragona, Gentile Virginio, in DBI, vol. 79 (2013), pp. 688-691; un altro
Orso Orsini condottiero  censito ibidem da G. Vitale, Orsini, Orso di Gentile, pp. 688-691.
23 Il termine "assoldato/soldato" avrebbe invece, fra Due e Cinquecento, conosciuto
un'avventura semantica decisamente nobilitante.
24 "Ventura", in francese adventure, era nei romanzi cavallereschi il termine che qualificava la
"via del cavaliere" che, accettando la volont di Dio e/o il fato, si pone in viaggio affidandosi
quasi passivamente agli incontri e agli eventi nei quali gli capiter d'imbattersi. "Compagnia di
ventura" e "venturieri" erano quindi a loro volta epiteti eufemistici per indicare i sodalizi di
combattenti mercenari.
25 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 51-52.
26 Lettera del 15 giugno 1466, ASF, MAP, Filza 17, doc. 484, citato e discusso in Rochon, La
jeunesse de Laurent, cit., p. 110, nota 134; Frenz, Die Kanzlei, cit., n. 2168, p. 450. Nella missiva si
allude con tutta probabilit a Luca Pitti.
27 Forse  lo stesso personaggio per il quale cfr. I. Gagliardi, Maffei, Timoteo, in DBI, vol. 67
(2006), pp. 263-266.
28 Cfr. Frenz, Die Kanzlei, cit., n. 2168, p. 450.
29 Lettera a Pietro Alemanni dell'11 marzo 1487, Biblioteca Apostolica Vaticana, Patetta 1739,
f. 19r, citata e discussa in Bullard, In Pursuit of "honore et utile" , cit., p. 130 e nota 25.
30 Ne abbiamo la descrizione puntuale in un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana
(Vat. Lat. 5878, l. II, cc. 72r-75v) contenente i Libri de temporibus suis del domenicano Giovanni di
Carlo (o pi precisamente, Caroli); l'intero secondo libro  stato trascritto e commentato da A. Schena,
Frate Giovanni di Carlo e i "Libri de temporibus suis". Libro secondo: la guerra dietisalvica e
colionica. Introduzione e testo, tesi di laurea sotto la direzione di Riccardo Fubini, a.a. 1985-1986; sulla
base di vari elementi, Paola Ventrone  certa che lo spettacolare allestimento fosse proprio quello del
1469, teso a celebrare la vittoria dei Medici sui nemici che avevano organizzato la congiura di tre anni
prima (cfr. Ventrone, Teatro civile, cit., pp. 211-216). Per una visione complessiva su questa cerimonia,
si veda P. Ventrone, La "Festa dei Magi" , in Le tems revient, cit., pp. 139-146.
31 Tra i giochi militari pi diffusi all'epoca, la "giostra", sequenza di scontri singoli fra coppie
di cavalieri lanciati a galoppo l'uno contro l'altro in un corridoio con barriera centrale, in cui l'obiettivo
 colpire con elegante precisione lo scudo dell'altro e possibilmente disarcionare l'avversario, si
distingue dal "torneo" che  invece scontro tra gruppi di cavalieri su campo libero, cui possono unirsi
anche dei fanti ( quella che in francese si chiama propriamente mle).
32 Si era difatti conclusa la cosiddetta "guerra colleonica" - in gran parte provocata dai
fuorusciti fiorentini dopo la congiura del 1466 e soprattutto da Dietisalvi Neroni -, che aveva visto una
lega formata dal papa, dalla repubblica di Firenze, dal ducato di Milano e dal regno di Napoli opporsi
alla repubblica di Venezia. La pace raggiunta aveva segnato non tanto una sconfitta della Serenissima,
quanto una dbcle dei fiorentini antimedicei: fu pertanto la vittoria in una guerra civile quella che, in
verit, si celebr quel 7 febbraio.
33 Per la descrizione di Pulci, si veda La giostra, in Idem, Opere minori, cit., pp. 53-120, e P.
Orvieto, In margine all'edizione e commento delle "Opere minori" di Luigi Pulci. 1: La
"Giostra" di Lorenzo de' Medici, in "Interpres", 6 (1986), pp. 91-106; altre testimonianze coeve sono
descritte in P. Fanfani, Ricordo di una giostra fatta in Firenze, cit. (cfr. supra, p. 258, nota 4).
L'episodio  richiamato da Lorenzo stesso nei suoi Ricordi, in Idem, Opere, a cura di T. Zanato,
Torino 1992, p. XXXVIII. Accanto a queste fonti va ricordato anche un anonimo Ricordo di una
giostra fatta il 7 febbraio 1469 sulla piazza di Santa Croce, edito a cura di P. Fanfani, Firenze 1864,
nel quale, a pp. 20-21, sono descritti vesti e gioielli del Magnifico (cfr. la divertita e divertente
descrizione dell'episodio e la relativa nota bibliografica in Busi, Lorenzo de' Medici, cit., pp. 59-67, 279).
34 ASF, MAP, XX, 431 e 436 (segnatura antica), in Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p.
133, note 401-402.
35 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 134, nota 409.
36 Il complesso stendardo laurenziano  descritto puntualmente, e nella sostanza alla stessa
maniera, sia dal Pulci ( Opere minori, cit. p. 86, stanze LXIV-LXV), sia dall'anonimo Ricordo di una
giostra, cit., p. 17. Sulla bibliografia relativa al Verrocchio e ai suoi lavori su committenza medicea si
rinvia alla puntuale nota del Busi, Lorenzo de' Medici, cit., p. 280.
37 L'anonimo autore del Ricordo di una giostra, cit., p. 17, parla di una "mezza giornea alle
spalle" di velluto dei medesimi colori dello stendardo (anche lo scudo portava identici colori: su
giornea (sopravveste) e scudo era ricamata l'impresa di "uno broncone verde" adorna di una profusione
di "perle molto grosse", delle quali era disseminata anche una berretta che ne aveva circa 300 "di valuta
di ducati 50 l'una", e sulla punta della quale ce n'era una che doveva essere enorme, "di valuta di
ducati 500". In tutto la berretta valeva dunque da sola pi di 2000 ducati; appeso allo scudo c'era un
gioiello da altri 2000 ducati "o pi", a parte altre pietre preziose sparse in vari altri punti dell'apparato.
Interessante ed esauriente in merito la trattazione di P.
Ventrone, La giostra "romanza" di Lorenzo del 1469, in Le tems revient, cit., pp. 167-187.
38 Anche gli studiosi moderni si sono comportati cos: Trexler, Public Life in Renaissance
Florence, cit., p. 433, non esita a minimizzare l'incidente e a dar ragione ai giudici. Diversamente il
Pulci: cfr. M. Davie, The Narrative Poetry of Luigi Pulci, Dublin 1998, pp. 108-109.
39 Il fiorino, oro a 22 carati e quindi quasi puro, si prestava a ogni sorta di falsificazione:
soprattutto per "tosatura" (limatura esterna) o per lega alterata. Per combattere tali pratiche fino dal
1294 l'ufficio del "Mastro del Saggio" preposto alla zecca confezionava piccole quantit di fiorini
introdotti in sacchetti di cuoio chiusi dal sigillo in cera del Comune e sui quali si segnava il valore del
contenuto. Di qui il nome di "fiorino di suggello".
40 Cfr. W. Roscoe, The Life of Lorenzo de' Medici called the Magnificent, London 18479,
Appendix X, p. 426; Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 134, nota 415; Newbigin, Piety and
Politics, cit., p. 33, nota 49.
41 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 69, fig. 10. Il Pulci insiste allegoricamente su una
"grillanda (...) di viole" per quell'occasione intrecciata da Venere stessa su richiesta del "suo
amante", al quale essa graziosamente la concede, ma a patto ch'egli la indossi "al campo (...)
armato in sella", meritandola col suo valore. Sembra che il fedele rimatore alluda a un episodio
reale, avvenuto tre anni prima, nel 1466, durante le nozze del suo grande amico Braccio Martelli con
Costanza de' Pazzi: Lorenzo avrebbe allora chiesto a Lucrezia Donati il dono di
una ghirlanda di fiori, da lei concessa a patto ch'egli la meritasse combattendo "in campo" per
amor suo. Lorenzo, avrebbe pagato tale debito d'amore e d'onore tre anni pi tardi, quando ormai il
contratto di nozze con Clarice Orsini era stipulato. La principessa romana era la sua
"donna", ma Lucrezia restava la sua "dama" nel gioco cavalleresco della fin'amor.  Il Pulci lo
sa, lo nota, e con spirito al tempo stesso impudente e cortese giunge a notare che se ad assistere alla
gloriosa performance del Magnifico "ci fussi istata allor Clarice" (che invece non c'era) la festa
cittadina sarebbe stata perfetta (cfr. il commento di Busi, Lorenzo de' Medici, cit., pp. 60-62).
42 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 83, 125-126.
43 ASF, MAP, XXIII, 732, in Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 136, nota 432.
44 ASF, MAP, XXII, 157, ibidem.
45 Guasti, Tre lettere, cit., p. 15.
46 Marco Parenti in realt annota che si vollero adeguare le vivande all'usanza propria degli
sponsali, non a quella dei banchetti pi solenni, e ci per ragioni di modestia. Cfr. P. Ventrone,
Medicean Theatre. Image and Message, in The Medici. Citizens and Masters, a cura di R. Black e J.E.
Law, Firenze 2015, pp. 253-265, alle pp. 261-262.
47 Il resoconto ci viene da una Informatione di Piero Parenti, che fu invitato al banchetto,
conservata in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Firenze (Strozzi, classe XXV, codice 574),
edita da D. Bonamici, Delle nozze di Lorenzo de' Medici con Clarice Orsini nel 1469, informazione di
Piero Parenti fiorentino, Firenze 1870.
48 A. Spotti, Paolo dello Mastro cronista romano, in Un pontificato ed una citt. Sisto IV
(1471-1484).
Atti del Convegno, Roma, 3-7 dicembre 1984, a cura di M. Miglio, F. Niutta, D. Quaglioni e C.
Ranieri, Citt del Vaticano 1986, pp. 613-630, alla p. 627; e nel medesimo volume, A.
Esposito, Il Rione Parione. Osservazioni sulla popolazione rionale, pp. 651-661.
49 Bullard, In Pursuit of "honore et utile" , cit., pp. 124-125.
50 Ventrone, Teatro civile, cit., pp. 217-219.
51 Guasti, Tre lettere, cit., p. 13.

NOTE AL CAPITOLO QUINTO.
1 Cfr. R. Fubini, Lega italica e "politica dell'equilibrio" all'avvento di Lorenzo de' Medici al
potere, in Origini dello Stato,  cit., pp. 51-96.
2 Par. , XVII, 58-60.
3 S.A. Chimenz, Alighieri, Dante, in DBI, vol. 2 (1960), pp. 385-451; aggiornamenti
storiografici e bibliografici sul celebre personaggio sono offerti, fra gli altri, da G. Gorni, Dante.
Storia di un visionario, Roma-Bari 2008, e da E. Brilli, Firenze e il profeta: Dante fra teologia
e politica, Roma 2012. Sul significato dell'esilio in generale, C. Shaw, The Politics of Exile in
Renaissance Italy, Cambridge 2007.
4 Cfr. P. Salvadori, Dominio e patronato. Lorenzo de' Medici e la Toscana del Quattrocento,
Roma 2000; Lo stato territoriale fiorentino (secoli XIV-XV). Ricerche, linguaggi, confronti, a cura di
A. Zorzi e W.J. Connell, Pisa 2001.
5 Per una visione complessiva dei motivi che condussero alla congiura, si veda il lavoro di R.
Fubini, La congiura dei Pazzi: radici politico-sociali e ragioni di un fallimento, in Idem, Italia
quattrocentesca, cit., pp. 87-106, ma anche T. Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva". La congiura dei
Pazzi, in I Medici. Uomini, potere e passione, catalogo della mostra, Mannheim 2013, pp. 110-117:
verranno infra indicati altri studi.
6 Il 13 agosto 1470 Luigi XI scriveva a Lorenzo "en vous (...) avons mis perfaicte fiance"
(ASF, MAP, XLVII, 21); nello stesso fondo archivistico la lettera del Bessarione, datata 23 dicembre
1471 (XLVI, 143) e la richiesta da parte del re di Francia di un favore relativo a suo fratello il duca di
Guienna (LXI, 45).
7 Lettera di Gentile Becchi a Piero del 14 aprile 1466, ASF, MAP, XVI, 191, e lettera di
Sacramoro a Galeazzo Maria Sforza del 4 novembre 1470, entrambe citate e discusse in Rochon, La
jeunesse de Laurent, cit., pp. 107 e 231, nota 121.
8 Rubinstein, Il governo di Firenze, cit., pp. 231-239; Ventrone, Teatro civile, cit., pp. 221-222.
9 Niccol Machiavelli, Istorie fiorentine, cit. in Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 223,
nota 42.
10 Guicciardini, Storie fiorentine, cit., p. 177.
11 Lettera del 4 maggio 1476, in B. Buser, Die Beziehungen der Mediceer zu Frankreich
whrend der Jahre 1434-1494, Leipzig 1879, p. 456; Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp.
223-224, nota 451.
12 Machiavelli, Istorie fiorentine, cit., pp. 302-303.
13 Scipione Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze 1825-1827, vol. VIII1, p. 59; Machiavelli,
Istorie fiorentine, cit., pp. 308-309; E. Fiumi, L'impresa di Lorenzo de' Medici contro Volterra (1472),
Firenze 1948, p. 183; Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 223, note 39 e 43.
14 Fubini, Italia quattrocentesca, cit., pp. 185-219, e cos anche La congiura dei Pazzi: i
documenti, cit., pp. 10-11.
15 Ben visibile in E. Magazzini, Il percorso museale di palazzo Medici- Riccardi con la
Cappella di Benozzo Gozzoli. Nuove modalit espositive per la valorizzazione cromatica delle
superfici, Universit degli Studi di Firenze, a.a. 2010-2011 (Relatore: G.A. Centauro; correlatori: N.C.
Grandin, A.
Nobile, V. Bonora), rilievi pubblicati nel sito GECO - Laboratorio di Geomatica per l'ambiente
e la conservazione dei beni culturali - Universit degli Studi di Firenze. Alcuni saggi eseguiti nel
palazzo hanno rivelato l'esistenza di una stanza sconosciuta situata nel piano mezzanino: gli intonaci di
un vecchio ripostiglio nascondono una parete affrescata con decorazioni in oro zecchino, gigli e il
motto latino semper che campeggia sulle pareti della cappella. Di questo locale non si conosce l'esatta
funzione, ma si ritiene fosse in rapporto con la cappella stessa (M. Amorevoli, Medici Riccardi, c' una
stanza segreta, in "la Repubblica", 26
febbraio 2004).
16 Sarebbe complicato entrare nel discorso, dunque  necessario rinviare il lettore ai riferimenti
offerti da Magister Gregorius, De mirabilibus urbis Romae, XVII, in C. Nardella, Il fascino di Roma
nel medioevo. Le "Meraviglie di Roma" di maestro Gregorio, Roma 1997, pp. 164-165; I. Herklotz,
Gli eredi di Costantino. Il papato, il Laterano e la propaganda visiva nel XII secolo, Roma 2000, pp.
17-37 e 49-50; S. Romano, Arte del medioevo romano: la continuit e il cambiamento, in Roma
medievale, a cura di A. Vauchez, Roma-Bari 20102, pp. 267-289, alle pp. 270-271. L'uso della rota 
contemplato nel testo dell'antico cerimoniale pontificio di incoronazione degli imperatori; una
tradizione vuole che dalle riunioni dei giudici apostolici in una camera dei Sacri Palazzi, ornata
anch'essa da una grande ruota di porfido, sia derivato il nome del Tribunale della Sacra Rota (cfr. Il
Tribunale della S. Rota Romana descritto da Domenico Bernino, e dal medesimo dedicato alla Santit
di N.S. Clemente XI, Roma 1707, pp. 10-12; B. de Lanversin, Rota (tribunale della), in Dizionario
Storico del Papato, trad. it. di F. Saba Sardi, Milano 1996, vol. II, pp. 1289-1292).
17 Il primogenito Piero era malaticcio sin da piccolo, mentre il secondogenito Giovanni, che
bisognava mantenere laico perch potesse continuare la stirpe nel caso che il fratello maggiore fosse
morto, venne in realt a mancare nel 1463, un anno prima di suo padre.
18 Ammannati Piccolomini, Lettere, vol. I, cit., n. 30, pp. 395-396 (del 7 gennaio 1462). Eubel,
Hierarchia Catholica, vol. II, cit., pp. 94, 216; Donato, gi prevosto a Firenze, era stato avviato alla
carriera ecclesiastica giovanissimo ( defectu aetatis patiens), divenendo suddiacono quando non
aveva ancora compiuto gli anni necessari secondo la normativa canonistica.
19 L'episodio  descritto in una lettera di Gentile Becchi a Piero datata 3 giugno 1454: cfr.
ASF, MAP, Filza 17, n. 111; le altre fonti sono enumerate in Rochon, La jeunesse de Laurent,
cit., pp. 73, 100.
20 Le numerose fonti che ci descrivono questi eventi sono esposte in Rochon, La jeunesse de
Laurent, cit., pp. 74-77 e 102-103.
21 Ventrone, Teatro civile, cit., p. 221.
22 Cos, lo ricordiamo, riferirono gli ambasciatori milanesi a Firenze in una lettera del 2
settembre 1466 a Galeazzo Maria Sforza; cfr. ASM, Firenze, 272, in Rochon, La jeunesse de
Laurent, cit., p. 85, e Ventrone, Teatro civile, cit., p. 216, nota 430.
23 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 12.
24 Ivi, p. 13.
25 Lettera del 17 aprile 1459, in ASM, edita da R. Magnani, Delle relazioni private tra la corte
sforzesca di Milano e casa Medici (1450-1500), Milano 1910, pp. XII-XV; cfr. Rochon, La jeunesse de
Laurent, cit., pp. 100-101; Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 13-14.
26 Si vedano per esempio i documenti in ASV, Registro Lateranense 826, ff. 304r-327v.
27 A. Wright, The Myth of Hercules, in Lorenzo il Magnifico e il suo mondo, cit., pp. 323-339.
28 Rubinstein, Il governo di Firenze, cit., pp. 231-245; Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp.
44, 51-52.
29 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 135-136.
30 Lorenzo de' Medici, Opere, cit., p. XXXIX.
31 Macinghi degli Strozzi, Lettere, cit., p. 605, lettera del 14 aprile 1470.
32 Erano cos detti quei cittadini, eletti dal Consiglio dei Cento, ai quali spettava la scelta dei
componenti della Signoria.
33 Qualcuno accus Lorenzo di aver voluto stabilire dei "tiranni sopra il popolo" ( Ricordi
storici di Filippo di Cino Rinuccini, cit., p. CXIII; Rochon, La jeunesse de Laurent, cit.: la sintesi delle
riforme a p. 197, le fonti citate alle pp. 221-222).
34 Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini, cit., p. CXXVI. In merito  utile F. Franceschi,
Note sulle corporazioni fiorentine in et laurenziana, in La Toscana al tempo di Lorenzo il Magnifico.
Politica, economia, cultura, arte, Pisa 1996, pp. 1343-1361.
35 Ivi, p. CXVII; Alamanno Rinuccini, Dialogus de libertate, a cura di F. Adorno, in "Atti e
Memorie dell'Accademia Toscana di Scienze e Lettere "La Colombaria"", 22 (1957), p. 259.
36 ASF, Capitoli delle compagnie religiose soppresse, 29, Compagnia di San Paolo, f. 31v,
documento del dicembre 1472; Kent, "Lorenzo..., amico" , cit., pp. 52-53.
37 Orvieto, In margine all'edizione, cit., pp. 172, 204, 208; A. Brown, Lorenzo and Public
Opinion in Florence: The Problem of Opposition, in Eadem, Medicean and Savonarolan Florence. The
Interplay of Politics, Humanism, and Religion, Turnhout 2011, pp. 75-76.
38 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 137.
39 Cit. in V. Bianchi, Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista, Roma-Bari 2016, p. 10.
40 Ivi, pp. 45-46.
41 Michele Canensi, De vita et pontificatu Pauli secundi pontificis maximi, in Le vite di Paolo
II di Gaspare da Verona e Michele Canensi ("Rerum Italicarum Scriptores", 2a ed., III, 16), a cura di
G.
Zippel, Citt di Castello 1904-1911, pp. 65-176, part. p. 175; B. Platynae historici Liber de vita
Christi ac omnium pontificum (1-1474) ("Rerum Italicarum Scriptores", 2a ed., III, 1), a cura di G.
Gaida, Citt di Castello 1913-1932, pp. 363-398, part. p. 397.
42 Due lettere del cardinale Ammannati Piccolomini, datate tra l'estate e l'autunno del 1468,
esprimono le voci che circolavano in Curia contro papa Barbo: nella prima, diretta al cardinale
Francesco Gonzaga, il mittente discute l'atteggiamento del pontefice verso i cardinali, mentre nella
seconda, scritta ugualmente nel suo ritiro di Pienza, l'Ammannati rimprovera a Paolo II la sua enorme
vanagloria che lo induce a far interrare monete recanti la sua effigie nelle fondamenta degli edifici, a
far incidere il suo nome ovunque e riportare in auge i ludi degli antichi imperatori di Roma, fatti che
possono solo aumentare la sua vanit personale, non portare la vera fama ( illa secularia, ut inania
sunt, ita evanescunt). Cfr. Iacopo Ammannati Piccolomini, Lettere, cit., vol. II, nn. 363 e 364, pp.
1190-1205; A. Modigliani, Paolo II, in Enciclopedia dei papi, cit., rist. in I papi da Pietro a Francesco,
Roma 2014, vol. II, pp. 685-701.
43 Holmes, The Pazzi Conspiracy, cit., pp. 164-165; Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., n.
1, p. 317.
44 M. Miglio, Storiografia pontificia del Quattrocento, Bologna 1975, pp. 247-249.
45 F. Cruciani, Teatro nel Rinascimento. Roma 1450-1550, Roma 1983, pp. 113-139, alla p.
126.
46 G. Lombardi, Sisto IV, in Enciclopedia dei papi, cit., ristampato in I papi da Pietro a
Francesco, vol. II, cit., pp. 701-717.
47 Lorenzo, Lettere, vol. I, cit., n. 89, pp. 317 e 318; E. Lee, Sixtus IV and Men of Letters,
Roma 1978, p. 32. Questa iniziale amicizia  ricordata nel testo intitolato Florentina synodus (fine
agosto 1478), cfr. La congiura dei Pazzi: i documenti, cit., p. 125 ("in familiam de Medicis, que semper
ei et sedi apostolice servierat").
48 Il banco Medici era gi creditore di 35.000 fiorini prestati a Pio II e mai restituiti, n da lui
n dal suo successore Paolo II. La transazione economico-finanziaria travestita da compravendita
antiquaria suscit interesse e invidia tra gli osservatori milanesi e veneziani presenti in Curia e a Napoli
(cfr. Corrispondenze diplomatiche veneziane da Napoli. Dispacci di Zaccaria Barbaro,
1.11.1471-7.9.1473, a cura di G. Corazzol, Roma 1994, p. 50, cit. da Busi, Lorenzo de' Medici, cit., p.
286, che a curiosare tra queste carte ha l'aria di divertirsi un sacco).
49 Il "romanzo" dello straordinario oggetto  ricostruito da Busi, Lorenzo de' Medici, cit., pp.
79-82.
50 Importante era conoscere i vari mercati d'Europa, sapere dove e come si poteva smerciare il
prodotto a condizioni pi vantaggiose: cfr. M.L. Heers, Les Gnois et le commerce de l'alun  la fin du
moyen ge, in "Revue d'Histoire conomique et Sociale", 32 (1954), pp. 31-53; G. de Poerck, La
draperie mdivale en Flandre et en Artois, technique et terminologie, Bruges 1951, vol. I, p.
170.
51 I documenti in questione, pertinenti al fondo della Depositeria della crociata (1463-1490),
sono custoditi nell'Archivio di Stato di Roma, dove si trova gran parte della documentazione prodotta
dalla Camera Apostolica. I cinque registri con questo titolo contengono nelle voci di entrata i proventi
ricavati dallo sfruttamento delle miniere di allume della Tolfa; nelle voci di uscita le spese affrontate
per finanziare la crociata bandita da Pio II nel 1460 e poi anche nel 1463, e durante il pontificato del
successore Paolo II, invece, le sovvenzioni in favore dei regnanti cristiani che si impegnavano contro i
movimenti scismatici ed eretici. Cfr. Archivio di Stato di Roma, Indice dei fondi, Registri camerali,
Depositeria della crociata, p. 1058 (a cura di E.A. Barletta e C. Lodolini Tupputi).
52 P. Cherubini, Iacopo Amannati Piccolomini e il cenacolo umanistico, in "Res Publica
Litterarum.
Studies in the Classical Tradition", n.s., 30 (2007), pp. 76-114, alle pp. 86-88.
53 Il testo della convenzione  contenuto nel registro della Depositeria generale della crociata,
1464-1475, cc. 29-32, edito e discusso con molti altri documenti da G. Zippel, L'allume di Tolfa e il
suo commercio, in "Archivio della Regia Societ Romana di Storia Patria", 30 (1907), pp. 1-51 e
389-402, ristampato in Idem, Storia e cultura del Rinascimento italiano, Padova 1989, pp. 288-391; R.
De Roover, The Rise and Decline of Medici Bank (1397-1494), Washington 1999, pp. 152-164.
54 ASF, MAP, Filza XVI, n. 180, lettera di Giovanni Tornabuoni a Piero in data 18 aprile 1465.
55 Che comunque, ricordiamolo per comodit del lettore, sarebbe caduta nel 1470. Da notare
altres che tutto ci si stava svolgendo mentre era ancora aperta la crisi riminese originata dalla morte,
nel 1468, di Sigismondo Pandolfo Malatesta.
56 Tale prezzo risulta ad esempio in ASV, Armarium IV, capsa III, n. I, ff. 92-93.
57 Sappiamo che quando Giuliano gareggi nella celebre giostra del 25 gennaio 1475, quella
immortalata da Angelo Poliziano nelle sue Stanze, venne utilizzato l'intero tesoro della famiglia in
gioielli, perle e pietre preziose per decorare l'abito e il berretto, ma anche la gualdrappa del suo
cavallo; questo era stato fatto gi nel 1469 per la celebre giostra che consacr l'inizio della vita
pubblica di Lorenzo, e tanta ostentazione serviva naturalmente allo scopo di mostrare la solidit e il
prestigio della posizione dei Medici; uno dei partecipanti, Rodolfo Gonzaga, scrisse a sua madre
Barbara di Hohenzollern che tale tesoro dei Medici valeva 100.000 ducati, il che ci permette di
comprendere come la somma perduta per la faccenda dell'allume fosse esorbitante (Walter, Lorenzo il
Magnifico, cit., pp. 124-125). D'altronde, i gioielli messi in mostra in occasioni come le giostre
servivano all'apparato della propaganda, a comprovare la ricchezza e la potenza del casato: erano beni
"congelati" che potevano in ogni momento trasformarsi in
"beni-rifugio"; non costituivano una perdita o una diminuzione, in quanto - salvo
danneggiamenti o smarrimenti o furti incidentali - restavano nel tesoro di famiglia e potevano sempre
venir venduti o ipotecati.
58 P. Nardi, Capacci, Benuccio, in DBI, vol. 18 (1975), pp. 370-371; Connell, Changing
Patterns of Medicean Patronage, cit., pp. 89-102.
59 La folta corrispondenza che i Medici intrattennero con Giovanni Neroni durante il suo lungo
mandato episcopale su Volterra (1449-1462), dopo il quale divenne arcivescovo di Firenze,  una fonte
importante: dimostra quanto influente fosse la presenza di un presule filomediceo nella distribuzione
dei benefici ecclesiastici a persone devote, e in generale, per
radicare una congrua clientela in quel territorio. Anche attraverso il controllo della Chiesa
volterrana Firenze manteneva saldo il suo ruolo di dominante (cfr. R. Bizzocchi, Chiesa e potere nella
Toscana del Quattrocento, Bologna 1987, pp. 225-239; L. Fabbri, Patronage and its Role in
Government: the Florentine Patriciate and Volterra, in Florentine Tuscany. Structures and Practices
of Power, a cura di W.J. Connell e A. Zorzi, Cambridge 2000, pp. 225-241, alla p. 241).
60 ASV, Armarium XX-XIX, 12, f. 13, breve di Paolo II, del 12 genn. 1471, al vescovo di
Volterra.
61 Sull'episodio si vedano E. Insabato-S. Pieri, Il controllo nel territorio dello stato fiorentino
del XV
secolo. Un caso emblematico: Volterra, in Consorterie politiche e mutamenti istituzionali in
et laurenziana, a cura di M.A. Morelli Timpanaro, R. Manno Tolu e P. Viti, Milano 1992, pp.
177-211; R. Fubini, Lorenzo de' Medici e Volterra, in "Rassegna Volterrana", 70 (1994), pp.
171-185; E. Insabato-S. Pieri, Tra repressione e privilegio: i rapporti tra Volterra e Firenze dal 1472
al 1513, in Studi in onore di A. d'Addario, a cura di L. Borgia, P. Viti e M. Zaccaria, 5 voll., Lecce
1995, vol. I, pp. 1215-1244.
62 Guicciardini, Storie fiorentine, cit., pp. 177 sgg.
63 F.W. Kent, Lorenzo de' Medici and the Art of Magnificence, Baltimore 2004, pp. 13-21; M.
Martelli, Il sacco di Volterra e la letteratura contemporanea: storia di un'operazione di politica
culturale, in
"Rassegna Volterrana", 20 (1994), pp. 187-214, alle pp. 205-207.
64 N. Scott Baker, For Reasons of State: Political Executions, Republicanism, and the Medici
in Florence, 1480-1560, in "Renaissance Quarterly", 62 (2009), pp. 444-478, alle pp. 448-456; sull'uso
sistematico del bando non solo come strumento di lotta tra fazioni, ma anche come metodo per
conservare un equilibrio nella gestione del potere interno, si veda F. Ricciardelli, The Politics of
Exclusion in Early Reinassance Florence, Turnhout 2007, pp. 238-249.
65 R. Fubini, Federico da Montefeltro e la congiura dei Pazzi: immagine propagandistica e
realt politica, in Idem, Italia quattrocentesca, cit., pp. 253-326, alle pp. 277-278; Daniels, "Se si salva
lui, tutto si salva" , cit., pp. 175-176, note 18 e 19.
66 Cfr. la fine, ingegnosa esegesi di M. Giontella, Antonio del Pollaiolo. Il maestro dei maestri,
con la premessa storica di R. Fubini, Firenze 2016, p. 34 (la lezione storica del Fubini  costantemente
messa a frutto in questo libro).
67 Machiavelli, Istorie fiorentine, cit., pp. 461-462; pare che la frase in realt fosse una specie
di proverbio circolante a quel tempo: cfr. B. Cerretani, Dialogo della mutazione di Firenze, edizione
critica secondo l'apografo magliabechiano, a cura di Raul Mordenti, Roma 1990, p. 63. Sull'esilio
come misura politica strategicamente e comunemente usata nell'epoca, cfr. C. Shaw, The Politics of
Exile in Renaissance Italy, Cambridge 2000.
68 Lorenzo de' Medici, Rappresentazione di San Giovanni e Paulo, in Origini del teatro
italiano, a cura di A. D'Ancona, 3 voll., Torino 1891, vol. II, Sacre rappresentazioni, p. 262, discusso
da Ventrone, Teatro civile, cit., pp. 241-242.
69 Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., p. 16; M. Giansante, Riario, Pietro, in DBI, vol. 87
(2016), pp. 98-100.
70 La notizia relativa alla vicenda e alle parole del pontefice proviene da una lettera
dell'ambasciatore Nicol Tranchedini a Galeazzo Maria Sforza; il Tranchedini a sua volta lo aveva
saputo dal cardinal Gonzaga (cfr. ASM, Sforzesco 68, 17 dicembre 1471; si veda anche P.
Farenga, "Monumenta memoriae". Pietro Riario fra mito e storia, in Un pontificato e una citt,
cit., p.
179, nota 1).
71 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II (1474-1478), a cura di R. Fubini, Firenze 1977, nn. 69 e
115, e anche pp. 400-401; Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 120-121.
72 Cfr. A. Fabroni, Laurentii Medicis Magnifici vita, Pisa 1784, vol. II, pp. 58-59; cfr. Lorenzo
de'
Medici, Lettere, vol. I, cit., n.129, pp. 425-428, commento di R. Fubini.
73 Cfr. Frenz, I documenti pontifici, cit., pp. 63-64, e per l'evoluzione dell'istituto, E. Flaiani,
Introduzione, in Protonotari Apostolici (Collegio dei), ASV, Indice 1316, Citt del Vaticano 2016, pp.
1-3.
74 Ammannati Piccolomini, Lettere, cit., vol. III, n. 659, pp. 1706-1709.
75 Ivi, n. 653, pp. 1699-1701.
76 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 120-123.
77 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., p. 493, e vol. II, cit., p. 14; M.E. Mallett, Lorenzo
and Venice, in Lorenzo il Magnifico e il suo mondo, cit., pp. 114-115.
78 Ammannati Piccolomini, Lettere, vol. III, cit., n. 653, p. 1700: "Qua non potr indugiar
molto, che nostro signore sar constrecto a fare cardinali nuovi, et per coloro maxime che al presente
non n'nno. Voi di cost non ne havete, et senza uno almancho, non state bene per ogni rispecto. Qua
molto se  decto di Giuliano nostro, et, pescando pure um pocho al cupo, trovo essersene ragionato
dove bisognia. Non so che intentione sia la vostra. (...) Dir solo questo, che bisognerebbe risolversi a
qualchosa si sia. (...) Ch lo stare in sospeso non giova, maxime dove per la citt et per voi giudichiate
uno cardinale esservi utile".
79 I. Lazzarini, Manfredi, Taddeo, in DBI, vol. 68 (2007), pp. 737-740; M. Giansante, Riario,
Girolamo, in DBI, vol. 87 (2016), pp. 90-96.
80 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit., p. 72, n. 10; Daniels, "Se si salva lui, tutto si
salva" , cit., p. 175, nota 9. Ancora nell'ottobre successivo, nonostante i rapporti con il Medici fossero
ormai precipitati, il papa aveva affidato la cattedra vescovile di Arezzo all'amato precettore di Lorenzo,
Gentile Becchi: il che senza dubbio rafforzava l'assetto egemonico di Firenze sulle altre citt toscane,
che si esplicitava in buona misura anche attraverso il controllo delle istituzioni e delle risorse
ecclesiastiche.
81 "Grande somma di danari truovo che abbiamo speso dal 1434 in qua (...) da detto anno 1434
a tutto 1471 si vede somma incredibile, perch ascende a fiorini 663.775 e 1/2 tra limosine, muraglie e
gravezze(...)" (Lorenzo de' Medici, Ricordi, cit., p. XXXIX). Il banco non aveva mai recuperato la
somma di 170.000 fiorini prestati a Francesco Sforza, morto nel 1466. Per quando riguarda altre filiali,
il quadro non era confortante: la sede di Lione, tartassata dalle malversazioni di Lionello de' Rossi, era
sull'orlo del fallimento; quella di Londra sarebbe stata liquidata nel 1478 con un passivo di 51.553
fiorini; su quella di Venezia siamo meno informati, ma i cattivi rapporti tra Firenze e San Marco certo
non le giovavano. La filiale aperta a Napoli su un desiderio ch'era quasi un ordine di re Ferdinando non
navigava a sua volta in acque tranquille. A Bruges, il direttore Tommaso Portinari - che Giovanni
Soderini aveva costretto a cedere contanti e merci pregiate alla filiale romana - avrebbe allo stesso
modo perduto il molto denaro prestato al duca di Borgogna Carlo il Temerario, notoriamente un
pessimo pagatore, che alla sua morte nel 1477 doveva al banco Medici 9500 libbre di grossi (somma
che si
avvicina ai 2500 fiorini). Da parte sua il Portinari abitava in un palazzo bellissimo e conduceva
uno stile di vita da gran signore.
82 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. I, cit., n. 135, pp. 443-446; Fubini, La congiura dei Pazzi,
pp. 98-100, e Idem, Federico da Montefeltro, cit., p. 275; Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp.
122-123.
83 ASM, Sforzesco 222, 12 giugno 1472, in Farenga, "Monumenta memoriae" , cit., p. 180,
nota 2.
La figlia del principe di Rossano era forse Caterina, che infatti spos davvero un nipote di Sisto
IV ma nella persona di Antonio della Rovere, conte di Sora e di Arpino: cfr. P. Sardina, Marzano,
Marino, in DBI, vol. 71 (2008), pp. 446-450.
84 Tutti i documenti apostolici che segnarono la lotta fra Sisto IV e Lorenzo sono segnati dalla
cifra dell'ingratitudine, che il pontefice addossava al Magnifico come la sua pi grave colpa; cfr.
Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., per esempio pp. 15-17.
85 Farenga, "Monumenta memoriae" , cit., p. 212, nota 92; Daniels, "Se si salva lui, tutto si
salva" , cit., p. 65, nota 64.
86 Ammannati Piccolomini, Lettere, cit., vol. III, n. 708, pp. 1786-1795, part. pp. 1788-1791;
Farenga, "Monumenta memoriae" , cit., p. 181, nota 3.
87 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 136.
88 Ivi, pp. 120, 136; il "fiorino di Camera" era una moneta aurea imitazione quasi perfetta del
fiorino di Firenze ed era coniata, a partire dal 1322, direttamente dalla zecca pontificia; su questi temi
cfr. R.A. Goldthwaite-G. Mandich, Studi sulla moneta fiorentina (secoli XIII-XVI), trad. it., Firenze 1994.




NOTE AL CAPITOLO SESTO.

1 L. Ceva, Cavalcanti, Filippo, in DBI, vol. 22 (1979), pp. 619-621; F. Cristofori, Di Raniero
da Corneto e di Ranieri Pazzi ricordati da D. nel c. XII dell'Inferno, in "L'Arcadia", I (1889), pp.
77-84; L. De Angelis, La Repubblica di Firenze fra XIV e XV secolo. Istituzioni e lotte politiche nel
nascente stato territoriale fiorentino, Firenze 2009, pp. 11-27.
2 Cfr. S. Raveggi, Storia di una leggenda: Pazzo de' Pazzi e le pietre del Santo Sepolcro, in
Toscana e Terrasanta nel medioevo, a cura di F. Cardini, Firenze 1982, pp. 299-315, poi ripubblicato
col medesimo titolo in I fiorentini alle crociate. Guerre, pellegrinaggi e immaginario "orientalistico"
a Firenze tra Medioevo ed Et moderna, a cura di S. Agnoletti e L. Mantelli, Firenze 2007, pp. 22-44;
sulla cerimonia dell'accensione del "fuoco santo" nella basilica della Resurrezione di Gerusalemme,
autentico rito liturgico all'origine della leggenda fiorentina, C.K. Skarlakidis, La Santa Luce. Il
miracolo della vigilia della santa Pasqua nel Sepolcro di Cristo. Quarantacinque testimonianze
storiche (IV-XVI sec.), trad. it., Atene 2012. L'accensione del "fuoco santo" e la sua distribuzione in
tutte le case fiorentine secondo l'uso gerosolimitano  attestata fino dalla prima met del Trecento da
Giovanni Villani, Nuova cronica, cit., I, p. 82 e ivi, pp. 309-310; la relativa, complessa problematica
storico-liturgica e la bibiografia anche recente e recentissima sono state esaminate da M. Rajonhnston,
L'Occident au regret de Jrusalem. L'image de la Ville Sainte en Chrtient latine (1187-fin du XIVe
sicle), tesi di dottorato, dir. C. Vincent, 11.7.2017, Universit de Paris X-Nanterre, cole doctorale
395, t. II, pp. 747-748. Se nella festa e nella relativa cerimonia c'era gi un qualche ruolo della famiglia
Pazzi, esso venne oscurato dopo il 1478 a causa della loro damnatio memoriae e riemerse lentamente
solo in seguito per riaffermarsi
- ma senza alcun accento polemico o rivendicatorio - dopo la fine del granducato mediceo,
sotto la dinastia asburgo-lorenese. Nella citt di Firenze la cerimonia pasquale  semmai legata al
patrono san Giovanni, l'immagine del quale ("il Brindellone") sovrasta il carro pieno di fuochi
artificiali che esplodono al contatto della scintilla portata da un oggetto a forma di colomba (la
"colombina", simbolo dello Spirito Santo) dalla coda incendiata, che corre lungo un filo teso tra l'altar
maggiore del duomo -  l'arcivescovo ad accenderla - e il carro, posto nello spazio tra il duomo e il
battistero. La tradizione dello "Scoppio del carro" il Sabato Santo e poi al mattino della domenica di
Pasqua si  consolidata nel XIX secolo ed  ricchissima di
elementi e valori folklorici, d'origine tuttavia - come suole accadere - meno antichi di quanto
non si sostenga. La vicenda leggendaria di Pazzo de' Pazzi alla prima crociata e il mutamento
dell'arme araldica di famiglia sono celebrate da alcuni affreschi moderni nella fiorentina chiesa di San
Donato in Polverosa (nel periferico quartiere di Novoli, a ovest della citt), che fu in effetti al centro
della cerimonia legata alla partenza di alcuni crociati fiorentini nel 1217.
3 M.E. Soldani, Pazzi, Andrea, in DBI, vol. 82 (2015), pp. 3-5. Per l'inquieta avventura araldica
dell'arme dei Pazzi, nella sua pi nobile versione "d'azzurro ai due delfini d'oro in palo accompagnati
da cinque crocette potenziate del medesimo", cfr. M. Popoff, Rpertoire d'hraldique italienne. I.
Florence (1302-1700), Milano 2009, ad indicem.  Per l'intera vicenda della congiura dei Pazzi e della
guerra che le fece seguito, fondamentale Lorenzo de' Medici, Lettera, cit., voll. II-VI, anni 1478-1482,
Firenze 1977-1990.
4 Sul comportamento di Cosimo al riguardo, e il particolare concetto di "amicizia" nella Firenze
del Quattrocento, cfr. Rubinstein, Il governo di Firenze, cit., pp. 3-30; Molho, Cosimo de'
Medici, cit., pp. 5-33; M.A. Ganz, The Medici Inner Circle: Working Together for Florence,
1420s-1450s, in Florence and Beyond. Culture, Society and Politics in Renaissance Italy. Essays in
Honour of John M. Najemy, a cura di D. Peterson e D.E. Bornstein, Toronto 2008, pp. 369-382; D.
Kent, Il filo e l'ordito della vita. L'amicizia nella Firenze del Rinascimento, trad. it., Roma-Bari 2013.
5 Macinghi degli Strozzi, Lettere, cit., pp. 255-256.
6 C. Tripodi, Pazzi, Jacopo, in DBI, vol. 82 (2015), pp. 13-16.
7 Quando Pierfrancesco era morto, nel 1476, i suoi figli Lorenzo e Giovanni, ancora minorenni,
erano stati posti sotto la tutela della nonna paterna, Ginevra di Giovanni Cavalcanti, e dei fratelli
Medici. Ma nel 1478 Lorenzo si era indebitamente impadronito dell'eredit dei due ragazzi, 53.000
fiorini, per far fronte alla crisi del banco mediceo romano all'indomani della congiura. Sul momento
non sarebbe accaduto nulla: anzi, il Magnifico avrebbe ospitato i due orfani nella villa del Trebbio e nel
1480 sarebbe stato stabilito il matrimonio tra Lorenzo, ormai diciassettenne, e Semiramide Appiani,
figlia di Jacopo III signore di Piombino. Le nozze furono celebrate nel 1482; tuttavia tre anni dopo, nel
1485, i due fratelli ormai divenuti maggiorenni reclamarono quanto era stato loro sottratto e, in seguito
ad arbitrato, il Magnifico dovette cedere loro la villa di Cafaggiolo e altre propriet per un valore di
circa 30.000 fiorini. In seguito essi ebbero guai con il fisco e si tirarono in disparte dalla vita politica
fiorentina, riemergendo solo nel 1494 dopo la cacciata di Piero di Lorenzo de' Medici.
8 Non  possibile entrare nel merito di questo evento che riguarda Cosimo il Vecchio, dunque si
rinvia il lettore a Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit., n. 201, p. 123; Fubini, La congiura dei Pazzi,
cit., pp. 94-95, 243, e Idem, Italia quattrocentesca, cit., pp. 243-245.
9 Frenz, Die Kanzlei, cit., pp. 208-210, 333 (n. 769).
10 La cattedra fiorentina, ambitissima perch legata a doppio filo alla Signoria ma anche per le
sue alte rendite (1500 fiorini l'anno), era stata occupata fino al 18 luglio 1473 da Giovanni Neroni,
fratello di quel Dietisalvi Neroni che era stato l'anima della congiura contro Piero de'
Medici nel 1466 e che peraltro la repubblica fiorentina aveva condannato dopo quell'episodio
all'esilio perpetuo, incurante delle proteste di Paolo II. N Pietro Riario n Rinaldo Orsini non furono
mai pastori di anime, ma si limitarono a incamerare le rendite dopo aver nominato un vicario che
risiedesse stabilmente in citt. Cfr. Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., p. 154.
11 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit., p. 70, nota 4; Fubini, Quattrocento fiorentino, cit.,
p.
269 e nota 81.
12 E. Lee, Tyrannice vivens in Civitate Castelli: Niccol Vitelli, 1468-1474, in Federico da
Montefeltro. Lo stato, le arti, la cultura, a cura di G. Certoni Baiardi, G. Chittolini e P. Floriani, vol. I,
Lo stato, Roma 1986, pp. 213-224, e G. Nicasi, La famiglia Vitelli, in "Bollettino di Storia Patria per
l'Umbria", 15 (1909), pp. 137-317 e 449-578.
13 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 39-40. Sisto IV rinfaccer a Lorenzo tale affronto
anche nel testo del memoriale Dissentio inter Sanctissimum dominum nostrum Papam et Florentinos
suborta scritto da Bartolomeo Platina, cfr. Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 161-174,
alle pp. 164 e 177, nota 34.
14 ASF, Signori, Responsive, 7, cc. 191r-192v; Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit.,
Excursus I, pp. 476-477, 488; Fubini, Italia quattrocentesca, cit., p. 280; Daniels, "Se si salva lui, tutto
si salva" , cit., p. 15.
15 Cos registra il Frenz nel suo repertorio: Cosma de' Pazzi nato a Roma ( de Urbe), canonico
della basilica di San Pietro dal 1465 (evidentemente diverso da quel Cosimo che nacque da Guglielmo
Pazzi e Bianca, sorella di Lorenzo), e Leonardo de' Pazzi, notaio apostolico nel marzo 1483, ma con
ogni verosimiglianza attivo in Curia gi da anni: cfr. Frenz, Die Kanzlei, cit., n. 522, p. 313, e n. 1506,
p. 397; vedi anche V. Arrighi, Pazzi, Cosimo de', in DBI, vol. 82
(2015), pp. 8-11.
16 Il papa era signore eminente del ducato e quindi del regno di Sicilia fino dall'XI-XII secolo,
avendo concesso ai conquistatori normanni il vexillum sancti Petri.
17 L'alleanza con San Marco, stipulata nel novembre 1474, sarebbe stata festeggiata a Firenze
nel gennaio successivo con una splendida giostra in piazza Santa Croce. Poco tempo dopo le truppe
fiorentine venivano in aiuto al Vitelli per riconquistare la "sua" citt dopo che le forze pontificie
l'avevano ripresa. Cfr. Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit., n. 207, pp. 139-142; Excursus I, pp.
475-484; Idem, Lettere, vol. III, a cura di N. Rubinstein, n. 313, p. 154 nota 7 e n. 317, p. 169, nota 10.
Fubini, La congiura dei Pazzi, cit., p. 98; Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., p. 113, nota 10.
18 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit., n. 184, p. 70, datata al 23 dicembre 1474.
19 Fubini, La congiura dei Pazzi, cit., pp. 97-99, e Idem, Quattrocento fiorentino, cit., pp.
271-272; Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 17-18, 69.
20 Angelo Poliziano nel suo Commentario sarebbe stato molto deciso nell'attribuire la
responsabilit dell'omicidio di Giuliano proprio al Salviati, insieme con Francesco de' Pazzi; anche il
Montesecco avrebbe confermato nella sua confessione il fondamentale ruolo giocato dal Salviati nel
convincere Sisto IV ad appoggiare il colpo di stato. Le sue parole al papa sono riportate testualmente in
volgare italiano nel testo latino della Florentina synodus, cfr. Daniels,
"Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 67 e 128.
21 I Giornali di ser Giusto d'Anghiari, cit., p. 184.
22 Cfr. ad esempio Connell, Changing Patterns of Medicean Patronage, cit., pp. 104-105.
23 L'allestimento della giostra richiese mesi di impegno, e Giuliano ebbe una parte centrale
nella sua organizzazione; a tal proposito si rinvia all'abbondante materiale fornito dal Rochon, La
jeunesse de Laurent, cit., pp. 283-286, oltre a I. Del Lungo, La giostra di Giuliano, in Idem, Florentia.
Uomini e cose del Quattrocento, Firenze 1897, pp. 391-412, alle pp. 394-395; E.
Fumagalli, Nuovi documenti su Lorenzo e Giuliano de' Medici, in "Rinascimento", 23 (1980),
pp.
115-164; M. Martelli, Nelle stalle di Lorenzo, in "Archivio Storico Italiano", 150 (1992), pp.
269-302.
24 P. Viti, Lettere familiari di Federico da Montefeltro ai Medici, in Federico da Montefeltro.
Lo stato, le arti, la cultura, cit., n. XIV, pp. 483-484; cfr. anche Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II,
cit., p.
123. In ogni caso, su Federico da Montefeltro in genere e sui suoi rapporti con la congiura dei
Pazzi in particolare, sono da considerare attentamente i molti studi di Marcello Simonetta richiamati in
Angelo Poliziano-Gentile Becchi, La congiura della verit, a cura di M. Simonetta, Napoli 2012. Ci
limitiamo qui a citare M. Simonetta, Federico da Montefeltro contro Firenze.
Retroscena inediti della congiura dei Pazzi, in "Archivio Storico Italiano", 161 (2003), pp.
261-284.
25 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 123-124.
26 Cfr. I. Fosi, Medici, Lucrezia de', in DBI, vol. 73 (2009), pp. 134-136.
27 Cos una descrizione che si deve alla Vita di Sandro Botticelli pittore fiorentino di Giorgio
Vasari.
28 Cfr. G. Lazzi-P. Ventrone, Simonetta Vespucci. La nascita della Venere fiorentina, Firenze
2007.
29 L'avventura di questa raffinata, complessa esegesi comincia con un'intuizione di Aby
Warburg databile gi al 1893 e relativa al contesto e alla tematica dei tre capolavori botticelliani,
ripresa nel pannello 39 del suo Bilderatlas Mnemosyne e quindi precisata sia da Salvatore Settis in un
fondamentale saggio del 1971, sia - per il Marte e Venere - da uno studio di Ernst Gombrich del 1945;
si sono poi aggiunte le riflessioni e le precisazioni di Erwin Panofsky, di Cristina Acidini, di Giovanni
Pozzi e di altri. Si rinvia per tutto ci al bel saggio di sintesi di M.
Centanni, 26 aprile, giorno di primavera: nozze fatali nel giardino di Venere, in Eadem,
Fantasmi dell'antico. La tradizione classica nel Rinascimento, Rimini 2017, pp. 441-525. Importante
nella Primavera (continuiamo a chiamarla cos) l'emblema delle fiamme rovesciate, simbolo di morte,
sulla veste di Mercurio, che potrebbero farne un ritratto allegorico di Giuliano ( una proposta di Aby
Warburg, di Edgar Wind ecc.), ma che sono interpretabili anche alla luce dell'emblematica medicea
come il continuo rinnovarsi della gloria della famiglia, al pari di un broncone fiammeggiante il cui
fuoco non si spenge mai. La lettura di questi capolavori si complica, d'altronde, nella misura in cui
nella tessitura della Primavera entrerebbero anche le allusioni al patto di nozze tra Giuliano e
Semiramide Appiani (1477) e poi della stessa Semiramide con Lorenzo di Pierfrancesco (1482), una
storia in due tempi dietro alla quale c' tutto il business mediceo-vespucciano-appianesco del ferro e
dell'allume (si veda anche il bello studio di I. Tognarini, L'identit e l'oblio. Simonetta, Semiramide e
Sandro Botticelli, Milano 2002).
30 Cfr. F. Bausi, Un'inedita descrizione delle giostre fiorentine del 1469 e del 1475, in
"Medioevo e Rinascimento", 5 (1991), pp. 63-79, e M. Scalini, Il "ludus" equestre nell'et
laurenziana, in Le tems revient, cit., pp. 75-102.
31 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 283-284, nota 188.
32 Eubel, Hierarchia Catholica, vol. II, cit., pp. 216, 230.
33 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II, cit., n. 201, p. 123.
34 Ibidem.
35 Gentile Becchi lo scriveva senza mezzi termini nella Florentina synodus: "comitem illum
suum Hieronimum, in cuius manibus nunc Ecclesia Dei est" (cfr. Daniels, "Se si salva lui, tutto si
salva" , cit., pp. 122-152, alla p. 125), mentre Philippe de Commynes, ambasciatore di re
Luigi XI, descriveva una vera e propria "cupola" di personaggi che gestivano la volont di Sisto
IV e lo tenevano in loro bala, con Girolamo Riario al comando: "comte Ieronimo et autre, qui tiennent
nostre Saint Pere, et par consequent toute l'Eglise entre leurs mains" (cfr. Mmoires de Messire
Philippe de Comines, seigneur d'Argenton, nuova ed., Londres-Paris 1747, vol. III, p. 555); citiamo per
nostra comodit questa edizione, ma ricordiamo che ne esiste la pi recente Philippe de Commynes,
Mmoires, d. crit. par J. Blanchard, 2 voll., Genve 2007: il passo che ci riguarda  nel vol. I, p. 454.
La sua versione richiama immediatamente gli avvertimenti del cardinale Ammannati, quando, nella
primavera del 1473, insisteva con Lorenzo affinch insistesse per inserire nel Sacro Collegio un
cardinale devoto a Firenze, visto che il papa era tirato da tutte le parti (cfr. Ammannati Piccolomini,
Lettere, cit., vol. III, n. 653, p. 1700). In una lettera del dicembre successivo, l'Ammannati confidava a
Niccol Forteguerri la sua pena al pensiero di dover fronteggiare le guerre che si stavano preparando
nel Sacro Collegio in vista delle prossime creazioni cardinalizie; in quel clima di "tutti contro tutti", di
divieti incrociati e potentissime protezioni incombenti, l'Ammannati invidiava l'amico, perch il fatto
di essere malato gli offriva il pretesto di starne alla larga (cfr. ivi, n. 692, pp. 1759-1761).
36 Fubini, La congiura dei Pazzi, cit., p. 95; Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 142-143.
37 Cfr. M. Simonetta, L'enigma Montefeltro, Milano 2008.
38 Ma si  pensato anche a un coinvolgimento della stessa Milano: cfr. T. Daniels, Milano
partecipe nella congiura dei Pazzi? , in Il laboratorio del Rinascimento. Studi di storia e cultura per
Riccardo Fubini, a cura di L. Tanzini, Firenze 2015, pp. 156-176. Stando a un documento tedesco, la
duchessa Bona avrebbe aderito alla congiura e promesso l'invio di un contingente militare in sostegno
dei congiurati: Lorenzo avrebbe subodorato la cosa e intercettato i messaggi da Milano spediti a
Firenze; a sua volta avrebbe avuto l'intenzione di battere sul tempo i congiurati invitandoli a pranzo per
trucidarli; poi non se ne sarebbe fatto di nulla (cfr. Busi, Lorenzo de'
Medici, cit., p. 300). Ma tutta la costruzione si regge su una lettera scritta post eventum, il 18
maggio 1478, in Roma, dal preposto del duomo di Cammin in Pomerania, Henning Cossebade,
e priva di riscontri documentari.
39 Sul piano della ricostruzione storica, tralasciando lavori anche egregi ma ormai pi remoti
nel tempo, si possono confrontare le pagine relative a quel 26 aprile com' rispettivamente presentato
in L. Martines, La congiura dei Pazzi. Intrighi politici, sangue e vendetta nella Firenze dei Medici,
trad. it., Milano 2004; in N. Capponi, Al traditor s'uccida. La congiura de' Pazzi, un dramma italiano,
Milano 2014; e in Busi, Lorenzo de' Medici, cit.
40 Cfr. Lorenzo de' Medici, Lettere, cit., vol. III, pp. 11-12; la confessione del Montesecco fu
inserita nel dossier difensivo della repubblica fiorentina, Excusatio Florentinorum, redatto dal suo
cancelliere Bartolomeo Scala in data 11 agosto 1478, e fu pubblicata per la prima volta da Giovanni
Adimari in appendice alla sua edizione del Commentarium Pactianae coniurationis di Angelo
Poliziano. Delle successive edizioni, quella di Gino Capponi risulta la pi corretta perch il testo della
confessione fu nuovamente rivisto dal manoscritto originale (G. Capponi, Storia della Repubblica di
Firenze, nuova ed., La Spezia 1990, vol. II, pp. 509-520). La confessione va ritenuta tale, sia pure entro
certi limiti: sulla "spontaneit", "sincerit" e "completezza" delle
"confessioni" qualche riserva dev'esser pur sempre formulata. Cfr. anche M. Simonetta,
L'enigma Montesecco. Una nuova scoperta sulla congiura dei Pazzi, Sisto IV e i "novi tyranni" , in
"Roma nel Rinascimento" (2014), pp. 279-298, il quale pubblica una lettera del pistoiese
Giuntino Colucci diretta il 30 agosto 1478 al segretario di Lorenzo Niccol Michelozzi dalla quale
risulta che il papa aveva promesso al Montesecco - quale premio della sua partecipazione
alla congiura, o addirittura dell'assassinio materiale del Magnifico? - la mano di Gualdrada
degli Atti e l'acquisizione della signoria di Sassoferrato (cfr. Busi, Lorenzo de' Medici, cit., p. 299).
41 Angelo Poliziano, Coniurationis commentarium. Commentario alla congiura dei Pazzi, a
cura di L.
Perini, Firenze 2012; Poliziano-Becchi, La congiura della verit, cit. Noi usiamo per comodit
la seconda, ma la consultazione parallela di quella del Perini risulta opportuna, magari senza
dimenticare il venerabile Della congiura dei Pazzi (Coniurationis commentarium), a cura di A.
Perosa, Padova 1958, ch - tanto per parafrasare una nota verit cara ai filologi e ai critici delle
fonti testuali - antiquiores non sunt deteriores.
42 Il che non ne fa automaticamente, sia chiaro, un testimone granch attendibile: al contrario,
visti i suoi sentimenti e il suo coinvolgimento!
43 Landucci, Diario fiorentino, cit.
44 Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 122-160, con ricchissimo apparato di note.
45 La lettera  riprodotta nei Diari di Cicco Simonetta, a cura di A.R. Natale, Milano 1962, pp.
237-239; ed  pubblicata di nuovo nell'Appendice documentaria di Poliziano-Becchi, La
congiura della verit, cit., pp. 173-176.
46 Sospendiamo tuttavia il giudizio a proposito del Resoconto anonimo della congiura de'
Pazzi, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Magliabechiano, XXV, 616; per cogenti esigenze di
sintesi ci limitiamo a darne notizia, ma il documento merita una congrua trattazione in altra sede.
47 Quand' - e com' - che un testo narrativo redatto cronologicamente e magari anche
socialmente in prossimit di un evento cessa di essere una testimonianza originale, una fonte (sia pure
riflessa, quindi "secondaria") e diventa invece contributo di ricostruzione critica, quindi racconto e/o
riflessione storica? Non  sempre facile dirlo. Prendiamo ad esempio Niccol Machiavelli, uomo
generazionalmente molto vicino ai fatti narrati, che nelle sue Istorie fiorentine, VIII, 1-10, ispira la sua
narrazione coerente e lineare (il che non significa necessariamente anche veridica) sia al testo
polizianeo, sia alla narrazione del diarista domenicano Giovanni di Carlo (1428-1503), Liber de
temporibus suis, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat.  5878. Il Machiavelli, a differenza del
Poliziano, imposta il suo discorso in termini rigorosamente ed equilibratamente repubblicani: tende
quindi senza dubbio a valutare pi serenamente i congiurati, sottraendoli alla condanna collettiva -
passionale per un verso, conformistica per un altro - formulata dalla sua fonte principale, della quale
conosce tanto la relativa affidabilit sul piano vnementiel, tanto l'inattendibilit (sia pure a suo modo
relativa) per quel che attiene a giudizi e sentimenti. Per il vasto e approfondito interesse suscitato dalla
pagina machiavelliana si rimanda a R. Fubini, Machiavelli, i Medici e la storia fiorentina del
Quattrocento, in "Pariser Historische Studien", 47 (1998), pp. 327-338, attraverso il quale si pu
risalire alla precedente letteratura critica. Il Machiavelli insiste sul fatto che i Pazzi avrebbero dovuto,
insieme con altre famiglie, impostare la loro opposizione a Lorenzo sul piano correttamente,
rigorosamente politico. Ci non avrebbe necessariamente impedito che i rapporti con la famiglia
peraltro ad essi imparentata avessero potuto mantenersi corretti e a loro modo perfino cordiali: tanto da
giustificare il tono e il tratto scherzosi con i quali, appunto, i congiurati avevano avvicinato i due
fratelli Medici la mattina del 26 aprile, suscitando forse la loro meraviglia e magari la loro diffidenza,
ma non al punto di far loro pensare che meditassero un assassinio.  in questo contesto che il
Machiavelli traccia un ritratto solare, simpatico, dell'affabilit e dell'"ingenuit" di Giuliano, ben
lontana dall'essere stolida e leggera, ma al
contrario realistica e concreta. Ne risalta, per contrasto, l' hybris propria soprattutto dei suoi
assassini materiali.
48 Sui rapporti fra i Pazzi e re Renato d'Angi, cfr. O. Margolis, The Politics of Culture in
Quattrocento Europe. Ren of Anjou in Italy, Oxford 2016.
49 Per questo personaggio cfr. R. Fubini, Ficino e i Medici all'avvento di Lorenzo il Magnifico,
in
"Rinascimento", 24 (1984), pp. 3-52, e Idem, Ancora su Ficino e i Medici, in "Rinascimento",
27 (1987), pp. 275-292.
50 Sui Franzesi, cfr. P. Pirillo, Franzesi della Foresta da Figline Valdarno (secc. XII-XV),
Figline 1992.
51 Busi, Lorenzo de' Medici, cit., p. 303, ha finalmente fatto notare che Antonio Maffei non fu
prete, come invece molti sostengono: membro di una famiglia volterrana di noti umanisti e nemico di
Lorenzo dopo le sventure subite dalla sua patria sei anni prima, sposatosi con la sangimignanese
Caterina di Bartolomeo Cortesi nel 1471 ne ebbe il figlio postumo Camillo, nato il 15 maggio 1478
cio il giorno successivo a quello della sua esecuzione: cfr. E. Scarton, Maffei, Antonio, in DBI, vol. 67
(2006), pp. 220-221. Si noti che fu eloquentemente battezzato Camillo, come l'antico salvatore della
patria romana. Un omaggio al padre giustiziato.
52 Per questo personaggio cfr. R. Peruzzo del Ponte, Stefano da Bagnone e l'importanza della
congiura dei Pazzi per la storia lunigianese, in "Archivio Storico per le Province Parmensi", 40
(1988), pp. 117-129.
53 L'arcivescovo di Pisa si era gi recato a Firenze l'anno prima, nel 1477, e pare che gi in
quella circostanza si fosse pensato da parte sua e dei membri di casa Pazzi pi decisi di procedere a un
attentato: ipotesi poi scartata per insorte difficolt.
54 Il Poliziano, con stringatezza sallustiana e malevolenza tutta sua, descrive il Bracciolini
come perditus homo, audax, impavidus, quem et ipsum dilapidata res familiaris in omne flagitium
praecipitem ageret.
55 Poliziano-Becchi, La congiura della verit, cit., pp. 66-67.
56 Ma Busi, Lorenzo de' Medici, cit., p. 302, ritiene si trattasse piuttosto di un'adenite
inguinale.
Relata referimus.
57 Piero di Marco Parenti, Storia fiorentina, a cura di A. Matucci, vol. I, Firenze 1994, p. 16.
58 Il Poliziano sostiene di aver contato sul corpo di Giuliano ben diciannove pugnalate. Per un
referto medico fondato sull'esame dei resti ossei, cfr. M. Borrini, Attentato a Giuliano de' Medici il 26
aprile del 1478. Analisi antropologico-forense della dinamica dei fatti e dell'arma del delitto, in I
Medici.
Uomini, potere e passione, cit. , pp. 99-110. Sarebbe stato naturale pensare alle ventitr
pugnalate ricevute da Giulio Cesare: ma in tempi umanistici egli non era granch benvoluto. Poliziano
s'ispira soprattutto a Sallustio e anche a Cicerone: per cui, da buon filomediceo,  alla legalit
repubblicana ch'egli si rif. Per lui i sediziosi attentatori sono dei catilinari (cfr. A. la Penna, Appendice
seconda. Brevi note sul tema della congiura nella storiografia moderna, in Idem, Sallustio e la
"rivoluzione" romana, Milano 1968, pp. 432-436.
59 C. Tripodi, Pazzi, Guglielmo, in DBI, vol. 82 (2015), pp. 11-13.
60 I Giornali di ser Giusto d'Anghiari, cit., p. 198; cfr. Martines, La congiura dei Pazzi, cit., pp.
126-127.
61 Per questo tipo di comportamenti, cfr. G. Ciappelli, I giovani e i morti, in Idem, Carnevale e
Quaresima, cit.; cfr. anche I. Taddei, Fanciulli e giovani. Crescere a Firenze nel Rinascimento, Firenze 2001.



NOTE AL CAPITOLO SETTIMO.

1 Cfr. A. Molho, Lo stato e la finanza pubblica. Un'ipotesi basata sulla storia tardomedievale
di Firenze, in Origini dello Stato, cit., pp. 225-280, part. 257-262 e l'importante bibliografia ivi citata.
Per l'assetto "regionale" del potere fiorentino, cfr. A. Zorzi, Lo stato territoriale fiorentino (secc.
XIV-XV). Aspetti giurisdizionali, in "Societ e storia", XIII (1990), pp. 799-825. Per gli aspetti
propriamente fiscali: E. Conti, L'imposta diretta a Firenze nel Quattrocento (1427-1494), Roma 1984;
A. Molho, Firenze nel Quattrocento. I. Politica e fiscalit, trad. it., Roma 2006; G. Ciappelli, Fisco e
societ a Firenze nel Rinascimento, Roma 2009.
2 L. Zorzi, "Ius erat in armis". Faide e conflitti tra pratiche sociali e pratiche di governo, in
Origini dello Stato, cit., pp. 609-629.
3 A Bona e Gian Galeazzo Maria Sforza duchi di Milano, da Firenze, 12 maggio 1478, in
Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. III, cit., n. 272, pp. 3-6.
4 Solo dopo la morte di Lorenzo, i Pazzi sarebbero stati autorizzati a esporre di nuovo le loro
armi araldiche e a patrocinare di nuovo la cerimonia tradizionale (cfr. ASF, Provvisioni 185, f.
37rv, 13 gennaio 1495, in Brown, Lorenzo and Public Opinion, cit., p. 82, nota 74).
5 C. Elam, Lorenzo's architectural and urban policies, in Lorenzo il Magnifico e il suo mondo,
cit., pp.
357-384, alle pp. 383-384.
6 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 149-152 e 155-158.
7 Cos scrisse un autore coevo favorevole a Lorenzo, Giovanni di Carlo, nei Libri de
temporibus suis; cfr. Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., p. 21 e nota 75. Celebri erano stati in
passato gli impiccati di Andrea del Castagno, che nel 1440 aveva accettato di dipingere i fuorusciti
compagni di Ormanno degli Albizzi come se avessero subto la pena capitale; si ritiene che le loro
figure siano state riprese negli angeli presenti sulla sua celebre Madonna di Casa Pazzi (cfr.
G. Fossi, Galleria degli Uffizi. Arte, storia, collezioni, 2 voll., Firenze 2001, vol. II, p. 298). Sul
tema si vedano S.Y. Edgerton, Picture and Punishment: Art and Criminal Prosecution during the
Florentine Renaissance, New York 1985, e G. Ortalli, La pittura infamante. Secoli XIII-XVI, Roma
1979, nuova ed. 2015.
8 A. Warburg, Statue votive in cera, in Idem, La rinascita del paganesimo antico. Contributi
alla storia della cultura, a cura di G. Bing, trad. it., Firenze 1966, pp. 137-140; Walter, Lorenzo il
Magnifico, cit., pp. 150-151; Ventrone, Teatro civile, cit., p. 125, nota 62.
9 Documenti delle relazioni delle citt toscane con l'Oriente cristiano e coi turchi fino all'anno
MDXXXI, a cura di G. Mller, Firenze 1789, pp. 225-228.
10 G. Pampaloni, Bandini dei Baroncelli, Bernardo, in DBI, vol. 5 (1963), pp. 734-735; Walter,
Lorenzo il Magnifico, cit., p. 150.
11 T. Frenz, Papsturkunden des Mittelalters und der Neuzeit, Stuttgart 2000, p. 45; per i casi di
altri illustri Iniquitatis filii, quali Federico II di Svevia ed Ezzelino da Romano, cfr. F. Accrocca,
Guerra e pace nelle citt italiane del Duecento. Il ruolo dei frati minori secondo la testimonianza di
Salimbene da Parma, in I francescani e la politica, Atti del convegno internazionale, Palermo, 3-7
dicembre 2002, a cura di A. Musco, 2 voll., Palermo 2007, vol. I, pp. 1-13, alla p. 5, nota 15.
12 P. Cherubini, Deifobo dell'Anguillara tra Roma, Firenze e Venezia, in "Archivio della
Societ Romana di Storia Patria", 103 (1980), pp. 209-234, alle pp. 211-216; Daniels, "Se si salva lui,
tutto si salva" , cit., p. 24.
13 L' editio princeps del documento  di Johannes Bulle, datata al 9 giugno, oggi conservata
nella Biblioteca Universitaria di Monaco con segnatura Inc. lat. 802 (2), seguita poi dalle stampe di
Johannes de Monteferrato e Rolandus de Burgundia; per questo e i vari testimoni conservati si veda
Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., p. 23 e nota 1.
14 Va rilevato comunque che certi passaggi della bolla, come la formula de vinea Domini
Sabaoth vacuos palmites extirpare, o quella ne totum ovile corrumpant, potevano effettivamente
suggerire il contesto della lotta contro l'eresia in quanto estirpazione di persone che diffondevano idee
nocive per la salvezza degli altri fedeli: pu darsi che il testo fosse costruito giocando volutamente
sull'ambiguit. Il documento  custodito in copia presso l'ASV, Armarium XXXI, 62, ff. 162r-168v;
per l'edizione cfr. Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 105-112, i passi citati alla p. 105.
15 Machiavelli, Istorie fiorentine, cit., VIII, X, II, p. 180.
16 Newbigin, I giornali di ser Giusto Giusti d'Anghiari (1437-1482), in "Letteratura italiana
antica", 3 (2002), pp. 41-264: alla p. 201 la notizia della scomunica; cfr. Walter, Lorenzo il Magnifico,
cit., p. 159.
17 T. Daniels, Poesia politica degli umanisti. Letteratura e propaganda dopo la congiura dei
Pazzi, in
"Atti e Memorie dell'Accademia Toscana di Scienze e Lettere "La Colombaria"", 78 (2013),
pp. 87-108.
18 Per l'edizione si veda ancora Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 115-116 e
117-120.
19 O. Cavallar, I consulenti e il caso dei Pazzi: "Consilia" ai margini della "in integrum
restitutio", in Legal Consulting in the Civil Law Tradition, a cura di M. Ascheri, I. Baumgrtner, J.
Kirshner, Berkeley 1999, pp. 319-362; E. Spagnesi, In difesa del Magnifico. A proposito di alcuni
"Consilia"
legali al tempo della Congiura dei Pazzi, in La Toscana al tempo di Lorenzo il Magnifico, cit.,
pp. 1235-1251; le parole del Torti riguardo a Salviati, "quod non solum fuit necesse ipsum interficere,
sed etiam publice, et crudeliter maxime", in G. Calderini et al. , Consilia seu Responsa, Venezia 1582,
p. 105. Cfr. inoltre Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 25-30.
20 L'edizione critica di questo documento e degli altri ad esso collegati, con ricco apparato
bibliografico, sono stati sviluppati nel pi volte citato di Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , alle
pp. 49-80.
21 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. III, cit., n. 292, pp. 84-85.
22 Su tale vicenda tanto celebre e complessa, restano punti di riferimento il lavoro di Paravicini
Bagliani, Bonifacio VIII, cit., pp. 269-366, nel quale il lettore trover un ampio corredo di bibliografia,
e la monumentale edizione delle fonti conservate nell'Archivio Segreto Vaticano e presso gli Archives
Nationales di Parigi curata da J. Coste, Boniface VIII en procs. Articles d'accusation et dpositions
des tmoins (1303-1311), Roma 1995. Andando a ritroso nel tempo, si potrebbe richiamare anche il
duello tra papa Gregorio VII e l'imperatore Enrico IV, nell'XI secolo.
23 A causa di un incidente diplomatico occorso nel 1476, quando il cardinal legato Giuliano
della Rovere sostitu Carlo di Borbone ad Avignone; in merito cfr. E. Moench, Lontano dall'Italia:
Giuliano ad Avignone, in Giulio II papa, politico, mecenate, a cura di G. Rotondi Terminiello e G.
Nepi, Genova 2005, pp. 130-140.
24 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 163. Riguardo al concilio indetto da Bonifacio VIII,
che ricordiamo a titolo di esempio, solo 39 sui 79 vescovi di Francia arrivarono a Roma, e stando a
quanto accadde all'arcivescovo di Bordeaux Bertrand de Got, futuro Clemente V, potremmo
pensare che il sovrano ricorresse a intimidazioni per impedire questi viaggi. De Got infatti sub
un agguato mentre valicava le Alpi, poi chiese asilo nel convento domenicano di Asti dove il priore
Isnardo da Pavia gli offr un travestimento per proseguire il viaggio fino all'Urbe in incognito. Cfr. A.
Paravicini Bagliani, Clemente V, in Enciclopedia dei papi, cit., vol. II, pp. 501-512, e Idem, Bonifacio
VIII, cit., pp. 303-312 (riguardo al concilio del 1302, durante il quale fu promulgata la celebre bolla
Unam sanctam).
25 Enumerare singolarmente questi documenti sarebbe lungo e non risulta necessario, perch si
trovano agevolmente nella grande raccolta delle Lettere di Lorenzo. Per i rapporti tra Firenze e Mattia
Corvino, si veda A. Gyrks, La guerre des Pazzi et les relations franco-hongroises, 1478-1481, in
Matthias and his Legacy: Cultural and Political Encounters between East and West, a cura di A.
Brny e A. Gyrks, Debrecen 2009, pp. 393-404.
26 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. III, cit., p. 85 e nota 9; Ammannati Piccolomini, Lettere,
cit., vol. III, n. 960, pp. 2209-2213; L. Cerioni, La politica italiana di Luigi XI e la missione di Filippo
di Commines (giugno-settembre 1478), in "Archivio Storico Lombardo", 77 (1950), pp. 58-156;
Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 35-36.
27 Lettres de Louis XI de France, a cura di J. Vaesen ed . Charavay, vol. VII (1478-1479),
Paris 1900, n. 1226, pp. 181-182: "non vos latere putamus nichil potuisse recepire, quod animum
nostrum magis offenderit ac turbavit, quam vos pacem totius Italie turbasse, operaque vestra
Florentinos ac carissimum consanguineum nostrum Laurentium de Medicis bellis et aliis
tribulationibus vexatos fuisse".
28 Sarebbe lungo e complicato entrare nel merito di questi temi; al lettore basti il rinvio
all'intramontabile trattazione di E.H. Kantorowicz, I due corpi del Re, introduzione di A.
Boureau, trad. it. di G. Rizzoni, Torino 2012 (per la teoria del re come gemina persona, o
persona mixta, pp. 42-85), oltre a J. Le Goff, Il re nell'Occidente medievale, trad. it. di R. Riccardi,
Roma-Bari 2006. Sul tocco delle scrofole e l'ideologia regale sottesa, cfr. M. Bloch, I re taumaturghi,
prefazione di J. Le Goff, Torino 2013, pp. 35-98, 108, 161, mentre il rituale dell'incoronazione regale
pu essere seguito in dettaglio grazie a un documento risalente al tempo di Luigi IX, in J.C. Bonne,
Images du sacre, in J. Le Goff et al. , Le sacre royal  l'poque de Saint Louis d'aprs le manuscrit
latin 1246 de la BNF, Paris 2001, pp. 91-226, in particolare pp. 168-178.
29 Fubini, Quattrocento fiorentino, cit., p. 115; A. Landi, Prolungamenti del movimento
conciliare e riflessi nella politica di Firenze in et laurenziana, in La Toscana al tempo di Lorenzo il
Magnifico, cit., pp. 1255-1273, specie pp. 1265-1267.
30 Cfr. J. Petersohn, Kaiserlicher Gesandter und Kurienbischof: Andreas Jamometic am Hof
Papst Sixtus' IV. (1478-1481). Aufschlsse aus neuen Quellen, Hannover 2004, pp. 37-38; sul delegato,
cfr. S. Cantelmi, Numai, Alessandro, in DBI, vol. 78 (2013), pp. 846-848.
31 J. Petersohn, "...quod sanctitas sua in auxilium brachii secularis maiestati sue firmiter
adhereat".
Politische Zielvorstellungen Kaiser Friedrichs III. fr den Abschlu eines Hilfsbnisses mit
Papst Sixtus IV.  Mit einer Quellenbeilage, in Knig, Frsten und Reich im 15. Jahrhundert, a cura di
F. Fuchs, P.-
J. Heinig, P. Joachim e J. Schwarz, Kln 2009, pp. 123-142.
32 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. III, cit., n. 315, p. 161; Newbigin, I giornali di ser Giusto
Giusti, cit., p. 202; Fubini, Federico da Montefeltro, cit., p. 265.
33 Lettres de Louis XI, vol. VII, cit., n. 1199, pp. 137-139; Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. III,
cit., n. 331, pp. 217-218, e n. 332, pp. 220-222.
34 Sulla posizione ambigua tenuta da Venezia cfr. Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. III, cit., p.
166; le responsabilit di Ferdinando d'Aragona nel piano per uccidere Lorenzo e Giuliano sono
attestate da osservatori autorevoli, fra i quali emerge la testimonianza di Mattia Palmieri da Pisa, molto
ben informato poich membro di spicco nella cerchia degli intellettuali di Curia nonch segretario di
Sisto IV; cfr. Fubini, Federico da Montefeltro, cit., p. 264; T. Daniels, Die Pazzi Verschwrung, der
Buchdruck und die Rezeption in Deutschland. Zur politischen Propaganda in der Renaissance, in
"Gutenberg-Jarbuch", 87 (2012), pp. 109-120, alle pp. 132 e 133. Per la lunga carriera curiale del
Palmieri, il cui nome esatto era in realt Iohannes Matheus, si veda Frenz, Die Kanzlei, cit., n. 1635, p.
407.
35 Sulle varie fasi dello scontro si veda la bella monografia di M. Barsacchi, Cacciate Lorenzo!
La guerra dei Pazzi e l'assedio di Colle Val d'Elsa (1478-1479), Siena 2007.
36 Cit. in Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 168.
37 T. Dean, Ercole I d'Este, in DBI, vol. 43 (1993), pp. 97-107, e nello stesso DBI anche A.
Falcioni, Malatesta (de Malatestis), Roberto detto il Magnifico, vol. 68 (2007), pp. 103-107.
Per un
"prodigio" avvenuto presso la tomba della santa di casa d'Este, Beatrice, e interpretato come
mnito rivolto al duca Ercole, cfr. E. Bianchi in Braglia, Le lacrime della Beata. Il miracolo di Beatrice
d'Este, Modena 2016.
38 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 159-160 e 167-173; G. Benzoni, Ludovico Sforza
detto il Moro, duca di Milano, in DBI, 66 (2007), pp. 436-444.
39 Lorenzo de Medici, Lettere, vol. IV (1479-1480), a cura di N. Rubinstein, Firenze 1981, pp.
251-252 (e, ivi, l' Excursus. Le origini della missione di Lorenzo a Napoli, pp. 391-400; in
particolare il dispaccio del Talenti, ivi, p. 395); cfr. la lettera alla Signoria scritta da San Miniato il 7
successivo, ivi, pp. 440-444; e L. De Angelis, Lorenzo a Napoli: progetti di pace e conflitti
politici dopo la congiura dei Pazzi, in "Archivio Storico Italiano", 150 (1992), pp. 385-421.
40 ASF, MAP, XLV, 224; M. Martelli, La "virt" di Lorenzo de' Medici, in "Il Veltro", 6
(1963), pp. 985-1000; Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. IV, cit., introduzione alla lettera 436, p. 250.
41 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 168-169 (la citazione a p. 169); F. Petrucci, Carafa,
Giovanni Tommaso, in DBI, vol. 19 (1976), pp. 568-570.
42 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 177-179.
43 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. IV, cit., pp. 274-75.
44 Ivi, p. 295.
45 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 172-173; M. Simonetta, Giustini, Lorenzo (Lorenzo
da Castello), in DBI, vol. 57 (2001), pp. 203-208; A. Ventura-M. Pecoraro, Bembo, Bernardo, in DBI,
vol. 8 (1966), pp. 103-108.
46 P. Viti, Michelozzi, Niccol, in DBI, vol. 74 (2012), pp. 264-267.
47 Sui "martiri di Otranto", cfr. G. Vallone, Pendinelli (Agricoli), Stefano, in DBI, vol. 82
(2015), pp. 211-213. Per le fonti, si veda Gli umanisti e la guerra otrantina: testi dei secoli XV e XVI, a
cura di L. Gualdo Rosa, I. Nuovo e D. Defilippi, introduzione di F. Tateo, Bari 1982. La questione 
stata e resta fonte di una letteratura, scientifica e non, immensa, e anche di continue polemiche: per una
documentata, appassionata, recente visione di sintesi, cfr. Bianchi, Otranto 1480, cit. Cfr. inoltre M.
Giontella, Antonio del Pollaiolo. Il maestro dei maestri, Firenze 2016, part.
pp. 75 sgg., sull'affascinante ipotesi che il profilo della citt sullo sfondo dell' Annunciazione
degli Uffizi, detta di Leonardo (ma che l'autore del libro attribuisce invece al Pollaiolo) sia quello di
Otranto e rientri quindi in un programma d'incitamento alla crociata.
48 Sui rapporti tra Lorenzo e il sultano Mehmet II resta ancor valido F. Babinger, Lorenzo de'
Medici e la corte ottomana, in "Archivio Storico Italiano", 121 (1963), pp. 305-361; ma cfr.
anche L. Tanzini, Il Magnifico e il Turco. Elementi politici, economici e culturali nelle relazioni tra
Firenze e impero ottomano al tempo di Lorenzo de' Medici, in "Rivista dell'Istituto Storico dell'Europa
Mediterranea", 4 (giugno 2010), pp. 271-289.
49 Giovanni di Jacopo e Leonardo di Lorenzo Morelli, Croniche, a cura di Ildefonso di San
Luigi, Firenze 1785, pp. 195-96.
50 Il disegno leonardiano  conservato a Bayonne (Francia), Muse Lon Bonnat (cfr.
Pampaloni, Bernardo, cit.). La citazione del testo  in M. Centanni, Fantasmi dell'antico. La
tradizione classica nel Rinascimento, Rimini 2017, p. 305.
51 Cfr. Lorenzo de' Medici e la societ artistica del suo tempo, a cura di E. Barfucci e L.
Becherucci, Firenze 1964, p. 111.
52 Dei, La cronica, cit., richiamato in Capponi, Al traditor s'uccida, cit., pp. 270-271.
53 Non che i fiorentini fossero stati i primi a rendere in questi termini omaggio al Gran Signore,
potentissimo sovrano e straordinario partner commerciale: l'aveva gi ritratto tra 1460
e 1462 il veneziano Marco Guidizani (se  sua la medaglia conservata presso l'Ashmolean
Museum di Oxford); un'altra medaglia era stata coniata su commissione di Jean Tricaudet de Salongey,
mentre altre due ne aveva eseguite Costanzo da Ferrara, inviato nel 1478 a Istanbul da Ferdinando di
Napoli. Anche il Bellini si era cimentato nel conio di una medaglia onorifica.
Sui ritratti di Mehmet, sia pittorici sia su medaglie, cfr. il bel saggio di M. Centanni, Il ritratto
di Maometto II, in Eadem, Fantasmi dell'antico, cit., pp. 253-315.
54 E. Carusi, L'istrumento di assoluzione dei Fiorentini dalle censure di Sisto IV, in "Archivio
Muratoriano", 2 (1915), n. 16, pp. 286-292; Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., p. 101.
Cfr. anche M. Simonetta, Griffi (Grifi, Grifo) , Leonardo, in DBI, vol. 59 (2002), pp. 360-363.
55 Entrare nella discussione in merito a questo problema richiederebbe una parentesi troppo
lunga, perch le tracce si trovano copiose nel fittissimo scambio di lettere tra il sultano e le varie
potenze italiane di volta in volta avversarie che cercarono di usarlo per danneggiarsi a vicenda; il
lettore trover utilissimi spunti in Otranto 1480. Atti del Convegno internazionale di studio promosso
in occasione del V centenario della caduta di Otranto ad opera dei Turchi, Otranto, 19-23 maggio
1980, a cura di C.D. Fonseca, Galatina 1986, nello studio di Bianchi, Otranto 1480, cit., come pure in
G. Ricci, Appello al turco. I confini infranti del Rinascimento, Roma 2011, e in B. Weber, Lutter contre
les Turcs: les formes nouvelles de la croisade pontificale au XVe sicle, Rome 2013.
56 Sul personaggio resta punto di riferimento, anche se datato, lo studio di F. Babinger,
Maometto il Conquistatore e il suo tempo, trad. it., Torino 1967; interessante e ricco di spunti anche il
contributo di A. Corongiu, Gli ultimi anni di Maometto II il Conquistatore nel carteggio sforzesco, in
"Itinerari di Ricerca Storica", 20-21 (2006-2007), pp. 179-211.
57 Nel dicembre 1478 una legazione pontificia lasci Roma diretta a Graz, dove raggiunse la
corte imperiale con istruzioni di lamentare le angherie del "tiranno" Lorenzo, per spingere Federico III
a favorire un'insurrezione a Firenze; cfr. Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 82-84; sul
coinvolgimento degli intellettuali di Curia nei libelli contro Lorenzo cfr. anche J.
Monfasani, A Description of the Sistine Chapel under Pope Sixtus IV, in "Artibus et Historiae", 7
(1983), pp. 9-18, rist. in Idem, Language and Learning in Renaissance Italy, Aldershot 1994.
58 La Cancelleria apostolica in particolare, per i suoi lauti stipendi, i doni che arrivavano agli
impiegati, e sempre bisognosa di bravi minutanti per la mole della sua mastodontica amministrazione,
offriva un ottimo rifugio agli intellettuali che non fossero cos ricchi di famiglia da poter vivere di
rendita. Questo saggio consiglio dava Guarino Guarini al suo allievo Giacomo Rizzoni, che infatti
divenne un personaggio di spicco nella Curia del secondo Quattrocento: "Commodissima et fructuosa
scriptoria apostolica foret, que te facile tolleres humo" (cfr. G.P. Marchi, Per una storia delle istituzioni
scolastiche pubbliche dall'epoca comunale all'unificazione del Veneto all'Italia, in Cultura e vita
civile a Verona. Uomini e istituzioni dall'epoca carolingia al Risorgimento, a cura di G.P. Marchi,
Verona 1979, pp. 3-98, alle pp. 40-46 e 95, note 58, 67). Sugli umanisti attivi in Cancelleria in questi
anni si veda B. Frale, I documenti non pontifici conservati in inserto nei Registri Lateranensi: un
esempio significativo (Reg. Lat. 817), in Religiosa archivorum custodia. IV Centenario della
Fondazione dell'Archivio Segreto Vaticano (1612-2012). Atti del Convegno di Studi, Citt del
Vaticano, 17-18 aprile 2012, Citt del Vaticano 2015, pp. 569-597, alle pp. 585-588.
59 Sull'impiego dei segretari di Sisto IV e di altri umanisti al suo servizio nella propaganda
contro Lorenzo si vedano Monfasani, A Description of the Sixtine Chapel, cit., pp. 9-18, e Daniels, "Se
si salva lui, tutto si salva" , cit., pp. 84-87.
60 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 188-192; Lombardi, Sisto IV, cit., pp. 711-712.
61 ASF, MAP, LI, 389, citata e discussa in Bullard, In Pursuit of "honore et utile" , cit., p. 128;
F.
Petrucci, Cibo, Franceschetto, in DBI, vol. 25 (1981), pp. 243-245; I. Fosi, Medici, Maddalena,
in DBI, vol. 73 (2009), pp. 140-142.
62 L'espressione  di Sacramoro, il quale spiegava al suo signore che Sisto IV era cos facile da
influenzare che bisognava riverirlo di continuo, per evitare che cambiasse proponimento: cfr.
ASM, Sforzesco 72, 14 maggio 1473, in Farenga, "Monumenta memoriae" , cit., p. 187 e nota
21.
63 Farenga, "Monumenta memoriae" , cit., p. 209, e nello stesso volume Un pontificato e una
citt, cit., anche P. Cherubini, Il Rione Parione. Il controllo dei luoghi, pp. 733-744, alla p. 740.
64 ASM, Sforzesco 74, 16 gennaio 1474, in Farenga, "Monumenta memoriae" , cit., p. 209,
nota 78; P. Cherubini, Della Rovere, Leonardo, in DBI, vol. 37 (1989), pp. 360-361, e nello stesso
volume anche F. Petrucci, Della Rovere, Giovanni, pp. 347-350. Da ricordare comunque che Leonardo
della Rovere mor nel 1475.
65 Cfr. P. Cherubini, Tra violenza e crimine di Stato: la morte di Lorenzo Oddone Colonna, in
Un pontificato e una citt, cit., p. 359, nota 15.
66 Sulla turbolenza di Roma al tempo di Sisto IV si vedano P. Farenga, "I romani sono
periculoso popolo"... Roma nei carteggi diplomatici, in Roma capitale (1447-1527). Atti del IV
Convegno di Studio del Centro Studi sulla civilt del tardo medioevo, San Miniato (Pisa), 27-31
ottobre 1992, a cura di S.
Gensini, Roma 1994, pp. 289-315, e P. Cherubini, Una fonte poco nota per la storia di Roma: i
processi della curia del Campidoglio (sec. XV), in Roma. Memoria e oblio, introduzione di F.
Troncarelli, Roma 2002, pp. 157-182.
67 Archivio di stato di Mantova, Archivio Gonzaga, E. XXV. 3, b. 847, Carteggio Stefano
Guidotti, c. 187, in Cherubini, Tra violenza e crimine di Stato, cit., pp. 358-359, nota 14.
68 M. Pellegrini, Congiure di Romagna. Lorenzo de' Medici e il duplice tirannicidio a Forl e a
Faenza nel 1488, Firenze 1999.
69 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., p. 254.
70 Il che lo poneva in una difficile situazione: Galeazzo Maria Sforza, il tiranno assassinato, era
il padre di Caterina, sposa del Riario. Il ruolo di assassino del suocero e di amico del genero non era
facile. E Lorenzo, nemico di Girolamo, di Caterina era sempre stato invece buon amico...
71 P. Orvieto, Capponi, Nicola, detto Cola Montano, in DBI, vol. 19 (1976), pp. 83-86. Una
certa attivit di propaganda antimedicea sembra comunque essere stata svolta dal Montano al servizio
di Sisto IV; cfr. Daniels, "Se si salva lui, tutto si salva" , cit., p. 81, nota 3, dove si pubblica un passo
dalla sua confessione riferito al settembre 1478.
72 Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. V (1480-1481), a cura di M. Mallett, Firenze 1989, p. 228.
73 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., p. 228, nota 87.
74 ASF, Catasto del 1480, 1016, II, f. 475r, citato e discusso in Kent, "Lorenzo..., amico" , cit.,p.59.
75 ASF, Carte Strozziane, V s., 1466, Ricordanze di Carlo Martelli, f. 128v, citato e discusso in
Kent, "Lorenzo..., amico" , cit., p. 60.
76 ASF, Otto di Guardia (Repubblica), 58, f. 66r, 5 giugno 1481; cfr. anche la lettera di
Antonio da Montecatini a Ercole d'Este del 9 giugno seguente, in A. Cappelli, Lettere di Lorenzo, in
"Atti e Memorie delle R.R. Deputazioni di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi", 1
(1863), p. 255; cfr. Brown, Lorenzo and Public Opinion, cit., pp. 62-63.  singolare e
inquietante che tramite per la cattura del Baroncelli e la sua traduzione a Firenze fosse stato proprio
Battista Frescobaldi, console fiorentino a Pera, che l'anno successivo fu appunto impiccato con
l'accusa d'intelligenza con i cospiratori antimedicei.  inevitabile il sospetto, sia pure non suffragato da
prove, che Lorenzo abbia voluto chiudergli la bocca per sempre al fine d'impedirgli di divulgar notizie
che avrebbero potuto essere compromettenti circa gli accordi con il sultano (cfr.
Capponi, Al traditor s'uccida,  cit., pp. 271-272).
77 ASF, Otto di Guardia (Repubblica), 68, ff. 118r, 124r; Landucci, Diario fiorentino, cit., p.
48; Rinuccini, Ricordi storici, cit., p. CXL. Cfr. anche Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp.
200-202, in particolare per il caso di Girolamo Morelli.
78 Cos riferivano Aldobrandino Guidoni e Manfredo Manfredi a Ercole d'Este (17 agosto
1488), in Cappelli, Lettere di Lorenzo, cit., pp. 303, 308.
79 Walter, Lorenzo il Magnifico, cit., pp. 164-165.
80 Ivi, p. 165.
81 Bullard, In Pursuit of "honore et utile" , cit., p. 128, nota 14.
82 Rochon, La jeunesse de Laurent, cit., pp. 269-273.
83 Esso era stato attribuito nel 1483 a Giovanni Battista Orsini.
84 Newbigin, Piety and Politics, cit., p. 39.
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Document Outline.
I. Firenze, una "repubblica ideale" "A Fiorenza  il Paradiso" Giorni di meraviglie Santi e
padrini-padroni Cavaliere e gentiluomo Un privato cittadino La "Cavalcata dei Magi"
II. 1466. La parte "del Poggio" contro la parte "del Piano" Un memorabile marted grasso
Giochi di guerra Passaggio di consegne Un colpo di stato? Lo spettro della paura
III. Matrimonio o tradimento? Lucrezia, l'Amor profano Un viaggio a Roma Nei corridoi della
Curia Alta, rossa, un po' timida A colpo sicuro
IV. I figli dell'Ammazzagiganti e i "Figliuol dell'Orsa" Leggende araldiche e verit storiche
Prncipi della Chiesa Valorosi condottieri Contro il parere del papa Le feste grandiose del 1469 Clarice:
passione e calcolo
V. Come monta la tempesta Un equilibrio tutt'altro che solido Arroganza e ingratitudine Le
colpe dei padri Aspirazioni dinastiche Da Paolo II a Sisto IV L'affare dell'allume e il "pasticciaccio
brutto" di Volterra Audaci prospettive, saggi avvertimenti, inquietanti segnali
VI. I giorni del sangue D'illustre, antico casato La scintilla fatale Segnali di crisi Ostilit e
ritorsioni La soluzione estrema Imprevisti Scrupoli di coscienza L'orrore della vendetta, la ferocia della
repressione
VII. La vendetta e l'alibi Le conseguenze immediate della congiura L'anatema Amici potenti
Una guerra di logoramento Una pace disonorevole, con "coup de thtre" ottomano La vendetta e l'alibi Il prezzo della vittoria
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FINE.